lunedì 1 febbraio 2016

Dell'attribuirsi romanzescamente il rifiuto del superlfuo




Bene
Smetterla. Accomiatarsi.
Andar via.

Ossequiosamente piegare te stesso alle abitudini e alle dinamiche sociali – anche in arrampicata – oppure elevarti e provar a lasciar perdere tutto. Almeno per un po’. Disintossicarti dal superfluo. Dal carico di sottintesi. Dalle domande sospese. Sul talento. Se c’è davvero. Se c’è mai stato. Sull’affetto, sui legami apparenti.
Non siamo speciali.
Siamo mediocri. Più di quanto crediamo.

-          No, sai, sono in un periodo di scarico
-          ultimamente scalo solo per il gusto del movimento
-          sono stanco delle dinamiche che ruotano attorno al grado

Credi seriamente che la gente possa mandar giù questi focolai di vanità dissimulata senza assaporare il retrogusto della menzogna?
È brutto essere in difficoltà.
Più di quanto tu non sia già sufficientemente impantanato nel viscidume comunicativo che hai contribuito a creare, che hai alimentato, in cui hai sguazzato …finchè le cose sono andate per il meglio.
E ora invece?
Ti ritrovi stanco e invischiato in dinamiche dalle quali – ironia della sorte – scappavi quando hai iniziato a scalare. Implorare la gente per andare a scalare. Scarsa trasparenza, se non addirittura un carico di ipocrisia notevole. Le persone che si prendono alcune libertà e tu che ti chiedi chi gliele abbia concesse…iniziare ad annoiarsi.

Ami davvero scalare?
Al netto delle cazzate. Del fisico, delle chiacchiere, dell’8b, delle ragazze.
Ti piace stare in mezzo alla pietra? Nella sua purezza. Come se fosse acqua del mare.
Ti piace ancora?

Sei stanco delle orbite sociali, degli adempimenti.  Che appesantiscono l’esperienza. Che la sviliscono. Alle volte fin nell’atto stesso di praticarla. Alle volte te le porti fin su in catena.

Cercherò di esser concreto:
-          lo tsunami di sms  il venerdì e il sabato sera;
-          sprecare energia emotiva;
-          cercare di convincere gli interlocutori ad andare in quella falesia o nell’altra;
-          ottenere solo passive negazioni, mai proposte attive;
-          critiche;
-          sullo spittaggio;
-          sul grado;
-          sulle sicure;
-          sulla corda;
-          sulle scarpe;
-          sulle condizioni;
-          sul freddo;
-          sul caldo;
-          sull’umido;
-          sugli acciacchi;
-          sul tiro;
…e pensare fra te e te se tutto questo abbia un senso, una logica. Vista dall’esterno.
Come una stanza piena di fumo. Quanto è forte l’odore per chi entra da fuori?
Quanto hai contribuito a creare tutto questo? Puoi sottrartene ancora senza deludere qualcuno? Dove hai sbagliato? Cosa è stato oggetto di calcolo errato?

Non puoi rimanere qui dentro ancora.
Al resto ci penserai dopo.

Troppa corda e pochi blocchi.
Questo è il problema.
La corda lega. E spesso lo fa fra persone dalle quali sarebbe meglio essere intellettualmente il più lontani possibile. Più lontani.
Perché alla fine le sfumature delle personalità stridono. I focolai divampano.
Perché non si può essere accomunati solo dal desiderio di svolgere goffamente un’attività fisica su un grado di difficoltà visibilmente al di sopra delle proprie oggettive possibilità.
Ogni fottuto week end.
Perché questa roba ti fa morire dentro. Ammazza la gioia.

L’anima, innanzi a tanta cupa monotonia, si ritrae

Non è bello. Né è rilassarsi.
Non è più la leggerezza di una volta.

Subentra la dipendenza. Qui sta il problema.
Non puoi scalare sempre.
Ma tu  - non sai perché -  devi scalare.
Quindi va bene qualsiasi posto, a qualunque costo.
Con chiunque.

I nodi presto verranno al pettine.
Troppa corda e pochi blocchi.
Troppa testa e poca pancia.
Occorre tornare all’essenziale.
Occorre tornare alla gioia.
Occorre tornare vivi.

Occorre tornare indietro.

Proteggere la scalata.
Proteggere se stessi.

Senza condivisione tutto diventa inerte. Nella memoria. Nel cuore.
Come un piramidale al trave.
Reclutamento neuro muscolare e sforzi massimali.
Fredda successione di movimento.
E la noia prende forma. Si gonfia. Rapida.
E tu la tieni lì, e non le presti attenzione, nell’illusione che ignorarla possa in qualche modo combatterla.
Ma è del pressappochismo, del far finta di nulla, che le tragedie di alimentano.

Ricongiungiti all’entusiasmo.
Perché senza gioia non ci sarà mai miglioramento.
Mai.
Perché non hanno ancora inventato il pan gullich per la felicità.
Quella si nutre di arrampicata.
E solo se fatta in un certo modo.
Quantomeno non così.
Così è far ginnastica la domenica.

Occorre tornare a disobbedire. A certe logiche.
A certe consuetudini. Alle scelte errate, alle cose inutili, stupide, false e dal sapore vagamente moralistico.
Occorre tornare a espandersi e approfondire.
A non marcire. Mai più.