Ci risiamo. Gli stessi errori.
Perché sei drammaticamente normale.
E non l’ometto
tutto speciale della mamma.
Oggettivazione dell’Io e ideali di
riferimento.
Una corsa autoreferenziale senza
direzioni. Ciclica.
Quindi senza orizzonti.
L’arrampicata è totalizzante. E in un
certo senso è bello che sia così.
È la tua difesa. L’info point su te stesso.
Finchè ti da ordine, lucidità.
Autodisciplina.
Esserci diventa poter essere.
Senza mappe o tabelle ma ben incastonato
in un nuovo territorio concettuale.
Scongiurando adattamenti e diluendo il
proprio presente nel già futuro.
Lavorato veloce, a vista, qualche
progetto.
Tanti blocchi.
Viaggiare il più possibile.
È quando senti che fermenti che non va
più bene.
Quando senti puzza di stantìo.
Dei medesimi errori. Delle stesse
frustrazioni che ti hanno portato a starne
alla larga. Da certi ambienti. Dalle loro
condanne.
Ma stavolta sei tu quello immobile.
Eri a posto. Eri pronto.
Avevi riniziato con pulizia.
Cosa cazzo è successo?
Hai anche alzato il livello.
Cosa cazzo è successo?
In realtà lo sai già.
Ma non vuoi dirtelo.
Non hai le palle.
Non solo a saltare le rinviate.
A lanciare ad una tacca.
A sgradare un tiro.
A dire la verità.
A defatalizzare. A mostrare l’esistente
diverso da come è.
Essere “rivoluzionario”.
E invece, ossequiosamente, sei in coda
anche tu.
Incapace di autodeterminazione. Salvo poi
pontificare.
O lamentartene. Che è peggio.
È proprio quando incespichi nel vivere
che l’esistenza
Ti riserva delle belle sicure statiche da
spremuta di palle e caviglie esplose.
Perché ti distrai.
In realtà lo sai già.
Ma non vuoi dirtelo.
E, a peggiorare le cose, sei troppo
severo.
E ti cachi sotto.
Questa determinazione aprioristica
diventerà la tua condanna.
La verità non è tanto che delle tue
insicurezze tu faccia cattivo uso.
Non c’è nulla di male nell’esser deboli.
Nell’esser autenticamente fragili.
Nell’esser meno di quel che si credeva.
Ci reputiamo meglio di quel che siamo. Da
sempre.
Aridi di slanci.
Sterili di stupori.
Restii all’iniziativa. Di maggior
comprensione. Di elevazione intellettuale.
Inerzia e accidia. Vanità e superbia.
Combo letale.
La verità è che non può definirti l’arrampicata.
È un vicolo cieco. Non se ne esce. E poi
non basta mai.
Perché c’è la vanità, il grado, i mezzi
gradi, i timori, le delusioni. Il testosterone.
Così come non può farlo il lavoro, il
ruolo sociale, il tenore reddituale.
Una persona è definita da come assapora
la vita, il suo dipanarsi fra i respiri.
Da come ride. Da come piange.
Se riesce a parlare con i bambini. Con
gli anziani.
Con i genitori. Senza sottintesi.
Se riesce a non dover sedurre a tutti i
costi.
Se si scopre a sorridere, da solo. E
senza motivo.
Solo per gratitudine di un particolare
momento. Che passa, accarezza l’anima, e scivola via.
Senza desiderio di possesso.
Se riesci a lasciar andar via un amico.
Una donna. Una speranza.
Senza recriminare. Senza rimpianto.
Senza troppa rigidità verso te stesso.
Se riesci a far l’amore come viene.
Se della gioia conservi il calore, e non
la distanza.
Se davanti ad un bosco che si distende al
tramonto
sei ancora capace di vibrare. Alle soglie
della commozione.
Che davanti a della roccia arancione
vibri ancora.
Con gioiosa impazienza.
Senza desiderio.
Solo amore.
Perché questa è la verità razza di
idiota:
senza
amore la volontà, da sola, non basta.
Spogliarsi del superfluo.
Persino del lavoro se necessario. Delle
sue scorie
Nichiliste e ciniche. Pragmatismo un
cazzo, qui si parla
Del significato stesso di felicità. E
quindi di vita.
Accettare tutto. Ma davvero tutto.
Qualunque cosa accada.
Come forma d’amore antica e primordiale.
Religiosità vera. Poiché dinamica. Poiché
concreta.
Poiché lontana da templi e mercanti.
Poiché naturale. E in quanto tale atto autentico di dissenso
All’impronta collettiva di consumo e produzione.
Ai naufragi di questa epoca.
Di decadimento di valori.
E cosa accadrebbe se ti infortunassi?
Ma sul serio.
Non una puleggia o un tendine ogni anno e
mezzo.
Se non potessi più? Se fossi costretto ad
allontanartene?
A tornare te. a smarrirti dove dovresti
realizzarti.
Sei alla deriva.
Come gran parte della gente là fuori.
Cosa credevi?
Che in una elegante fluidità su roccia ci
fossero delle risposte alle tue domande.
Alle tue ansie. Ai tuoi incubi.
Quella è solo la forma di gioia per te
più indovinata.
Ed è già abbastanza.
Per cui rimanici aggrappato per l’amor di
Dio.
E non muoverti.
Non ora.
Non fare altro perché non sei pronto per
altro.
Non hai il grado.
Altro che condizioni.
Qua è un casino.
Sta fermo. Qui si parla di massimale puro
alla vita
E assenza di protezioni in caso di
caduta.
Non esistono trazioni per la lucidità.
Esiste solo la rinuncia alle volgarità.
Che alcuni boulder della vita sono di
potenza.
Ma molti altri sono di puro equilibrio.
Come su granito.
E infondo sono i più belli. 7A expo con
passo in alto.
E bisogna respirare. Star calmi. Aver
fiducia.
Nelle sensazioni. Nelle proprie
risoluzioni. Nell’idea stessa di se.
Dosando pressioni e spostamenti.
Sfiorare la verità e tornare alla stasi.
Sbuffar via le paure.
Buttar su i piedi e saltare sopra a
questa nuova opportunità.
Di comprensione.
Di sacrificio e incontro con il sublime.
Di Esserci come territorio di poter essere.
