mercoledì 24 maggio 2017

Responsabilità etica e comprensione a posteriori


Ci risiamo. Gli stessi errori.
Perché sei drammaticamente normale.
E non l’ometto tutto speciale della mamma.
Oggettivazione dell’Io e ideali di riferimento.
Una corsa autoreferenziale senza direzioni. Ciclica.
Quindi senza orizzonti.

L’arrampicata è totalizzante. E in un certo senso è bello che sia così.
È la tua difesa. L’info point su te stesso.
Finchè ti da ordine, lucidità.
Autodisciplina.
Esserci diventa poter essere.
Senza mappe o tabelle ma ben incastonato in un nuovo territorio concettuale.
Scongiurando adattamenti e diluendo il proprio presente nel già futuro.

Lavorato veloce, a vista, qualche progetto.
Tanti blocchi.
Viaggiare il più possibile.
È quando senti che fermenti che non va più bene.
Quando senti puzza di stantìo.
Dei medesimi errori. Delle stesse frustrazioni che ti hanno portato a starne
alla larga. Da certi ambienti. Dalle loro condanne.
Ma stavolta sei tu quello immobile.

Eri a posto. Eri pronto.
Avevi riniziato con pulizia.
Cosa cazzo è successo?
Hai anche alzato il livello.
Cosa cazzo è successo?

In realtà lo sai già.
Ma non vuoi dirtelo.
Non hai le palle.
Non solo a saltare le rinviate.
A lanciare ad una tacca.
A sgradare un tiro.
A dire la verità.
A defatalizzare. A mostrare l’esistente diverso da come è.
Essere “rivoluzionario”.
E invece, ossequiosamente, sei in coda anche tu.
Incapace di autodeterminazione. Salvo poi pontificare.
O lamentartene. Che è peggio.

È proprio quando incespichi nel vivere che l’esistenza
Ti riserva delle belle sicure statiche da spremuta di palle e caviglie esplose.
Perché ti distrai.
In realtà lo sai già.
Ma non vuoi dirtelo.
E, a peggiorare le cose, sei troppo severo.
E ti cachi sotto.
Questa determinazione aprioristica diventerà la tua condanna.

La verità non è tanto che delle tue insicurezze tu faccia cattivo uso.
Non c’è nulla di male nell’esser deboli. Nell’esser autenticamente fragili.
Nell’esser meno di quel che si credeva.
Ci reputiamo meglio di quel che siamo. Da sempre.
Aridi di slanci.
Sterili di stupori.
Restii all’iniziativa. Di maggior comprensione. Di elevazione intellettuale.
Inerzia e accidia. Vanità e superbia.
Combo letale.

La verità è che non può definirti l’arrampicata.
È un vicolo cieco. Non se ne esce. E poi non basta mai.
Perché c’è la vanità, il grado, i mezzi gradi, i timori, le delusioni. Il testosterone.
Così come non può farlo il lavoro, il ruolo sociale, il tenore reddituale.

Una persona è definita da come assapora la vita, il suo dipanarsi fra i respiri.
Da come ride. Da come piange.
Se riesce a parlare con i bambini. Con gli anziani.
Con i genitori. Senza sottintesi.
Se riesce a non dover sedurre a tutti i costi.
Se si scopre a sorridere, da solo. E senza motivo.
Solo per gratitudine di un particolare momento. Che passa, accarezza l’anima, e scivola via.
Senza desiderio di possesso.
Se riesci a lasciar andar via un amico. Una donna. Una speranza.
Senza recriminare. Senza rimpianto.
Senza troppa rigidità verso te stesso.
Se riesci a far l’amore come viene.
Se della gioia conservi il calore, e non la distanza.
Se davanti ad un bosco che si distende al tramonto
sei ancora capace di vibrare. Alle soglie della commozione.
Che davanti a della roccia arancione vibri ancora.
Con gioiosa impazienza.
Senza desiderio.
Solo amore.

Perché questa è la verità razza di idiota:
senza amore la volontà, da sola, non basta.

Spogliarsi del superfluo.
Persino del lavoro se necessario. Delle sue scorie
Nichiliste e ciniche. Pragmatismo un cazzo, qui si parla
Del significato stesso di felicità. E quindi di vita.
Accettare tutto. Ma davvero tutto. Qualunque cosa accada.
Come forma d’amore antica e primordiale.
Religiosità vera. Poiché dinamica. Poiché concreta.
Poiché lontana da templi e mercanti.
Poiché naturale. E in quanto tale atto autentico di dissenso
All’impronta collettiva di consumo  e produzione.
Ai naufragi di questa epoca.
Di decadimento di valori.

E cosa accadrebbe se ti infortunassi?
Ma sul serio.
Non una puleggia o un tendine ogni anno e mezzo.
Se non potessi più? Se fossi costretto ad allontanartene?
A tornare te. a smarrirti dove dovresti realizzarti.

Sei alla deriva.
Come gran parte della gente là fuori.
Cosa credevi?
Che in una elegante fluidità su roccia ci fossero delle risposte alle tue domande.
Alle tue ansie. Ai tuoi incubi.
Quella è solo la forma di gioia per te più indovinata.
Ed è già abbastanza.
Per cui rimanici aggrappato per l’amor di Dio.
E non muoverti.
Non ora.
Non fare altro perché non sei pronto per altro.
Non hai il grado.
Altro che condizioni.
Qua è un casino.
Sta fermo. Qui si parla di massimale puro alla vita
E assenza di protezioni in caso di caduta.

Non esistono trazioni per la lucidità.
Esiste solo la rinuncia alle volgarità.
Che alcuni boulder della vita sono di potenza.
Ma molti altri sono di puro equilibrio. Come su granito.
E infondo sono i più belli. 7A expo con passo in alto.
E bisogna respirare. Star calmi. Aver fiducia.
Nelle sensazioni. Nelle proprie risoluzioni. Nell’idea stessa di se.
Dosando pressioni e spostamenti.
Sfiorare la verità e tornare alla stasi.
Sbuffar via le paure.
Buttar su i piedi e saltare sopra a questa nuova opportunità.
Di comprensione.
Di consapevolezza.
Di sacrificio e incontro con il sublime.

Di Esserci come territorio di poter essere.