La mano non si apre.
Nessuno sa
come andrà.
Se la
recupererai.
È solo la
tua volontà che ti fa suonare ancora. scalare di nuovo. Arcuare e pinzare.
Ignorando i
dolori. Ignorando i crampi. Ignorando le paure. Ignorando approvazione e
disapprovazione.
Ogni tanto
però non ce la fai a fingere.
Ti distrai
un attimo e ti si legge in faccia il terrore.
La paura. La
tristezza. Il rammarico e tutta quella rabbia.
I più
sciocchi credono che sia un problema di grado perso.
Nessuno ha
idea della vertigine che ti porti dentro. Dell’incognita.
Profonda e
conficcata dentro quanto un interrogativo totalizzante. Perché questo è.
Tutta la tua
vita ruota attorno a queste sensazioni in questi giorni.
Nessuno sa
dirti nulla.
Né
potrebbero farlo.
Faremo una
risonanza. Un TAC. Altri ospedali.
Altri
medici.
Altra
angoscia.
E poi, sul più bello, viene fuori che ti lamenti.
Gente che
alla prima infiammazioncina all’anulare caca il cazzo per settimane
dice che
però tu ti lamenti.
Gente che
piagnucola perché le scarpe nuove son troppo strette dice che tu ti lamenti.
Che devi
esser più positivo.
Che non devi
farne una tragedia.
Piscialletto
che fan gli eroi con le paure altrui.
Adoro i
climber.
Questa antropologica incapacità di obiettare avverso
le puttanate autoassolutorie.
Il bello è
che è proprio l’esser stato eroicamente positivo
che ha fatto
in modo che tu non impazzissi in questi mesi.
Di grandi
interrogativi.
Di grandi
gioie, di grandi paure.
Che il
bacino brucia ancora.
E questa
mano è ancora deforme.
Non piega.
Non si apre.
E nessuno sa
dirmi cosa accadrà. Se la recupereremo.
A me basta
solo sapere se posso crederci o mettermela via. Zippa e archivia. #ciaone.
Tutto qui,
banalmente.
Sticazzi del
grado, del livello, di voler tornare subito in forma.
Puttanate.
Piuttosto:
se la gente
vede questi desideri in te
Mi farei
delle domande su ciò che di te trapela. Ciò che mostri.
Quanto ti si
è incrostata la maschera che avevi indosso.
Pirandello
c’ha vinto il nobel con sta roba.
Ti caghi
sotto.
Ogni mattina
che ti svegli e la massaggi. E la apri. E la spalmi.
Ma nulla. E
lei non vuol saperne di avere una forma normale.
Ok. Magari
fra tre mesi sarà tutto ok. O magari no.
Ma ora ti
caghi sotto.
Hai una
paura fottuta. Perché non sai come andrà.
E hai tutto
il diritto e tutte le ragioni di stare così.
È giusto.
E Sarebbe
giusto, anche se fosse sbagliato.
Perché sei
umano. Perché non sei un eroe. Perché non hai idea di come
Ci si muova
emotivamente e operativamente in queste situazioni.
Perché
queste cose capitano. E ugualmente capitano le reazioni nelle quali si scivola.
Che puoi
modificare. Ma non puoi imporre a te stesso di non provare.
Perché sei
debole. Come tutti. Nella vita come in strapiombo.
Però non
molli. Fra le lacrime.
Fra il
dolore fisico, al petto, quando ti è stata sputata in faccia, brutale, la
scelta.
esserti sentito un peso.
Sentirti
tale anche ora. Per gli amici. Per chi scala con te.
Aver la
sensazione che intorno a te (proprio ora che inizia la parte più difficile)
I tuoi amici
ne abbiano piene le palle.
Perché
finchè non ci si passa nessuno ha idea di quanto profondo
Possa essere
il baratro di un’incognita.
Ti stai
andando a riprendere le tue cose.
Con la
rabbia.
Da solo.
Perché Sei
solo.
Proprio ora
che avresti bisogno di essere rassicurato. Di un abbraccio.
Di una pacca
sulla spalla. Di qualcuno che creda in te e ti rassicuri.
Il vuoto.
Senti la
lontananza.
Ma prima
accetti questa condizione. La solitudine.
Meglio sarà.
Così ti ha detto Z.
E così è.
Ci son
momenti che devono essere vissuti in silenzio. in ritiro
Da Soli.
Perché sono
solenni.
Smettere di
parlare.
mettersi su
un’altra maschera.
Sorridere.
