Non è tanto il tiro in sé.
O l’averlo fatto in pochi giri.
Chiaro, c’entra il grado.
Ma quel che conta sul serio è essersi
riconosciuti.
In quei pezzi di te. Che credevi
disseminati in bilico fra i dubbi e le paure.
Che rimangono lì sottopelle. Ad
affaticare.
A far di tutto per sgonfiare
l’entusiasmo.
La fiducia nella stessa gioia che ti
capita. E che infondo, sotto sotto, sai di meritare.
A vedere “alta probabilità” di dolore in
tutto. Anche nella magia di uno sguardo che stende.
Tanto è primordiale. Da andare a toccarti
lì, dove nascosto, provi a vivere davvero.
A non fidarti.
Ad aver conficcato dentro questo buio.
Ti caghi sotto.
Altro che luce negli occhi.
Tu semini immondizia.
Ma ieri però hai agganciato di nuovo
l’essenza.
L’impalcatura su cui vuoi (ri)costruire
il tuo esistere.
Esserti sentito nuovamente. Ed esserti
sentito in parte nuovo.
Più completo. Su un percorso. E questo
percorso è (in) te.
Che la gioia che si prova è profonda. E
intensa.
Quando è condivisa.
Quando è pulita.
È rotonda.
Come un sorriso.
Come un abbraccio.
Non c’è possibilità di top rope nella
vita. quella vera.
Quella che ti fa palpitare.
Risolutezza ad abbandonarsi. Oltre le
protezioni.
Run out esistenziali. Vivere – e scalare
– come viene
Senza protezioni, ma con fiducia nei
propri istinti. l’ultima cosa a ricordarci di esser vivi.
Vivere – e scalare – senza la
preoccupazione di quel che sembra.
Di chi osserva. In equilibrio sui
giudizi, spingendo una tacca alla volta, un po’ più giù,
le paure che rendono statica la
progressione, a scatti, preda di esitazioni, tastare una presa, tornar giù.
Tastarla nuovamente. Spostare il piede. Poi rinunciare al movimento. Ad osare.
Rinunciare a fidarsi.
Dimenticandosi, una volta di più, che
scalare – e vivere – sono prospettive.
Messe a fuoco sui propri destini più
intimi. Che possono germogliare.
Farsi bloccare. E rimanere lì, appeso
alle inquietudini.
Al rammarico.
Stavolta però è diverso.
Stavolta è di più.
Corde in catena, tallonate. Incastri.
Poserate. Necessarie, beninteso.
Tre blocchi sul 6B/C a spezzare il ritmo
e il fiato su un tiro intorno al 7b in marcato strapiombo.
Un capolavoro. Tutto naturale.
Aver scalato solido.
Di testa e di tensione corporea.
Una tavola.
Respirare forte. Scalare veloce.
Preciso.
Nel silenzio.
Stavolta è di più.
La gioia, quando condivisa, esplode.
Colora, ammanta i ricordi. Intere
giornate. Un soffice velo di pulizia e semplicità.
Che è esattamente tutto quello che
desideravi.
Che ti ha fatto amare la pietra dal primo
momento.
In un modo che mai avresti creduto
possibile.
E ieri te ne sei ricordato.
Perché è veduta su una possibile
esistenza.
Un panorama di possibili te stesso.
Non sai cosa accadrà né cosa ne sarà di
tutto questo.
Ma ti sei riconosciuto. Al di la delle
definizioni, dei giudizi,
delle paure e dei passi indietro.
Che indietro, poi, non erano affatto.
Perché hai fatto fatica a tirartene
fuori.
Da certe dinamiche. Da tanta sterilità.
Da tanta monotonia.
Hai difeso l’anima della tua arrampicata.
Le hai fatto scudo col cuore. Con la
carne.
Col dolore. Con i silenzi.
Con la paura di rimaner solo.
E avevi ragione tu.
Perché la ami talmente tanto da tenerla
stretta a te, e vedertela macchiare così, ogni fottuto weekend, senza rispetto,
con troppa furbizia, troppa avidità, scarso interesse all’altro, all’ascolto,
al desiderio di stare assieme, alla fine
aveva finito per rompere qualcosa in te.
Perché quello non è scalare. Quella è
solo un’altra abitudine. Destinata ad appassire.
Che un fiore lasciato morire puzza più
della merda.
Uno dei tanti naufraghi nella palude delle
esitazioni.
In cui nuotano solo pesci morti.
Noi, dentro, abbiamo la musica.
E quando entra in risonanza con il tutto
diventa nettare di vita.
Perché fra i boschi. Fra i massi. Nella
sensazione di esser solo.
Negli allenamenti al freddo. Da solo.
Nei libri. Nelle passeggiate. Da solo.
Nei sacrifici. Nei silenzi.
Nella lotta.
Nei dubbi.
Perché persino quando era tutto troppo
affievolito per rimanerci aggrappato,
tu amavi. E hai continuato a farlo.
E non hai mai smesso.
E avevi ragione tu.
E ieri
quel qualcosa
te lo sei andato a riprendere.
Perché per te, il momento in cui sorridi,e sospiri di quiete,
con lo spirito completamente pieno.
E completamente vuoto.
Incastonato nel tempo della calata.
È tutto quel che conta.
È la verità. La prova che lei esiste. La
prova che anche tu esisti. Che ne sei ancora in grado.
È la solennità di un momento. Del suo
candore.
È sfiorare il divino e tornare a galla. Andare
sul tiro entrando nel profondo di te.
Prendere a calci l'anima se necessario.
Allontanandosi dai rituali di
un’esistenza ancora troppo intrappolata dentro te.
ma che sta montando, forte, lo senti. Che
spezzarà le inibizioni.
Perché è nell’attesa il peso specifico
della gioia.
È esser prigionieri del presente.
