Starne
fuori per un po’.
Ti ha donato occhi nuovi.
Oppure un taglio più ampio allo
sguardo. Una nuova messa a fuoco.
Molto
più probabilmente ha rimosso quella zanzariera di balle su questo baratro
umano.
Tic,
nevrosi, invidie, scuse. E poi ancora scuse e scuse e ancora scuse. Ogni volta.
Ogni volta le stesse.
Quel
che ne è rimasto. Al netto di questa trebbiatura etica è il germoglio.
L’amore
per la pietra.
Che
non ti abbandonerà mai.
Perché
si, mi interessa chiudere tiri duri.
Ma
mi interessa ancor di più scalare per sempre.
E
poi noi, della libertà, infondo cosa ne facciamo?
E
dell’onestà?
Quanto
è dura, in termini di ripercussioni individualiste, la rielaborazione razionale
di un evento puramente imparziale? ammesso che sia possibile.
Assaporarne
lo strascico emotivo. Proiettarlo in orizzontale.
Affinchè
nel nostro quotidiano scivolare sulle cose importanti noi si possa modifcare –
una molecola alla volta - la struttura collosa e maleodorante di questa società
inerte. Un embrione di azione risorgimentale. A partire dal nostro cervello.
Dal nostro metro quadro di onestà.
Se
ne siamo in grado.
Ma
non lo siamo.
E
non lo saremo a lungo.
Basta
prestare bene attenzione alle palle che ogni weekend ci raccontiamo appesi ai
tiri.
Ricordi
quel che ci si diceva agli inizi no?
Che
bello arrampicare.
Non
ci son scuse, né conflitti. Solo verità.
Nessuno
può cagare il cazzo se era fuorigioco o no.
O
passi
O
non passi.
Poche
stronzate.
E
invece no.
Cosa
si è innestato su queste capisaldi?
La
verità è che si finisce per far l’abitudine a tutto. Anche alla desolazione.
Mai
tanta competizione in uno sport così individuale.
Mai
tante scuse in un'attività tanto cristallina.
Mai
tante giustificazioni innanzi a tanto nulla.
Esser
liberi e a continuo contatto con se stessi
Implica
responsabilità.
E
delle palle di ghisa.
Guardare
il sole ad occhio nudo è dura.
Così
accade con le nostre derive egoiche innanzi alla verità. Che L’arrampicata ti
sputa in faccia.
Senza
attenuanti. E dunque nell’unico modo possibile.
Da
quando tutto ciò non è più una ricchezza?
Un’opportunità
di comprensione?
Da
quando è diventata un pericolo dal quale difendersi?
Cazzo.
Tu
non sei un oggetto senza volontà. Un elemento in balia delle circostanze.
Il
tuo ambiente culturale non ti giustifica.
Al
massimo “ti spiega”.
L’uomo
– chissà perché – se collocato in un gruppo alla fine tende ad uniformarsi alle
dinamiche in esso dominanti.
E
allora che fare?
Il
superamento definitivo delle contraddizioni. Allenarsi. Magari iniziando
proprio dal tuo arrampicare.
Una
piccola porticina su una vastità di meglio esistere.
Questo
atto di superema civiltà, di vera nobiltà, passa attraverso un lento e paziente
lavoro quotidiano
Di
riforma intellettuale e morale. Tesa unicamente a creare un uomo nuovo. Più
forte. Più resistente.
Più
Resistenza e più intransigenza.
Rinuncia
all’adattamento.
Mai
tanto necessari come in quest’epoca.
La
cultura narra di questi tempi attuali come realtà egemonica.
Ma
lo fa da prospettive che puzzano di privilegio.
Ognuno
di noi. Un passo alla volta. Grazie all’arrampicare.
Una
moltitudine, atomo per atomo, che si sottrae alla passività.
Non
solo e non tanto fisica e/o intellettuale.
Ma
della stessa volontà. In tutte le sue declinazioni.
Di
tollerare.
O
di non tollerare più.
Le
menzogne prima di tutto.
I
raggiri, lo scintillante luccichio di sterili abitudini urbane sottoprodotto di
un’erosione di valori.
Il
consumismo ha finito per consumarci.
E
allora allenarsi giù duro.
Scalare
fino a finire le forze, fino a finire la pelle, fino a finire le ore.
Perché
solo il sacrificio più primitivo e antichissimo consente l’incontro con se
stessi.
Perché
bisogna esaurirsi completamente per rifiorire in un nuovo io.
Più
Resistente.
Più
Onesto.
Che
i veri sostenitori dei regimi sono i deboli.
