lunedì 12 giugno 2017

Panorami di sè




Non è tanto il tiro in sé.
O l’averlo fatto in pochi giri.
Chiaro, c’entra il grado.
Ma quel che conta sul serio è essersi riconosciuti.
In quei pezzi di te. Che credevi disseminati in bilico fra i dubbi e le paure.
Che rimangono lì sottopelle. Ad affaticare.
A far di tutto per sgonfiare l’entusiasmo.
La fiducia nella stessa gioia che ti capita. E che infondo, sotto sotto, sai di meritare.
A vedere “alta probabilità” di dolore in tutto. Anche nella magia di uno sguardo che stende.
Tanto è primordiale. Da andare a toccarti lì, dove nascosto, provi a vivere davvero.
A non fidarti.
Ad aver conficcato dentro questo buio.
Ti caghi sotto.
Altro che luce negli occhi.
Tu semini immondizia.

Ma ieri però hai agganciato di nuovo l’essenza.
L’impalcatura su cui vuoi (ri)costruire il tuo esistere.
Esserti sentito nuovamente. Ed esserti sentito in parte nuovo.
Più completo. Su un percorso. E questo percorso è (in) te.
Che la gioia che si prova è profonda. E intensa.
Quando è condivisa.
Quando è pulita.

È rotonda.
Come un sorriso.
Come un abbraccio.
Non c’è possibilità di top rope nella vita. quella vera.
Quella che ti fa palpitare.
Risolutezza ad abbandonarsi. Oltre le protezioni.
Run out esistenziali. Vivere – e scalare – come viene
Senza protezioni, ma con fiducia nei propri istinti. l’ultima cosa a ricordarci di esser vivi.
Vivere – e scalare – senza la preoccupazione di quel che sembra.
Di chi osserva. In equilibrio sui giudizi, spingendo una tacca alla volta, un po’ più giù,
le paure che rendono statica la progressione, a scatti, preda di esitazioni, tastare una presa, tornar giù. Tastarla nuovamente. Spostare il piede. Poi rinunciare al movimento. Ad osare.
Rinunciare a fidarsi.
Dimenticandosi, una volta di più, che scalare – e vivere – sono prospettive.
Messe a fuoco sui propri destini più intimi. Che possono germogliare.
Farsi bloccare. E rimanere lì, appeso alle inquietudini.
Al rammarico.

Stavolta però è diverso.
Stavolta è di più.
Corde in catena, tallonate. Incastri.
Poserate. Necessarie, beninteso.
Tre blocchi sul 6B/C a spezzare il ritmo e il fiato su un tiro intorno al 7b in marcato strapiombo.
Un capolavoro. Tutto naturale.
Aver scalato solido.
Di testa e di tensione corporea.
Una tavola.
Respirare forte. Scalare veloce.
Preciso.
Nel silenzio.

Stavolta è di più.
La gioia, quando condivisa, esplode.
Colora, ammanta i ricordi. Intere giornate. Un soffice velo di pulizia e semplicità.
Che è esattamente tutto quello che desideravi.
Che ti ha fatto amare la pietra dal primo momento.
In un modo che mai avresti creduto possibile.
E ieri te ne sei ricordato.
Perché è veduta su una possibile esistenza.
Un panorama di possibili te stesso.

Non sai cosa accadrà né cosa ne sarà di tutto questo.
Ma ti sei riconosciuto. Al di la delle definizioni, dei giudizi,
delle paure e dei passi indietro.
Che indietro, poi, non erano affatto.
Perché hai fatto fatica a tirartene fuori.
Da certe dinamiche. Da tanta sterilità. Da tanta monotonia.
Hai difeso l’anima della tua arrampicata.
Le hai fatto scudo col cuore. Con la carne.
Col dolore. Con i silenzi.

Con la paura di rimaner solo.
E avevi ragione tu.
Perché la ami talmente tanto da tenerla stretta a te, e vedertela macchiare così, ogni fottuto weekend, senza rispetto, con troppa furbizia, troppa avidità, scarso interesse all’altro, all’ascolto,
al desiderio di stare assieme, alla fine aveva finito per rompere qualcosa in te.
Perché quello non è scalare. Quella è solo un’altra abitudine. Destinata ad appassire.
Che un fiore lasciato morire puzza più della merda.
Uno dei tanti naufraghi nella palude delle esitazioni.
In cui nuotano solo pesci morti.

Noi, dentro, abbiamo la musica.
E quando entra in risonanza con il tutto diventa nettare di vita.
Perché fra i boschi. Fra i massi. Nella sensazione di esser solo.
Negli allenamenti al freddo. Da solo.
Nei libri. Nelle passeggiate. Da solo.
Nei sacrifici. Nei silenzi.
Nella lotta.
Nei dubbi.
Perché persino quando era tutto troppo affievolito per rimanerci aggrappato,
tu amavi. E hai continuato a farlo.
E non hai mai smesso.
E avevi ragione tu.

E ieri
quel qualcosa
te lo sei andato a riprendere.

Perché per te, il momento in cui sorridi,e sospiri di quiete,
con lo spirito completamente pieno. E  completamente vuoto.
Incastonato nel tempo della calata.
È tutto quel che conta.
È la verità. La prova che lei esiste. La prova che anche tu esisti. Che ne sei ancora in grado.
È la solennità di un momento. Del suo candore.
È sfiorare il divino e tornare a galla. Andare sul tiro entrando nel profondo di te.
Prendere a calci l'anima se necessario.
Allontanandosi dai rituali di un’esistenza ancora troppo intrappolata dentro te.
ma che sta montando, forte, lo senti. Che spezzarà le inibizioni.

Perché è nell’attesa il peso specifico della gioia.
Perché l’unica condanna che ci può redimere
È esser prigionieri del presente.