giovedì 8 febbraio 2018

Aderenza storica




La mano non si apre.
Nessuno sa come andrà.
Se la recupererai.
È solo la tua volontà che ti fa suonare ancora. scalare di nuovo. Arcuare e pinzare.
Ignorando i dolori. Ignorando i crampi. Ignorando le paure. Ignorando approvazione e disapprovazione.
Ogni tanto però non ce la fai a fingere.
Ti distrai un attimo e ti si legge in faccia il terrore.
La paura. La tristezza. Il rammarico e tutta quella rabbia.
I più sciocchi credono che sia un problema di grado perso.
Nessuno ha idea della vertigine che ti porti dentro. Dell’incognita.
Profonda e conficcata dentro quanto un interrogativo totalizzante. Perché questo è.
Tutta la tua vita ruota attorno a queste sensazioni in questi giorni.
Nessuno sa dirti nulla.
Né potrebbero farlo.
Faremo una risonanza. Un TAC. Altri ospedali.
Altri medici.
Altra angoscia.

E poi, sul più bello, viene fuori che ti lamenti.
Gente che alla prima infiammazioncina all’anulare caca il cazzo per settimane
dice che però tu ti lamenti.
Gente che piagnucola perché le scarpe nuove son troppo strette dice che tu ti lamenti.
Che devi esser più positivo.
Che non devi farne una tragedia.
Piscialletto che fan gli eroi con le paure altrui.
Adoro i climber.
Questa  antropologica incapacità di obiettare avverso le puttanate autoassolutorie.
Il bello è che è proprio l’esser stato eroicamente positivo
che ha fatto in modo che tu non impazzissi in questi mesi.
Di grandi interrogativi.
Di grandi gioie, di grandi paure.
Che il bacino brucia ancora.
E questa mano è ancora deforme.
Non piega. Non si apre.
E nessuno sa dirmi cosa accadrà. Se la recupereremo.
A me basta solo sapere se posso crederci o mettermela via. Zippa e archivia. #ciaone.
Tutto qui, banalmente.
Sticazzi del grado, del livello, di voler tornare subito in forma.
Puttanate.
Piuttosto:
se la gente vede questi desideri in te
Mi farei delle domande su ciò che di te trapela. Ciò che mostri.
Quanto ti si è incrostata la maschera che avevi indosso.
Pirandello c’ha vinto il nobel con sta roba.

Ti caghi sotto.
Ogni mattina che ti svegli e la massaggi. E la apri. E la spalmi.
Ma nulla. E lei non vuol saperne di avere una forma normale.
Ok. Magari fra tre mesi sarà tutto ok. O magari no.
Ma ora ti caghi sotto.
Hai una paura fottuta. Perché non sai come andrà.
E hai tutto il diritto e tutte le ragioni di stare così.
È giusto.
E Sarebbe giusto, anche se fosse sbagliato.
Perché sei umano. Perché non sei un eroe. Perché non hai idea di come
Ci si muova emotivamente e operativamente in queste situazioni.
Perché queste cose capitano. E ugualmente capitano le reazioni nelle quali si scivola.
Che puoi modificare. Ma non puoi imporre a te stesso di non provare.
Perché sei debole. Come tutti. Nella vita come in strapiombo.

Però non molli. Fra le lacrime.
Fra il dolore fisico, al petto, quando ti è stata sputata in faccia, brutale, la scelta.
esserti sentito un peso.
Sentirti tale anche ora. Per gli amici. Per chi scala con te.
Aver la sensazione che intorno a te (proprio ora che inizia la parte più difficile)
I tuoi amici ne abbiano piene le palle.
Perché finchè non ci si passa nessuno ha idea di quanto profondo
Possa essere il baratro di un’incognita.

Ti stai andando a riprendere le tue cose.
Con la rabbia.
Da solo.
Perché Sei solo.
Proprio ora che avresti bisogno di essere rassicurato. Di un abbraccio.
Di una pacca sulla spalla. Di qualcuno che creda in te e ti rassicuri.
Il vuoto.
Senti la lontananza.

Ma prima accetti questa condizione. La solitudine.
Meglio sarà. Così ti ha detto Z.
E così è.
Ci son momenti che devono essere vissuti in silenzio. in ritiro
Da Soli.
Perché sono solenni.

