Curiosi questi adulti. Prima si
disinteressano, votano una classe politica criminale per anni e poi si
meravigliano se i loro figli non hanno più la certezza di un futuro.
Ciò in cui il fascismo non è riuscito, ha
potuto la televisione. Pasolini ci ha sempre preso.
È mercoledì ma non ha importanza;
potrebbe anche essere domenica. Mi alzo, faccio una lavatrice. Metto su un po’
di musica. Forse non ho ancora bene realizzato la situazione. E forse è meglio
così. Mi godo questo time out esistenziale. Parte Gardenia dei Kyuss.
Sono ufficialmente, nuovamente,
disoccupato.
Posso scalare quanto voglio. L’ultima
volta ero riuscito a passare dal 6b al 7b scalando con quella costanza – e
quella rabbia – che solo un contratto di lavoro non rinnovato può darti.
Provare il progetto infrasettimanale.
Perfetto.
Fanculo tutti.
Leggo sul telefono un sms di B. Una ragazza conosciuta un paio di giorni fa ad una festa; a cui opportunamente sono arrivato abbastanza tardi da poter evitare l'abbuffata di cibo e di alcool. La scusa di essere senza lavoro ha fatto il resto. Nessuno si è sentito in dovere di obbligarmi a bere o mangiare perchè sono troppo magro, o a dirmi che sono malato, o che sono noioso. Solo B. sembrava interessata ai miei racconti sulle nuove falesie chiodate in zona o ai tentativi di svuotamento democratico delle Istituzioni perpetrati da questi criminali al governo. Ed è stata l'unica a non offendermi quando ho sostenuto che i Radiohead sono i nuovi Pink Floyd...e forse pure migliori.
Stavolta non si tratta della solita principiante. Lei ha carattere.
Scalava una volta. Fino al 7b lavorato. Non è una che impressioni con due
bilanciamenti. Questa ci sa fare.
Allora? Quando mi porti ad arrampicare?
Ieri ho fatto un'oretta di pan. Oggi però scalerei ugualmente. Quell’arrampicata meditativa, immerso nella natura: spirito leggero e dita
gonfie. Insomma, è pur sempre giornata di scarico. Passo a prenderla intorno alle 15.00,
direzione Nord, in un secret spot attrezzato per godere del fresco durante la
calura estiva.
Il silenzio è incredibile. Inoltre non
c’è nessuno durante la settimana, il vento leggero da nord è una benedizione in
questo luglio appiccicoso.
- “per prima cosa si monta l’amaca!”
B. ride di gusto del mio approccio
rilassato. Finto. Ma forse adesso anche un po’ vero. Le lascio i suoi tempi,
non la forzo, quando sarà pronta me lo dirà. Io intanto parto sui riscaldi.
A parte suo padre, di cui mi promette
che mi parlerà, ha sempre scalato con gente inadeguata. Non so bene cosa voglia dire
“inadeguata”. Ma so che corro grossi rischi di rivelarmi anch’io come tale.
Anche perché coonsco bene gran parte dei suoi (ex)compagni. E sporadicamente mi lego con loro.
È strano, sono io a sentire la
pressione. Non lei. In equilibrio sull’ennesimo giudizio.
Lei sembra divertirsi, io mi accontento
di portare la corda in catena per consentirle di scalare tranquilla in top-rope.
Ostento un’inutile eleganza nella progressione, ma che ci vuoi fare, è il
testosterone bellezza. Lei sembra non accorgersene. O forse ne ha viste fin
troppe di queste infantili pantomime tanto da non dar loro più alcun peso.
È una combattente ostinata ai limiti
dello svuotamento totale di forze. Non sembra preoccuparsi di me. Lotta e fa di
testa sua anche se la scelta si rivela tecnicamente non corretta. Lei continua.
Non accetta consigli. Non ascolta. Una lottatrice solitaria. Il suo non è
arrampicare. È rabbia, è un urlo; se ne sta lì aggrappata a questo pezzo di
roccia come a voler spinger giù qualcosa piuttosto che a progredire; un
muoversi lontano da piuttosto che verso qualcosa. Quando scende è
stravolta e sorridente, ha lo sguardo infuocato e vivo.
Continuiamo ancora un po’. Non c’è un
alè. Non ci sono consigli. Non ci sono scuse con cui tamponare le ferite aperte dagli imbarazzi.
Sembriamo onesti. O chissà cosa. È tutto molto strano. Non mi fa domande
stupide tipo: ma vado da prima o da
seconda? Se non riesco vai tu vero? Che faccio? Secondo te è troppo dura?
Davanti a me ho una persona, prima
ancora che una donna. Con una sua personalità netta e solida. Dopo tre tiri rinizia a scalare davvero. E lo vedi che sul verticale sapeva muoversi. Ha dita forti. Piazza un paio di arcuate su piccoli rovesci che devi sapere come si fanno. Alla fine, seppur con un paio di rest, arriva dignotosamente in catena ad un 7a continuo. Cazzo. Penso a cosa ne sarebbe di me se mi fermassi anch'io un paio d'anni.
