Ricordo ancora che bello che
era.
Esser lontano anni luce dal
territorio delle aspettative ancora da deludere.
Uscire e scalare per stare
all’aria aperta.
Godere di una bella
giornata.
Ginocchia sbucciate e
scarpini troppo larghi.
Scalare al sole, con il
caldo, in placca. In top-rope.
Il terrore di andar oltre lo
spit.
Ed essere contenti.
Lo spessore del momento
impenetrabile alle angosce.
Il potere dell’incanto.
La sfida di un’emozione
all’oblio.
Bere una, due, tre birre.
Mangiare un panino.
Poi tornare in città e
prendere del pesce fritto al cartoccio.
E ancora una birra.
Parlare, sì, di arrampicata.
ma in maniera limpida.
Senza progetti o allenamenti
ad occupare spazi emotivi.
Senza sacche di delusione.
Senza permettersi il lusso di pensieri negativi.
Neanche uno. Con un occhio
sempre ai più forti.
Poi è venuto il tempo del
condizionamento progressivo.
Scoprire che poi i più forti
sono internamente delle pippe quanto te.
Alle volte peggio. Alcuni
sono diventati forti proprio al fine di compensare questa condanna.
Colmare con gli otto il gap esistenziale. Alcuni si accontenano dei sette.
Desiderio di accettazione.
Non voler “esser meno”.
Rinunciare al vero miglioramento:
quello intellettuale.
Non voler guardare in faccia
la realtà:
che serve una personalità
forte e non un massimale;
che serve una resistenza
intellettuale alle tentazioni della vanità, della faciloneria, piuttosto che
negli avambracci;
un cervello più agile non
delle braccia più toniche.
Nutrire i propri demoni. Ad
ogni tiro duro chiuso, ad ogni tallonata inutile.
Fuggire.
Allontanarsi dalla verità.
Era evitabile?
Oppure tutto ciò è
connaturato alla dimensione falesistica ogni qual volta questa è assorbente?
Ogni qual volta comprimi in questo spazio ansie, paure e ricerche di
significati che qui non dovrebbero neanche avvicinarvisi? …chè già di per sé
arrampicare sulla difficoltà semina disagio.
Smarrimento&Turbamenti.
Ogni volta che non puoi
allenarti.
Ogni volta che ingrassi.
Ogni volta che stai senza
scalare più di dieci giorni.
Ci muoviamo in equilibrio.
Su di una lama.
Con sotto il baratro
dell’alienazione.
A rischio continuo di passi
falsi.
Ma è questo il prezzo da
pagare per quello che si prova dentro e che dentro non entra tanto è grande
l’attimo di pace.
Che dura il tempo della
calata: dalla corda passata in catena, star lì qualche secondo, fino al secondo
piede a terra. Un Abbraccio al compagno.
Una bolla.
Una parentesi di tutto quel
che conta.
Che rende la tua vita
emotivamente in equilibrio. Senza spazi, senza tempo. Ma piena di silenzio e significati.
È necessario il turbamento
alla gioia?
È necessario il dolore al
piacere?
È necessaria la rabbia al
perdono?
Questa roba dello yin e dello yang allora non è una cazzata.
Non lo è mai stata.
Il punto è se hai ancora la
voglia, la forza e la pazienza di piegarti a tali dinamiche.
Ancora una volta. Di nuovo.
Riniziare.
1) Essere vicini
all’obiettivo.
2) Perdere terreno.
3) Iniziare tutto daccapo.
Stai invecchiando. O forse
non hai mai avuto il livello che la gente crede.
Perché tu racconti solo del
tiro che hai fatto.
Perché sei quello
spirituale. O meglio, ti illudi che ti percepiscano come tale.
Lasci che siano gli altri a
chiederti il grado. Figlio di puttana.
Salvo poi tentennare quando
i più scaltri ti chiedono anche in quanti
giri.
Vergognarti quando ti
appendi. O quando sulla plastica arranchi come il peggiore dei corsisti.
Sei intellettualmente meglio
o peggio di quando hai iniziato?
Ne hai guadagnato in
lucidità?
Raggiungi ancora il senso di
pace e profonda armonia interiore?
Nei tuoi occhi brilla ancora
la vitalità?
Riesci ancora a sentirti
come non avevi neanche mai osato sperare prima di iniziare?
Se la risposta è si, devi
continuare.
Perché il margine di
miglioramento – per alcuni – è imperativo categorico. È destino.
Perché – per alcuni – la
mancanza di volontà è malattia mentale.
Perché il miglior futuro possibile
è
dare tutto al presente.
