L’industria culturale
fabbrica le opinioni, i bisogni, i piaceri. Veicola il consenso.
Falsità organizzata
in sfumature di non-essere.
Coazione
all’adeguamento e volontario servilismo d’adattamento a corollario.
A chi abita
quest’epoca viene chiesto di abbandonare lo stupore, la rielaborazione, il
libero arbitrio.
È un’attualità che
aspira a conficcarsi nello spirito percettivo delle persone; a pensarsi come
unica realtà possibile.
Senza alternative.
Senza possibilità di altrimenti.
Dopo di noi il
diluvio.
Sentirsi in trappola.
Non saper più se si
ama davvero quel che si fa e se si fa davvero quel che si ama.
E poi la qualità.
La qualità è il
distillato del vivere. Lo spremere gli istanti.
Di che qualità è il
tempo che sottrai al lavoro. Quello spazio vuoto fra vivere ed esistere che
dovresti colmare con la parte più vera di te. Che dovresti riempire con tutto
ciò che rende la vita degna di essere vissuta e odiata.
Non basta andare a
scalare. Forse non basta più.
Occorre dare una
possibilità alla verità. Anche qui siamo arrivati al plafond.
Quanto di te proietti
sulla pietra, nel gesto? Quanto di quello che hai nel cuore – sempre che ti sia
rimasto qualcosa – riesci a spingere sugli appoggi, ad ogni arcuata?
Le diete, gli
allenamenti, le privazioni.
Allontanarsi da ogni
prospettiva (arrampicata compresa) che sia occasione di conoscenza e
valutazione. Arrampicare – per te – non può esaurirsi in una mera competenza
tecnica e/o miope esercizio atletico. Non ti basta più. Deve esserci qualcosa
in più.
Tremi al pensiero. Ma
forse arrampicare, per come è diventato ora, forse, non è più la stessa cosa.
Quella cieca furia
emotiva.
Ardere di vita e
comprensione.
Abbracciarsi sceso
dal tiro.
Raccogliersi nel
respiro. Sudato. Bere acqua.
Tregua. Sollievo. Pace
e silenzio dentro.
Troppe cose da
mettere in ordine, troppe domande inascoltate. Rimbombare di vuoti.
Ora sta a te
riappropriarti di tutto.
A partire proprio
dall’arrampicata.
Come mezzo. Non come
fine.
Razionalizzare il
disicanto.
Neutralizzare l’ossequioso
realismo, la vile accettazione del tempo attuale come realtà inemendabile,
immodificabile.
Il tempo in cui vivi
ti è entrato dentro. Fin nel punto più nascosto dell’Io.
Dove, intimamente
segregato, scalpita un noi.
Ma tu affermi
orgoglioso che non sei così.
No.
Tu non appartieni a
questo tempo di oligarchie ammiccanti. Del lasciateci fare.
Tu non sei pronto a
disinteressarti. A far finta di nulla.
La colpa non è tua.
Questa Italia senza
spina dorsale finirà. E lo farà nel peggiore dei modi.
Con la rabbia e la
vendetta tipica del suddito. Degli sciocchi.
Ma la verità è molto
peggio.
La verità è che
Arrampicare è diventato uno strumento per ovattare le tue urla.
Attraverso essa non
riesci più a far sgorgare la musica che hai nel cuore.
È un’anestetica
bastonata.
È quel che è la fuga
per il codardo.
È una coperta per
soffocare una fiamma.
Cerchi il silenzio
non più la musica.
In quanto tale, per
come la stai praticando, la scalata è diventata uno strumento in più concesso a questa realtà per affermarsi, per metterti
da parte; di dominare, di imporsi, di legittimare l’ingiusto.
Lo avresti mai detto?
Proprio tu.
Quello della “portata emotiva della scalata”.
Quello della “vocazione antiadattiva dell’arrampicata”.
E invece…
Eccoti in fila (pur
mosso dalle più nobili intenzioni), ingranaggio ben oliato e ingenuo di una
macrodinamica autoritaria; parte integrante dell’ebete adattamento alle logiche
di produzione e consumo.
