Puoi seppellire sotto strati di vita il dolore.
Di inutili distrazioni. Farlo macerare.
E alla fine, nonostante i tuoi sforzi, ne distillerai soltanto rabbia.
Altrettanto inutile.
Mi muovevo così, in bilico fra il desiderio e l’inespresso,
aumentando, passo dopo passo, le distanze fra me e la mia parte più vera.
Ad oggi tuttavia ancora ignota in larga parte.
Ripensavo agli schiaffi della vita. a quanto sanno essere violenti.
A quanto si possa (e si debba) essere soli.
Come se fosse necessario. Sono le regole del gioco.
il mio interno stridore non era stato messo a tacere. Neanche da una giornata di sole in falesia.
Di rincorsa, in perenne affanno. Nel divario vuoto e incolmabile fra me e le mie aspettative.
Arrampicare avrebbe dovuto insegnarmi l’umiltà, a tacere, a lasciar andare. E ad amare.
E invece non ci riuscivo più. Il dolore era un groppo in gola costante.
Che ti impedisce di respirare. Di calmarti.
resettare tutto. Tutta la faccenda. Non solo la mia arrampicata.
Mi sono nascosto, ho perso vita celandomi dietro il senso del dovere.
Ho vissuto – vissuto davvero intendo – solo di sfuggita, e solo perché in rari casi l’amore era
Arrivato a bussare sino alle porte della mia anima.
Non che l’avessi cercato.
Mi interessava solo suonare. E scalare.
Un mucchio di fatica, esercizio ed abnegazione sotto cui seppellire ogni esigenza di fioritura.
Come se non meritassi nulla.
ho anche creduto che potesse andar bene così.
Essere perfetto per essere accettato.
È pur vero che mai nessuno ha creduto in me,
né io ho rivendicato un diritto primordiale in tal senso.
Quel che ho cercato era stordirmi.
Di volume, di pietra, di gradi.
Come se la vita la scheggiassi. senza decisione.
Ritraendo subito la mano, colpevole.
Un peccato originale poiché mai avvezzo all’autorealizzazione.
Ho sbagliato tutto. Ho sbagliato io. Solo io.
Meritiamo solo ciò che siamo in grado di difendere.
Dinamiche che tratteggiavano colpe. Di non fuggire. Di non reagire.
Di rimanere lì. Perché era giusto così. perché forse lo meritavo.
Come se infondo la confidenza legittimasse la mancanza di delicatezza.
Ho difeso quel poco di me che son riuscito a tenere insieme.
Ho realmente protetto me stesso adeguandomi?
Alle richieste, alle pressioni, alla cultura dominante e maschilista.
Machista.
Anche sulla pietra.
Forse davvero per essere felici c’è bisogno di aver tempo da perdere.
Rendere sacro il proprio privato. Il quotidiano.
Come la scalata appunto: occasione per poter ancora sorridere sereni.
In bilico fra Frenesia e frammentazione. Nuove istanze di identità.
Schivare Pollici e faccine. Anche 8a.nu è sempre più simile a un social.
Performance. spettacolarizzazione della scalata.
Abbiamo tolto di mezzo il mondo vero.
Abbiamo messo al suo posto un messaggio di potere.
Io non sono in grado.
Io non ce la faccio.
Io Precipito.
