Bene
Smetterla. Accomiatarsi.
Andar via.
Ossequiosamente piegare te
stesso alle abitudini e alle dinamiche sociali – anche in arrampicata – oppure
elevarti e provar a lasciar perdere tutto. Almeno per un po’. Disintossicarti
dal superfluo. Dal carico di sottintesi. Dalle domande sospese. Sul talento. Se
c’è davvero. Se c’è mai stato. Sull’affetto, sui legami apparenti.
Non siamo speciali.
Siamo mediocri. Più di quanto
crediamo.
-
No, sai, sono in un periodo di scarico
-
ultimamente scalo solo per il gusto del movimento
-
sono stanco delle dinamiche che ruotano attorno al
grado
Credi seriamente che la
gente possa mandar giù questi focolai di vanità dissimulata senza assaporare il
retrogusto della menzogna?
È brutto essere in
difficoltà.
Più di quanto tu non sia già
sufficientemente impantanato nel viscidume comunicativo che hai contribuito a
creare, che hai alimentato, in cui hai sguazzato …finchè le cose sono andate
per il meglio.
E ora invece?
Ti ritrovi stanco e
invischiato in dinamiche dalle quali – ironia della sorte – scappavi quando hai
iniziato a scalare. Implorare la gente per andare a scalare. Scarsa trasparenza,
se non addirittura un carico di ipocrisia notevole. Le persone che si prendono
alcune libertà e tu che ti chiedi chi gliele abbia concesse…iniziare ad
annoiarsi.
Ami davvero scalare?
Al netto delle cazzate. Del
fisico, delle chiacchiere, dell’8b, delle ragazze.
Ti piace stare in mezzo alla
pietra? Nella sua purezza. Come se fosse acqua del mare.
Ti piace ancora?
Sei stanco delle orbite sociali,
degli adempimenti. Che appesantiscono
l’esperienza. Che la sviliscono. Alle volte fin nell’atto stesso di praticarla.
Alle volte te le porti fin su in catena.
Cercherò di esser concreto:
-
lo tsunami di
sms il venerdì e il sabato sera;
-
sprecare energia
emotiva;
-
cercare di
convincere gli interlocutori ad andare in quella falesia o nell’altra;
-
ottenere solo
passive negazioni, mai proposte attive;
-
critiche;
-
sullo
spittaggio;
-
sul grado;
-
sulle sicure;
-
sulla corda;
-
sulle scarpe;
-
sulle condizioni;
-
sul freddo;
-
sul caldo;
-
sull’umido;
-
sugli acciacchi;
-
sul tiro;
…e pensare fra te e te se
tutto questo abbia un senso, una logica. Vista dall’esterno.
Come una stanza piena di
fumo. Quanto è forte l’odore per chi entra da fuori?
Quanto hai contribuito a creare
tutto questo? Puoi sottrartene ancora senza deludere qualcuno? Dove hai
sbagliato? Cosa è stato oggetto di calcolo errato?
Non puoi rimanere qui dentro
ancora.
Al resto ci penserai dopo.
Troppa corda e pochi blocchi.
Questo è il problema.
La corda lega. E spesso lo
fa fra persone dalle quali sarebbe meglio essere intellettualmente il più
lontani possibile. Più lontani.
Perché alla fine le
sfumature delle personalità stridono. I focolai divampano.
Perché non si può essere
accomunati solo dal desiderio di svolgere goffamente un’attività fisica su un
grado di difficoltà visibilmente al di sopra delle proprie oggettive
possibilità.
Ogni fottuto week end.
Perché questa roba ti fa
morire dentro. Ammazza la gioia.
L’anima, innanzi a tanta
cupa monotonia, si ritrae
Non è bello. Né è
rilassarsi.
Non è più la leggerezza di
una volta.
Subentra la dipendenza. Qui
sta il problema.
Non puoi scalare sempre.
Ma tu - non sai perché - devi scalare.
Quindi va bene qualsiasi
posto, a qualunque costo.
Con chiunque.
I nodi presto verranno al
pettine.
Troppa corda e pochi
blocchi.
Troppa testa e poca pancia.
Occorre tornare
all’essenziale.
Occorre tornare alla gioia.
Occorre tornare vivi.
Occorre tornare indietro.
Proteggere la scalata.
Proteggere se stessi.
Senza condivisione tutto
diventa inerte. Nella memoria. Nel cuore.
Come un piramidale al trave.
Reclutamento neuro muscolare
e sforzi massimali.
Fredda successione di
movimento.
E la noia prende forma. Si
gonfia. Rapida.
E tu la tieni lì, e non le
presti attenzione, nell’illusione che ignorarla possa in qualche modo combatterla.
Ma è del pressappochismo,
del far finta di nulla, che le tragedie di alimentano.
Ricongiungiti
all’entusiasmo.
Perché senza gioia non ci
sarà mai miglioramento.
Mai.
Perché non hanno ancora
inventato il pan gullich per la felicità.
Quella si nutre di
arrampicata.
E solo se fatta in un certo
modo.
Quantomeno non così.
Così è far ginnastica la
domenica.
Occorre tornare a
disobbedire. A certe logiche.
A certe consuetudini. Alle scelte errate, alle cose inutili, stupide, false e dal sapore vagamente
moralistico.
Occorre tornare a espandersi
e approfondire.
A non marcire. Mai più.
