Nel tentativo di esser
uomini ci si imbatte nella vita vera.
Ci sono dei giorni in cui
l’arrampicata ti salva. E si rivela.
Sono quei giorni in cui la
vita ti chiede il conto delle tue scelte.
E tu hai paura di apparire un idiota ad immolare le tue uniche due giornate di libertà alla pietra. Spesso senza nemmeno portare
a casa nulla.
Finendo per comprimere ancor
di più nello spazio-tempo quel poco delle cose che facevi prima; che sono sopravvissute
al tuo aver iniziato a scalare.
Che riesci ancora a mettere
a fuoco nonostante questo labirinto totalizzante.
Quella parte di te che ti fa
somigliare più ad un prigioniero che ad un combattente.
Quella parte di te che nutri con briciole d’esistenza.
E spesso in quella parte di
te ci ficchi dentro fratelli, vecchi amici, la tua compagna, padri.
Insomma, tutta gente che non
scala. Per la quale non hai tempo.
Stiam qui seduti. A mangiare
un’arancia.
Il sole tramonta dietro le
colline. La valle sotto è immersa nella nebbia. Noi stiam qui abbarbicati su
questo terrazzo arancione e blu. Caldi nei nostri piumini rattoppati. Abbracciati forte a questo pezzettino di verità. È pura poesia.
Colori d’autunno tutto intorno.
Hai passeggiato flash un 7b
continuo e forse un pelo farlocco. O forse per una volta la flashata non è
stata così criptica. Chissà.
Sticazzi.
Due giorni di pace.
Rivedi un amico dopo sei
mesi. A lui devi quel poco di pulizia morale che possiedi in ambito verticale.
È stato un (ri)educatore prima ancora che un fratello.
Ora non c’è più. È lontano.
Ha assecondato i desideri della sua compagna.
Contento di allontanarsi.
Di lasciar casa sua.
La sua vita.
…amare in maniera così
nobile. Ne saresti in grado tu?
È una persona felice. Con
quella luce negli occhi.
Che ti ha insegnato che il
boulder può essere ancor più suggestivo della falesia. Che l’ispirazione la
trovi solo se dentro fai pulizia. Solo se sei Onesto.
Che faceva i 7b ed ora si
appende sui riscaldi.
Ma che non gliene frega un cazzo.
Che ride, mangia ed è
stimato dagli altri.
Tu, al posto suo, non ti
saresti fatto vedere in giro, sfondandoti di dieta e trazioni fino tornare
presentabile. E solo sui tiri che conosci a memoria.
Oppure avresti mollato.
Dicendo in giro che non
trovavi più motivazione.
Stronzate.
Per un paio di settimane hai
persino provato ad essere come lui. Naufragando in una goffa imitazione del
soggetto.
Perché di prìncipi ne nascono uno su cento.
E tu non sei altro che bassa manovalanza di quest'epoca. Il cui contributo causale alla decadenza dei valori è ben tangibile, anche se nascosta fra le pieghe pindariche delle tue giustificazioni al tuo galleggiare sulle verità.
Tu.non.sei.così.
Occorre un lavoro su stessi.
Ma tu hai troppa paura.
Sei convinto che quel poco
che hai ottenuto dipenda rigorosamente da ogni singola rinuncia, da ogni
singola paranoia, da ogni singolo nervosismo che hai inflitto alla vita tua e
delle persone a te care.
Ha senso chiedersi se “ha un
senso” tutto ciò?
Meglio di no.
Perche di limpida
razionalità ci si può spaventare a morte.
Perché il potere della
logica può stenderti con un gancio ai denti.
Perché non è sempre
necessario interpretare o trovare significati a tutto.
Alle volte infatti le cose
significano esattamente loro stesse.
Né più né meno.
Esaurendo in esse l’intera
portata concettuale e di significati di un’incompleta parte di vita.
Sei un bastardo egoista.
È così. E basta.
Ma, e qui viene il bello, sei anche immeritatamente
fortunato.
Fortunato ad avere al tuo
fianco persone che riescono a leggere nei tuoi occhi la gioia pura e semplice che
ti pervade e ti da vita quando torni la sera dalla falesia.
Che vedono il tuo percorso
interiore ancor prima che atletico quando parli del tuo progetto. Che non si
spiegano come si possa essere così felici ad inanellare continue sconfitte e
rinunce.
Perché forse un po’ ti
invidiano.
Perché se solo riuscissi a
purificare tutto, o quantomeno a rendere emotivamente l’esperienza meno
pesante, forse, arrampicare – così come è ora – diventerebbe la cosa più bella
della tua vita.
Ma, come sempre, il problema
sei tu e il tuo ego ipertrofico. Il tutto condito da abbondanti dosi di testosterone a rendere ancor
più piccante la faccenda.
Però poi, cazzo, ci sono dei
momenti di autentica e completa fusione con le persone e la natura.
Forse anche tu hai un cuore,
che come il tuo stomaco, perennemente affamato, alle volte si sazia.
Perché il tuo amico se n’è
andato di nuovo. E chissà quando vi rivedrete. E se sarà ancora come una volta.
Perché è stato magico. Come sempre.
Come lo era ogni week end.
Scalare per il gusto stare
insieme.
Il paradossale senso
dell’umorismo del destino vuole che il miglioramento più grande tu lo abbia
ottenuto proprio in quei momenti.
Sin da quando è scattata la
scintilla e avete iniziato a scalare assieme.
A ridere e scherzare di ogni
resting. A mangiare in falesia.
A riposare. A giocare con i
bambini degli amici.
Perché il salto di qualità
nella scalata (così come nella vita) te lo fa fare la felicità.
Non le trazioni.
Perché il miglior
allenamento è scalare con il sorriso.
Perché la motivazione va a pescare comburente direttamente nel tuo cuore non negli avambracci.
Perché forse te ne sei
dimenticato, ma sei ancora in grado di amare, di essere candidamente sciocco e
immaturo, ma felice. Di essere innocuo a te stesso.
Sei ancora in grado di
piangere di gioia.
Di ammettere che ti senti
solo.
E che sì, alle volte hai
bisogno di qualcuno. Di una parola amica.
Di un amico.
Di quell’amore e quella pace
che nessuna corda in catena potrà mai dare.
E allora per una sera ogni tot metti da parte il cronometro e la tabellina di Jolly e allenati ad essere umano.
Cura gli affetti.
Perché senza di loro, una
parte di te (quella più importante), piazza un resting dopo l’altro.
Lunghi e imbarazzanti.
Trascinandosi fino alla
prossima volta in cui lucidamente ricorderai che si è vivi solo nella
condivisione.
Ora però te ne rimani impantanato
così, agganciato a quella sospensione emotiva che solo un’assenza riesce a
conficcarti dentro.
Che di 8a è pieno il mondo.
Di amici no.