Bomba man. Tutto ok man. A muerte. Torniamo
a spalancare
E dentro
dribblare il panico, l’ansia, le lacrime strozzarle in gola.
Aleduro boss. Passeggio i tiri anche senza
una mano!
E non poter
dire un cazzo. Sennò ti lamenti. Sennò Sei pessimista.
Dai
fastidio.
Duro man. Blocco monobraccio. Arcuo tutto lo
stesso
Ma tutto
questo terrore in sottinteso è una fottuta condanna.
A te non
frega un cazzo se tornerai o no sul 8. Sovrastrutture che stavano per
ucciderti.
A te interessa
sapere se puoi tornare a sperare o no.
Perché di
questi quattro mesi le crepe e gli scricchiolii
Sono
diventati elementi strutturali di un nuovo percepire.
Il momento è
arrivato.
La
consapevolezza.
Sii
combattente.
Resisti.
Nasconditi.
La
fisioterapista è stata limpida. Netta e ferma.
Non fare cazzate. Il corpo non è quello di
quattro mesi fa.
Non avendo usato nulla il tuo cervello manda
input che il fisico non può sopportare.
E poi la mano dobbiamo ancora capire che
margine ha di recupero.
Doppia operazione. Tre mesi di
immobilizzazione.
F mi guarda.
Deve aver capito. Non mi giudica.
Mi farà una
sicura attenta e silenziosa. Sa che parto per chiuderlo.
Non c’ha
neanche provato a dirmi di no. Deve leggermisi in faccia la mia risoluzione.
Parto per
andare a riprendermi delle cose, è l’idea stessa che hai di te. di ciò che
senti di essere.
non è solo
la prima catena di un rinnovato mutilato scalare.
Il sole è
oramai rosa, alla nostra altezza. Sull’acqua. Riflessi d’argento a colorare
questa distesa blu che si affaccia Fino All’orizzonte. Come le mie attese di
questi mesi infiniti. Con i desideri che arrivavano fin laggiù. Al limite
dell’orizzonte di un’esistenza sospesa.
Dove
vorresti che iniziasse la speranza. E in un certo senso si acquieta il dolore.
La solitudine.
Su di noi il
vento salta dal promontorio e si tuffa 50m più sotto. Insieme ai miei dubbi.
Portandoseli via. Come mia nipote. Quando mi strappa dalle mani qualcosa e vuol
farsi rincorrere. Ridendo. Felice.
Forse questo
sarò.
Se saprò
aspettare.
Mi cala.
Mi vede
piangere.
Non dice
nulla.
Fino
all’altro ieri avevo sei viti in mano. Ed un futuro tuttora sospeso.
Non scalo da
mesi. Il fisico è crollato.
Senza
braccia. Senza calli. Senza petto.
Avambracci
da impiegato postale.
Ho ceduto.
Ero
completamente smarrito.
In balia
degli errori.
Il
sovraspinato sinistro urla vendetta.
Per l’amor del cielo non tirare.
So che tanto andrai a scalare anche se ti
dico di no.
Per cui ti chiedo solo di non forzare. almeno quello. Fai cose facili.
7a.
In due giri.
Su sta roba
mi ci scaldavo. Ok.
E Sei ancora
qui che come un cazzone parli di gradi. Ok.
Fra le
lacrime. Ma Per quel che c’è stato prima, non per il tiro.
Dopo tutto questo dolore hai provato ancora i
brividi.
Hai vibrato
ancora.
Un’avventura
da niente durata appena venti metri.
In cui però
hai assaggiato il distillato della vita.
Dovevi
farlo.
Perché certe
cose dovevi andare a riprendertele.
Strapparle
via a chi le ha sottratte.
Agli
egoismi, alla vanità, all’indifferenza,
all’abbandono,
alla volgarità di certi silenzi, di persone che credevi vicine,
alla
bassezza morale di chi non credevi capace di sprofondare
tanto in
basso in ossequio al proprio profitto esistenziale.
Che ora ti
sputa in faccia rozzamente un nuovo ordine di cose.
Ti illudevi
di esser passato oltre. Ma no.
Quella
rabbia è lì. E rimarrà lì ancora per molto.
Forse per
sempre.
Perché
dolori tanto profondi e tanto intensi
Sono capaci
di incrinare il tuo stesso asse di rotazione.
Ma tant’è.
Negarlo
significherebbe esser ancora più piccoli facendo finta di esser ancora più
grossi.
Ecco il mio
vero terrore.
Non poter
vibrare più.
Ecco il
limite e la mia unica forza.
Io non ho
speranza.
Io ho fede.
