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È dura?
- Ma no... è una cazzata sono io che non mi tengo. Ti dico...
il gomito... poi ste scarpe nuove mi fanno stramale.
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Ma se non passo poi ci fai un altro giro?
Tirare davvero al limite. Senza preoccuparsi di ciò che sembra. Di ciò
che sembri. Senza sbirciare in giro ad ogni resting. Senza far finta di
fermarti a spazzolare le tacche. Perché il boulder del tiro te lo ricordi. Lo
sanno tutti. L’anno scorso c’hai passato una stagione appeso a quel singolo.
Che viene. Ma non in continuità.
Il bello è che tu credi che sia un problema di resistenza.
Perché guardi il dito. As usual.
Il problema è il ritmo. La scioltezza. La respirazione.
E il massimale puro.
Resistenza non significa niente.
Resistenza significa solo che il grado è farlocco.
Comunque: pace un cazzo.
‘Sti due idioti sono riusciti a piazzare il casino di una comitiva in
gita.
Hanno bollinato due tiri (ma in fondo non è che ti freghi molto. Fa
solo figo dirlo. Come quando eran tutti antiberlusconiani ma il nano prendeva
il 40% nel segreto delle urne. E nel segreto del becero interesse
particolaristico del singolo elettore);
urlano appesi al terzo spit; occupano il riscaldo. Hanno seminato robaccia in
giro. Scarpette da 130 euro, vestiti, cibo, magnesite.
Eppure potenziale c’è. Lo sai. Li vedi in palestra spalancare schiene
nude a favor di sguardi progestinici su ergonomiche zanche avvitate in tetto su
un baratro di soffici materassi blu.
Quasi fosse mare.
Come in sardegna.
Come la prima volta che hai fatto DWS. E hai capito un sacco di cose.
Che ami ancora scalare. Che ami ancora stare sulla pietra. Che è tutto
ciò che ti serve per esser contento.
E ora? Ora Sei ancora contento o è solo abitudine?
Ti rende soddisfatto.
Di più. Ti rende pulito.
Emotivamente incline alla purezza. Quella che si trova nelle cose semplici.
E nei grandi sforzi.
Assaporare letteralmente i momenti. Di comunione.
Con un tramonto, con il compagno, con un movimento.
La pietra.
Possibile che un elemento apparentemente inerte ti spinga così tanto incontro a quella parte di te che, non sai come sia possibile, ti manca.
Anche se l’hai conosciuta poco. Anche se ad oggi hai ancor troppo scarsa dimestichezza con l’onestà.
Ma tu ami questa roba qua.
È perché la ami che hai dovuto separartene.
Ma ne sei dovuto stare alla larga.
Non tanto da lei. Ma dal tessuto umano che ne era satellite.
Tu credevi che migliorare nel gesto fosse direttamente proporzionale alla consapevolezza di un amore.
Invece no.
Ti sei smarrito. Ci sta.
I labirinti son pieni di vicoli ciechi.
Così come le sequenze tentate a vista.
Ci sta. Datti tregua, assolviti.
Non è colpa tua, né degli altri.
È che questa vita è un casino e gronda disperazione e cupidigia.
E solitudine. Non c’è mai stata tanta solitudine come in quest’epoca di condivisione tecnologicamente assistita.
Non so se tu sei diverso dagli altri.
Ma so che sta roba qua tu la adori.
Perchè ti rende più che felice.
Ti rende soddisfatto.
E oggi come oggi trovami in giro qualcuno che possa dirsi tale.
(anche in arrampicata)
Tu quando scali palpiti, vibri.
E non c’è nulla che sia paragonabile a questo territorio di consapevolezza.
Di assenza di pensiero.
Di assenza di rumore. Senza scorie e senza pericoli.
Quelli veri. Quelli che ti inquinano dentro.
Ma come tutti luoghi sacri va difeso.
Vanno buttati fuori i mercanti dal tempio.
La gentaglia. I mistificatori.
A loro deve essere sottratta la tua meraviglia.
Perché te la macchiano. E tu devi difenderla. Devi difenderti.
Se ambisci alla gioia. Quella semplice.
Quella bella.
È difficile combattere.
Ma arrendersi, alla lunga, lo è di più.
Perdere nella scalata è seccante. Insopportabile alle volte.
Davanti a tutti peraltro.
Ma perdere la scalata è vera sconfitta. È solitudine.
Quella più profonda. Allontanamento da se stessi.
Si ok. Il grado. Migliorare. Essere forte.
Chiaro. Chi vuoi prendere per il culo?
Interessa a tutti.
Ma qui occorre ripartire dalle basi.
Dalla voglia di legarsi una corda in vita e stare in mezzo alla pietra.
Senza un senso. Senza un profitto.
Ma con l’ottica di un reale guadagno.
In termini concreti, beninteso: lucido assaporare la semplicità, comprendendo che tutto quel che ci serve per esser felici lo possediamo già.
Quel che manca è la volontà di mutare il nostro sguardo.
La nostra messa a fuoco.
Le priorità.
Perché ti bombardano, stuprandoti intellettualmente, che quella visione del mondo è l’unica possibile. Che è da folli cambiar prospettive.
E allora, come al solito, non resta da fare che l’unica cosa sensata:
disobbedire.
A queste logiche. A questi imperativi di un’epoca.
A queste false identità.
Noi siamo quel che amiamo.
