lunedì 9 maggio 2016

Barocco verticale e seconde categorie


In pratica è andata così: eravamo dispari e sparpagliati per la falesia.
Ognuno con il suo compitino per il week end.
Ognuno con il suo tiro da spazzolare.
Ognuno con il suo vicolo cieco in cui smarrirsi.
Tu sei fuori forma. O quantomeno è quello che racconti in giro per goderti una meritata tregua dalle aspettative. Che non ci sono. Ma che tu credi esistano.
Per cui ti godi il weekend.

Sta di fatto che finisci in un gruppo di ragazzi (e ragazze.soprattutto) che conosci perché, visto il tuo infimo livello su plastica, spesso fai blocchi in palestra con qualcuno di loro.
Persone fresche, giovani e sulla soglia dei ventisette. Angeli.
Livello reale 6a, ma cocciutamente appesi ai primi 6c/7a per intenderci. Perché l’istruttore ha suggerito loro di far così. E tu l’istruttore lo conosci anche. E sai anche un sacco di cose. Ma infondo chissenefrega.
Ancora innamorati dell’attività ma sufficientemente inesperti da vedere in te uno bravo.
Quello forte.

Bene, arriverò subito al punto: sono fiero di te.

Poteva andare molto peggio. E invece no; con mio stupore, hai dimostrato padronanza e gestione del tuo ego inaridito da scariche di testosterone e vanità. Stratificatesi nel tempo. Da prima che iniziassi a scalare. E che nella scalata hanno finito per trovare favorevolmente una camera di combustione invece che eutanasìaco silenzio interiore; che, fino a ieri, avevano reso nauseabonda ogni tua ricerca di conferme.

Avresti potuto renderti ridicolo con soliti teatrini di piedi nel vuoto, frivolezze e sovrabbondanti manierismi di inutile tecnica su banali passaggi in placca. E invece no.
Sei stato semplicemente elementare e didascalico.
Preciso ed efficace.
Quelle forme di barocco verticale che ti contraddistinguevano – in negativo – ce le hai risparmiate una buona volta. Quell’intenso ancheggiare fluido fra bilanciamenti e manopiedi su 6b a zanche hanno lasciato il posto a carusiani triangoli e laterali accademici.

Un killer. Anche se il giro sull’8a+ potevi risparmiartelo. Ma ve bene così.
Ma, più di tutto, il discorso al bar è stato epico. Commovente. Quelle parole sembravano oneste.
Non tutti avrebbero mantenuto la calma e la lucidità per rispedire al mittente tutti quei complimenti frutto più di inesperienza che di reali meriti tuoi.

Fidatevi vi “sembro” forte, ma scalo da tempo e quei tiri li conosco a memoria; non è da questo che si misurano le capacità (che non andrebbero comunque misurate). Fidatevi, non appena conoscerete meglio l’ambiente e le persone vi renderete conto che non sono né più né  meno di tutti quei banfoni che incontrerete negli anni. L’unica cosa che posso dirvi è un aspetto a cui tengo molto. Quando chiudi un tiro la storia non finisce lì. Anzi, lì inizia la vera prova di forza. Scalarlo ogni volta meglio e con sempre meno fatica. Salvo non si tratti di superlavorato o “massimale spinto”. Il  Pan Gullich verrà dopo. Molto, ma molto dopo.

Ora. Io non so se mentivi o meno.
Forse hai esagerato. Magari è stata solo una forma morbida e cattolica di vanità. Però in altri periodi avresti finito per parlare di gradi, di tiri. Di melloblocchi, di tallonaggi e incastri di ginocchio. Di quell’8a che tutti si danno 8b. Ma mentono. Che però tu non hai fatto perché non ti interessa. Anche se di nascosto, in pausa pranzo, i singoli te li seii andato a cercare per bene. E il boulder, che fosse di un 8a o un 8b, era comunque un bastone. Il vulnus del problema era l’uscita a vasche. Ne valeva la pena sbattersi per un tiro farlocco? Oppure farlo per sgradarlo? Sarebbe una gran mossa. Perché anche di feedback e leggende popolari si nutre frugalmente l’ego dei miseri codardi.

Comunque. A parte le stronzate, forse sei sulla buona strada.
Scali un grado e mezzo sotto il tuo massimale ma in compenso hai diminuito il numero di giri.
I tuoi confini personali di lavorato veloce si stanno ampliando progressivamente di mezzo grado in mezzo grado.
Forse meno forte, ma stai diventando “più bravo”. Ad usare i piedi. Ad usare la testa.
Non aver paura ora. Tutto tornerà. E avrà il sapore del nuovo. Di un nuovo mattino esistenziale.
Come l’arco con la freccia. Tu lasciala partire. Ci son cose che fisicamente non potrai mai controllare.
Per fortuna.
Ed è quella la parte della vita che chiamiamo miracolo.

C’è chi scala per svuotarsi e chi per ricaricarsi.
Noi apparteniamo alla seconda categoria.
C’è chi scala al meglio sotto pressione e chi quando è felice.
Noi apparteniamo alla seconda categoria.
C’è chi ristagna nell’ignavia e c’è chi pratica la resistenza.

Pertanto compresenza dialettica un cazzo. O si è in un modo o in un altro.
E noi apparteniamo alla seconda categoria.
È un cammino che non si svolge nel puro pensare. Nel lugubre astratto.
È un cammino concreto e ben incastonabile nello spazio-tempo.
Un tempo di lotte.
Alienazione VS Potenziale.


Presto tornarai a sorridere, a godere della compagnia e della gioia altrui. Quasi fosse tua.
Presto torneremo a correre giù al parcheggio, con la frontale, scrivendo SMS di scuse alle rispettive compagne; ché si, scusa, l’ultimo giro non era proprio il caso di farlo, ma il tiro era una bomba. E torneremo a non prendere sonno la notte all’idea del giorno dopo in una falesia tutta nuova, carichi di aspettative ed entusiasmi infantili. Con la scaletta già pronta dei tiri da provare. Che sai già che una volta lì non rispetterai. Lasciandoti guidare dal colore della roccia. O dalla forma di una presa. Alle volte solo per il gusto di andar li a toccarla. Da giù sentirne il movimento, sentirne la consistenza stessa con un senso percettivo che trascende la dimensione propria dei corpi fisici.

La contentezza, quella vera, è alla portata di tutti. E in questo sta il buffo e il patetico dei nostri labirinti esistenziali.
Doversi – davvero - liberare delle zavorre.
Fare limpidezza interiore. Averne una paura fottuta. Di sbagliare. Di rimaner solo.
Di dir(si) la verità. Ma la verità è autosviluppo amico mio. È un processo di perdita e di recupero.
La voce interiore non la puoi strozzare in gola o soffocare nel petto troppo a lungo.
Implodere è la forma più codarda e più bassa di cui disponiamo per infliggerci una condanna.
Il contatto con ciò che c’è di divino, in te e nel tuttintorno, è alla nostra portata. Sempre. E sempre sarà possibile.
Essa pre-esiste a noi.

La leggerezza tornerà amico mio.
Armando l’esistente di consapevolezza d’esserci e riconnessione al prossimo.
Di riconoscimenti reciproci  e necessità autentiche.
Di sacri fuochi  e lunghe distese di silenzi interiori.
Che una montagna di macerie può non essere appiattita.
Ma messa in ordine si.