A latere

Ciò che mi spaventa, oltre al fatto
che tutti scalano, è la risonanza
Narrativa che sembra tutti voglian darne. Della vita e dell'arrampicata.
Società di merci e performance. Un
mostro a due teste.
Non solo mettersi in vetrina. Ma
mettere in vetrina la prestazione, il risultato.
quanto si è cool.
Ciò che una volta era circoscritto
alla mobilitazione interna
Diviene ora descrizione. E nostro
malgrado non c’è realtà senza la sua descrizione.
la descrizione però sembra esser fine. non mezzo.
Non più resconto ma costruzione
del fatto.
L’arrampicata, sempre di più (come
la nostra stessa esistenza),
esiste perché la si comunica. Ciò che
abitiamo è un mondo comunicato.
Ma fino a che punto possiamo spingerci?
Sviliamo l’arrampicata e la vita
nella sua narrazione.
Sia chiaro, non è il solito anatema
vile e miope contro gli strumenti di comunicazione.
È la ricerca del consenso,
dell’accettazione. dell’adulazione in certi casi.
Vivere come di fronte ad una platea.
Vivere solo di fronte ad una
platea
(nel peggiore dei casi in cui mi sono
imbattuto nel recente passato).
Una vita di secondo grado, che si
esaurisce nella sua descrizione
Declassata.
Galleggiando nell’inautentico, senza
entrare in contatto con gli eventi,
anche e soprattutto nella loro portata
emotiva.
Questa è la vita, questa è la
politica, questa è persino l’arrampicata ora.
Non più, e non tanto, efficacia di senso.
quanto piuttosto efficacia persuasiva.
Questo sembra contare.
Non lo credevo possibile persino qui.
In questo territorio di gioia
sconfinata.
In verticale.
Aspetto il mio turno per partire sul
blocco.
La sala è piena.
Devo aspettare.
Perche A. si sta facendo fare un video.
Che poi finirà il giorno
Dopo su Instagram, sapientemente
montato (e tagliato) a dovere.
Ma io lo vedo provare questo blocco da
un mese.
Non c’è nulla di male.
Ciò che non mi torna è il mio non
riuscire a capire:
perché comunicarlo?
Vedo personali disperazioni.
Incontri di solitudini.
Linguaggi grossolani. Elementari.
Approssimativi.
Innanzi alla vastità di un io, di questo
noi.
Bassa considerazione di sé stessi e
dell’interlocutore.
Adesione viscerale, emotiva, a idee,
persone, cose in luogo di un percorso
Magari faticoso
Di rielaborazione razionale.
Diventando soggetti a-presenti delle
nostre esistenze. Del nostro arrampicare anche.
A latere.
Da questo non-luogo difficilmente
nasceranno moti antagonisti,
di riscatto esistenziale.
Solo personali baratri da cui, in
equilibrio fra finzione e necessità,
stare alla larga
barattando, giorno per giorno, anno
dopo anno,
l’amore con il profitto.
Aggirandosi all’interno della propria
vita come un sovrano spodestato.
Un vecchio disorientato e impaurito
Che sa di aver perso il controllo.
Che sa di sprofondare.
Tutto finirà per essere inservibile
alla propria gioia.
Perché della propria gioia non ci si
ricorda più com’è fatta.
Nella risonanza emotiva di un evento.
Anche se ben descritta nelle pagine dei
propri social.
Autoschedature che sanno di fascismi.
Adattamento passivo.
la fine di un'era. l'inizio di altro.
A. scende finalmente dal boulder. Non lo chiude, ma
non è duro.
Ha solo troppa urgenza edonistica.
Tocca a me.
Su sto blocco passeggio.
chiede se può farmi un video.
Tutta la mia morale è ora ridotta
all’osso.
vacillo.
Il punto non è tanto aver risposto no dai, mi vergogno. peraltro mentendo.
Ma la scintilla che dentro comunque c’è
stata.
C’è ancora molto da lavorare.
Quasi fosse un’attività utopistica.
O forse la più concreta, urgente, la
più importante di tutta una vita.
Non più vivermi accanto.
Arrampicare.
E non
pensare l'arrampicata.