giovedì 24 settembre 2020

A latere

                                     

 

Ciò che mi spaventa, oltre al fatto che tutti scalano, è la risonanza

Narrativa che sembra tutti voglian darne. Della vita e dell'arrampicata.

Società di merci e performance. Un mostro a due teste.

Non solo mettersi in vetrina. Ma mettere in vetrina la prestazione, il risultato.

quanto si è cool.


Ciò che una volta era circoscritto alla mobilitazione interna

Diviene ora descrizione. E nostro malgrado non c’è realtà senza la sua descrizione.

la descrizione però sembra esser fine. non mezzo.

Non più resconto ma costruzione del fatto.


L’arrampicata, sempre di più (come la nostra stessa esistenza),

esiste perché la si comunica. Ciò che abitiamo è un mondo comunicato.

Ma fino a che punto possiamo spingerci?

Sviliamo l’arrampicata e la vita nella sua narrazione.


Sia chiaro, non è il solito anatema vile e miope contro gli strumenti di comunicazione.

È la ricerca del consenso, dell’accettazione. dell’adulazione in certi casi.

Vivere come di fronte ad una platea.

Vivere solo di fronte ad una platea

(nel peggiore dei casi in cui mi sono imbattuto nel recente passato).


Una vita di secondo grado, che si esaurisce nella sua descrizione

Declassata.

Galleggiando nell’inautentico, senza entrare in contatto con gli eventi,

anche e soprattutto nella loro portata emotiva.

Questa è la vita, questa è la politica, questa è persino l’arrampicata ora.

Non più, e non tanto, efficacia di senso.

quanto piuttosto efficacia persuasiva.

Questo sembra contare.


Non lo credevo possibile persino qui.

In questo territorio di gioia sconfinata.

In verticale.


Aspetto il mio turno per partire sul blocco.

La sala è piena.

Devo aspettare.

Perche A. si sta facendo fare un video. Che poi finirà il giorno

Dopo su Instagram, sapientemente montato (e tagliato) a dovere.

Ma io lo vedo provare questo blocco da un mese.

Non c’è nulla di male.

Ciò che non mi torna è il mio non riuscire a capire:

perché comunicarlo?


Vedo personali disperazioni.

Incontri di solitudini.

Linguaggi grossolani. Elementari. Approssimativi.

Innanzi alla vastità di un io, di questo noi.

Bassa considerazione di sé stessi e dell’interlocutore.

Adesione viscerale, emotiva, a idee, persone, cose in luogo di un percorso

Magari faticoso

Di rielaborazione razionale.

Diventando soggetti a-presenti delle nostre esistenze. Del nostro arrampicare anche.

A latere.


Da questo non-luogo difficilmente nasceranno moti antagonisti,

di riscatto esistenziale.

Solo personali baratri da cui, in equilibrio fra finzione e necessità,

stare alla larga

barattando, giorno per giorno, anno dopo anno,

l’amore con il profitto.

Aggirandosi all’interno della propria vita come un sovrano spodestato.

Un vecchio disorientato e impaurito

Che sa di aver perso il controllo.

Che sa di sprofondare.

Tutto finirà per essere inservibile alla propria gioia.

Perché della propria gioia non ci si ricorda più com’è fatta.

Nella risonanza emotiva di un evento.

Anche se ben descritta nelle pagine dei propri social.


Autoschedature che sanno di fascismi.

Adattamento passivo.

la fine di un'era. l'inizio di altro.


A. scende finalmente dal boulder. Non lo chiude, ma non è duro.

Ha solo troppa urgenza edonistica.

Tocca a me.

Su sto blocco passeggio.


chiede se può farmi un video.

Tutta la mia morale è ora ridotta all’osso.

vacillo.


Il punto non è tanto aver risposto no dai, mi vergogno. peraltro mentendo.

Ma la scintilla che dentro comunque c’è stata.


C’è ancora molto da lavorare.

Quasi fosse un’attività utopistica.

O forse la più concreta, urgente, la più importante di tutta una vita.

 

Non più vivermi accanto.

Arrampicare

E non pensare l'arrampicata.