mercoledì 13 gennaio 2016

Il vincitore non sa quel che si perde.



Ricordo ancora che bello che era.
Esser lontano anni luce dal territorio delle aspettative ancora da deludere.
Uscire e scalare per stare all’aria aperta.
Godere di una bella giornata.
Ginocchia sbucciate e scarpini troppo larghi.
Scalare al sole, con il caldo, in placca. In top-rope.
Il terrore di andar oltre lo spit.
Ed essere contenti.
Lo spessore del momento impenetrabile alle angosce.
Il potere dell’incanto.
La sfida di un’emozione all’oblio.
Bere una, due, tre birre. Mangiare un panino.
Poi tornare in città e prendere del pesce fritto al cartoccio.
E ancora una birra.

Parlare, sì, di arrampicata. ma in maniera limpida.
Senza progetti o allenamenti ad occupare spazi emotivi.
Senza sacche di delusione. Senza permettersi il lusso di pensieri negativi.
Neanche uno. Con un occhio sempre ai più forti.

Poi è venuto il tempo del condizionamento progressivo.

Scoprire che poi i più forti sono internamente delle pippe quanto te.
Alle volte peggio. Alcuni sono diventati forti proprio al fine di compensare questa condanna.
Colmare con gli otto il gap esistenziale. Alcuni si accontenano dei sette.
Desiderio di accettazione. Non voler “esser meno”.
Rinunciare al vero miglioramento: quello intellettuale.
Non voler guardare in faccia la realtà:
che serve una personalità forte e non un massimale;
che serve una resistenza intellettuale alle tentazioni della vanità, della faciloneria, piuttosto che negli avambracci;
un cervello più agile non delle braccia più toniche.
Nutrire i propri demoni. Ad ogni tiro duro chiuso, ad ogni tallonata inutile.
Fuggire.
Allontanarsi dalla verità.

Era evitabile?
Oppure tutto ciò è connaturato alla dimensione falesistica ogni qual volta questa è assorbente? Ogni qual volta comprimi in questo spazio ansie, paure e ricerche di significati che qui non dovrebbero neanche avvicinarvisi? …chè già di per sé arrampicare sulla difficoltà semina disagio.

Smarrimento&Turbamenti.
Ogni volta che non puoi allenarti.
Ogni volta che ingrassi.
Ogni volta che stai senza scalare più di dieci giorni.

Ci muoviamo in equilibrio. Su di una lama.
Con sotto il baratro dell’alienazione.
A rischio continuo di passi falsi.

Ma è questo il prezzo da pagare per quello che si prova dentro e che dentro non entra tanto è grande l’attimo di pace.
Che dura il tempo della calata: dalla corda passata in catena, star lì qualche secondo, fino al secondo piede a terra. Un Abbraccio al compagno.
Una bolla.
Una parentesi di tutto quel che conta.
Che rende la tua vita emotivamente in equilibrio. Senza spazi, senza tempo. Ma piena di silenzio e significati.

È necessario il turbamento alla gioia?
È necessario il dolore al piacere?
È necessaria la rabbia al perdono?
Questa roba dello yin e dello yang allora non è una cazzata.
Non lo è mai stata.

Il punto è se hai ancora la voglia, la forza e la pazienza di piegarti a tali dinamiche.
Ancora una volta. Di nuovo. Riniziare.

1) Essere vicini all’obiettivo.

2) Perdere terreno.

3) Iniziare tutto daccapo.

Stai invecchiando. O forse non hai mai avuto il livello che la gente crede.
Perché tu racconti solo del tiro che hai fatto.
Perché sei quello spirituale. O meglio, ti illudi che ti percepiscano come tale.
Lasci che siano gli altri a chiederti il grado. Figlio di puttana.
Salvo poi tentennare quando i più scaltri ti chiedono anche in quanti giri.
Vergognarti quando ti appendi. O quando sulla plastica arranchi come il peggiore dei corsisti.

Sei intellettualmente meglio o peggio di quando hai iniziato?
Ne hai guadagnato in lucidità?
Raggiungi ancora il senso di pace e profonda armonia interiore?
Nei tuoi occhi brilla ancora la vitalità?
Riesci ancora a sentirti come non avevi neanche mai osato sperare prima di iniziare?

Se la risposta è si, devi continuare.
Perché il margine di miglioramento – per alcuni – è imperativo categorico. È destino.
Perché – per alcuni – la mancanza di volontà è malattia mentale.

Perché il miglior futuro possibile
è dare tutto al presente.