Pensavi di esserne tagliato
fuori?
Un ribelle in meno al
fronte è un’arma in più per loro.
Perché il tuo
privilegiato, occidentale silenzio
interiore, come sempre, sono gli altri a pagarlo.
Perché per quanto
fisicamente attiva, anche la tua è ignavia. Ed è peggiore di quella figlia
della sottocultura.
Al pari dei goffi sessantottini
tramutatisi in disincantati nichilisti aderenti all’esistente, anch’essa si
autoproclama aprioristicamente da una posizione di superiorità morale, di
fedina etica pulita, di irriverente schernimento dell’altro.
E ti unisce al loro dramma alimentando l'esistente. Quel che di
paranoico rimane della loro opposizione, i cocci della loro dissidenza, li
scagliano in rigurgito contro i nostri nuovi sogni. Di chi, con tutti i suoi limiti,
onestamente, con gioia, ci prova. Non si sottrae al confronto.
Tu fai il loro
gioco.
È indifferenza.
È starsene lì, al
riparo, a pensare ai tiri, a scalare ogni weekend, a parlare di progetti…mentre
fuori l’Italia dell’hashtag e della
graduale soppressione dei diritti dilaga senza argini. Senza controllo. Libera.
Con una potenza di fuoco e propaganda mediatica senza precedenti nella storia.
Democrazia intesa
come artefatto gioco di simulazione della procedura elettorale.
Recita identitaria
delle fazioni opposte. Che litigano sulle questioni secondarie ma sono
sovrapponibili sulle scelte autoritarie e di riduzione di sovranità. Semplificazioni
e simulacri.
Presto sarà il trionfo
del disordine dei contenuti, del genocidio culturale. Di bulimia informativa e
obesità intellettuale. Feticizzazione dell’istante utilitaristico e nulla più.
Mentre fuori, la tua
famiglia, i tuoi amici, la tua compagna, i tuoi stessi figli, pagano il prezzo
delle tue paure e della tua pigrizia.
Del tuo voler far
tacere gli ammonimenti delle tue responsabilità.
Altro che silenzio interiore.
Sei un disertore, un
traditore.
Tutti hanno mostri
dentro.
Tutti sono lasciati
da soli in questo sputo di vita.
Ma almeno non
scappano a scalare appena possono.
Rimozioni,
scorciatoie, sacrifici atletici, semplificazioni argomentative: altro non sono
che svicolamenti verso una esistenza che credi (e speri) più piena, ma che
altro non potrà essere se non lo schiacciamento della tua vita in un presente
eternizzato. Della quale ti stancherai. Perché appenderti ogni week end ad uno
spit non consuma solo la corda. Consuma la gioia.
È un pericolo che
finisce per chiamare in causa lo stesso pensiero libero.
Questa meravigliosa
ricerca della perfezione del gesto portata ai limiti estremi ha condotto te a
spegnere la tua voglia di novità.
Ha alimentato e dato
corpo all’inappetenza intellettuale.
L’amore per
l’arrampicata è ben altro.
E allora ne verremo
fuori solo con la lotta iconoclasta.
Distruggere immagini,
icone, smettere di guardare ai tiri come reliquie sacre.
Altro non sono che
espressioni pagane dell’amore per la scalata.
In pratica tu scali
su quella roba lì. Non sulla pietra.
Ne sei schiavo e allo
stesso tempo te ne nutri.
Arrampicare così non ci renderà meno schiavi.
Riscoprirci curiosi e
coraggiosi. Percorrere l’ignoto. Tornare all’essenza attraverso un momento
purificatorio. Epifanico. Afferrare l’ispirazione. Questo regala l'arrampicata. Prova a negarlo.
Creare le condizioni
intellettuali, attraverso l’ispirazione, per rompere la gabbia. Non lottare per
ottenere vantaggi, garanzie e silenzi
interiori all’interno di quella gabbia.
Un salario più alto non ci renderà meno schiavi.
Perchè non potrà mai esserci
Io senza un Noi