Smettere di parlare.
mettersi su un’altra maschera.
Sorridere.
Bomba man. Tutto ok man. A muerte. Torniamo a spalancare
E dentro dribblare il panico, l’ansia, le lacrime strozzarle in gola.
Aleduro boss. Passeggio i tiri anche senza una mano!
E non poter dire un cazzo. Sennò ti lamenti. Sennò Sei pessimista.
Dai fastidio.
Duro man. Blocco monobraccio. Arcuo tutto lo stesso
Ma tutto questo terrore in sottinteso è una fottuta condanna.
A te non frega un cazzo se tornerai o no sul 8. Sovrastrutture che stavano per ucciderti.
A te interessa sapere se puoi tornare a sperare o no.
Perché di questi quattro mesi le crepe e gli scricchiolii
Sono diventati elementi strutturali di un nuovo percepire.

Il momento è arrivato.
La consapevolezza.
Sii combattente.
Resisti.
Nasconditi.

La fisioterapista è stata limpida. Netta e ferma.
Non fare cazzate. Il corpo non è quello di quattro mesi fa.
Non avendo usato nulla il tuo cervello manda input che il fisico non può sopportare.
E poi la mano dobbiamo ancora capire che margine ha di recupero.
Doppia operazione. Tre mesi di immobilizzazione.

F mi guarda. Deve aver capito. Non mi giudica.
Mi farà una sicura attenta e silenziosa. Sa che parto per chiuderlo.
Non c’ha neanche provato a dirmi di no. Deve leggermisi in faccia la mia risoluzione.
Parto per andare a riprendermi delle cose, è l’idea stessa che hai di te. di ciò che senti di essere.
non è solo la prima catena di un rinnovato mutilato scalare.
Il sole è oramai rosa, alla nostra altezza. Sull’acqua. Riflessi d’argento a colorare questa distesa blu che si affaccia Fino All’orizzonte. Come le mie attese di questi mesi infiniti. Con i desideri che arrivavano fin laggiù. Al limite dell’orizzonte di un’esistenza  sospesa.
Dove vorresti che iniziasse la speranza. E in un certo senso si acquieta il dolore. La solitudine.
Su di noi il vento salta dal promontorio e si tuffa 50m più sotto. Insieme ai miei dubbi. Portandoseli via. Come mia nipote. Quando mi strappa dalle mani qualcosa e vuol farsi rincorrere. Ridendo. Felice.
Forse questo sarò.
Se saprò aspettare.
Mi cala.
Mi vede piangere.
Non dice nulla.

Fino all’altro ieri avevo sei viti in mano. Ed un futuro tuttora sospeso.
Non scalo da mesi. Il fisico è crollato.
Senza braccia. Senza calli. Senza petto.
Avambracci da impiegato postale.
Ho ceduto.
Ero completamente smarrito.
In balia degli errori.
Il sovraspinato sinistro urla vendetta.

Per l’amor del cielo non tirare.
So che tanto andrai a scalare anche se ti dico di no.
Per cui ti chiedo solo di non forzare. almeno quello. Fai cose facili.

7a.
In due giri.
Su sta roba mi ci scaldavo. Ok.
E Sei ancora qui che come un cazzone parli di gradi. Ok.
Fra le lacrime. Ma Per quel che c’è stato prima, non per il tiro.
Dopo  tutto questo dolore hai provato ancora i brividi.
Hai vibrato ancora.
Un’avventura da niente durata appena venti metri.
In cui però hai assaggiato il distillato della vita.

Dovevi farlo.
Perché certe cose dovevi andare a riprendertele.
Strapparle via a chi le ha sottratte.
Agli egoismi, alla vanità, all’indifferenza,
all’abbandono, alla volgarità di certi silenzi, di persone che credevi vicine,
alla bassezza morale di chi non credevi capace di sprofondare
tanto in basso in ossequio al proprio profitto esistenziale.
Che ora ti sputa in faccia rozzamente un nuovo ordine di cose.
Ti illudevi di esser passato oltre. Ma no.
Quella rabbia è lì. E rimarrà lì ancora per molto.
Forse per sempre.
Perché dolori tanto profondi e tanto intensi
Sono capaci di incrinare il tuo stesso asse di rotazione.
Ma tant’è.
Negarlo significherebbe esser ancora più piccoli facendo finta di esser ancora più grossi.

Ecco il mio vero terrore.
Non poter vibrare più.

Ecco il limite e la mia unica forza.
La risorsa che non mi ha mai abbandonato:
Io non ho speranza.
Io ho fede.