Mi chiede se possiamo fare una pausa.
Ci sediamo sul solito sasso della falesia. Raccolgo
qualche mozzicone di sigaretta. Le porgo una mela e dell’acqua. Mangia con
gusto e butta giù acqua a grandi sorsi. Continua a sorridere, con le labbra
bagnate che le risplendono nella luce rosa, i capelli stropicciati e i segni di
magnesite sul viso.
- “che bello…quando ti fermi intendo.
Svuotata ma piena”
- “già…credi che rinizierai?”
- “non so. Tu mi riporteresti?”
- “e tu torneresti con me?”
Ho subito avuto paura di macchiare questo
momento di pace autentica e priva di sovrastrutture con un gioco di ruoli che
non c’entra nulla, decisamente più
nulla…Quel modo vuoto di flirtare per una volta lo lascio ai corrotti dalle
sterili abitudini urbane. Noi proviamo a non indossare maschere. Almeno qui. Almeno
stavolta. Preserviamoci.
Lei infatti, quasi ad accorgersene,
smorza subito il nostro rifugiarci dietro le barricate dei ruoli con un cenno
della testa.
È un si. Ed è un si bello. Di quelli
gentili. Con il sorriso.
Mi alzo da terra e abbracciandola
sento il calore umido del suo corpo sudato e teso per la fatica. Le dico che è
stata bravissima. Dice che non è vero. La abbraccio ancora un po’.
Ce ne stiamo così.
Nel bosco.
È stanca morta lo sento, ma sembra
felice. Mi fa spazio e ci distendiamo per un po’ sull’amaca. In silenzio. Riesco a sentire la
consistenza stessa dei suoi respiri. Tutto è calmo. Passa un capriolo. Ci vede e si ferma ad osservarci. Non abbiam detto nulla. Respiravamo e basta. Siam stati così per un po': tutti e tre. Sospesi e allo stesso tempo indissolubilmente legati. Alla terra. Al suo destino. Come se il mondo, per esser felici, ci avesse messo a disposizione già tutto l'occorrente. Lentamente è scomparso nel bosco.
È quel momento delle sere d’estate in
cui va via il sole e scende la calma. Quel momento in cui, poco dopo il
tramonto, in tutto quanto intorno a te - che tu sia in mare, in bosco o in
montagna - c’è come una distensione, un respiro di abbandono.
È come se il mondo si adagiasse in un
sollievo. E puoi sentirlo.
In quel momento noi due, insieme a tutto il bosco, abbiamo vibrato.
In quel momento noi due, insieme a tutto il bosco, abbiamo vibrato.
- “non mi capitava dai tempi con papà in montagna. Ci sedevamo fuori dal rifugio, dopo aver cenato, e aspettavamo... Mi diceva che era la carezza di Dio, il bacio della buonanotte. Io gli dicevo che ero ormai grande per quelle sciocchezze, e che era solo del freddo misto a stanchezza. Lui invece sembrava crederci davvero”.
Era bello, ma ad un tratto ho sentito un’enorme distanza prendere il sopravvento fra di noi, rimarcare comprensibilmente le parole non ancora dette e le esperienze insieme non ancora fatte. Il troppo presto. L’invasione di campo.
Ho mollato la presa. Mi sono alzato e
ho fatto finta di raccattare il materiale da buttare nello zaino. Lei non se ne
è neanche accorta. Non era con me in quel momento. Si è alzata dall’amaca e si
è allontanata.
Ho sentito anche la distanza fra me e
me. La solita. Fra il lasciarsi andare incontro al possibile e il trattenersi a
ristagnare nel certo. Scambiandolo per destino. Per un attimo avevo vissuto
davvero. Senza pensare all’impressione di me. Senza attendere feedback. Come
una salita a vista tutta d’un fiato. Per il solo gusto di salire. Per il solo
gusto di vivere.
Ormai è evidente che c’è una parte di
me che non vuole stare più con me. Ed è bene che decida. Non posso trincerarmi
in eterno dietro questo modo di arrampicare. Sfiatatoio di troppa vanità in eccesso.
Sul sentiero di ritorno, per mano,
abbiamo passeggiato. Nel bosco. Lenti e sorridenti, con la brezza estiva che si alza al crepuscolo e che, come un respiro leggero, muoveva appena e senza scuoterle, le
foglie degli alberi tutti intorno a noi. E con quello spicchio di luna che di
tanto in tanto, come l’occhio vispo di un bimbo che gioca a nascondersi, faceva
capolino da dietro la collina.
Il luogo era con noi.
Noi parte di lui.
Un immenso tuttuno.
E per un attimo, senza un lavoro, senza
certezze, e nonostante non avessi chiuso neanche un tiro duro, ero in pace. E lo ero
davvero. Spensierato e lieto. Quieto e rasserenato. Come dopo il mio primo 8a.