mercoledì 19 gennaio 2022

DOVER SEMBRARE

              


               Climber, o almeno ci provo. Cisgender. Eterosessuale.

            Sono fra quelli che hanno vinto, senza combatterla, una guerra di oppressione. Dovrei sentirmi al sicuro. Seduto dalla parte della ragione. Eppure niente. Nonostante gli anni – e gli innegabili ontologici benefici di genere e, quindi, di sistema – quel che mi ha apparecchiato davanti il Patriarcato è un banchetto tossico.

            Non so quando è iniziata a germogliare in me questa convinzione. O quando ha iniziato a fermentare questo malessere. Forse da ragazzino. Un disagio amplificato da una cultura diffusa che, sebbene io ne fossi diretto beneficiario, non mi arricchiva. Non mi migliorava. Non mi rendeva sovrapponibile o aderente a quel che sentivo di essere.

            Forse per il passato da outsider. Obeso. Pochi amici. Apparentemente timido. In realtà bloccato. In equilibrio sul divario vuoto fra essere e dover sembrare. Una cornice culturale che pesa quanto una condanna: agonismo e sopraffazione. Bullismi. Competizione. Prestazione. Ma io ero mediocre nello sport. Mediocre e goffo, ultimo anello della catena alimentare nelle relazioni di potere di una adolescenza stereotipata. E quindi mediocre nella vita; nei pattern attraverso i quali essa, in tale contesto, viene misurata. E con essa il valore di te come individuo. Come uomo.

  E allora uno dimagrisce, moltissimo, si allena. Ho studiato. Sono andato via da casa. Non senza qualche riluttanza ho percorso l’affollata strada maestra del frettoloso tentativo di incastonarsi nella società così come mi era stata messa davanti agli occhi. Scambiandola per unica, per vera, per immutabile. Ma solo perché è l’unica (ancora oggi) ad aver lasciato le sue impronte, vivide come un pugno. Eppure quell’imbarazzo persiste. Quel che una volta erano i bulli del paese ora sono le pressioni culturali, il machismo. Al lavoro. Nello sport. Persino nella musica alle volte.Tutti i giorni.

Forse ho divagato. forse no. forse è pertinente. forse no. probabilmente è solo nella mia testa. forse no. Ma non so perchè ci pensavo in auto tornando a casa dalla palestra. dopo un'ora buona di a secco. In silenzio. forse l'origine del nostro, del mio, problema è (anche) questo. Mascolinità tossica.

Ma in molti sappiamo che non è così. Anche se è ancora tabù in questo enorme spogliatoio a cielo aperto che è per noi maschietti la società patriarcale. O anche solo la falesia.

Ogni giorno, di disillusione in disillusione, ne sono sempre più convinto: solo i femminismi potranno aiutarci. Perché è la lotta più prossima a noi. Ce l’abbiamo davanti agli occhi, le abbiamo in casa. Sono l’ultima occasione che ci è data per diventare finalmente individui liberi. Liberi da un maschilismo violento, tossico e fascista. Che ha finito per consumarci.

Dobbiamo unirci alla lotta. Anche per noi. ce lo dobbiamo. È una questione evolutiva. Di progresso. Di miglioramento. Di appagamento. Di sollievo.

Beninteso, l'oppressore non potrà mai – mai – comprendere un oppresso. Potrà solo accogliere. Leggere, non con l’alfabeto razionale, ma con uno scatto intuitivo. Un diverso livello di sentire. In una sorta di sospensione intellettuale, tipica del sogno.

Ho passato una vita intera a dover rispondere a pressioni di matrice culturale di un sistema che non sentivo e non sento mio. Ovunque. In ogni settore. Un padre autoritario. Scuola. Università. Lavoro. Giudizi. Aspettative. Richieste di dominio. Un vita che si declinava nella sconfitta. E questa arrampicata che non sopporto più.

E invece no. Ho scoperto che può non essere così. che vi è di più. E che la prima, impagabile, vittoria è già l’affrancarsi dal registro vittoria/sconfitta, guadagno/profitto.

Desidero solo essere sereno. Essere pienamente me. Libero di scorrere. Libero di scalare come mi pare.

Eccomi qui allora, maschio ancora oggi incastrato negli stessi stalli. C’è anche chi ha desiderato essere omosessuale. Chi ci ha provato.

Nelle mie canzoni di adolescente scrivevo vorrei non avere questo cazzo despota.

La beffa più grande è che dovrei oggi ritenermi soddisfatto se dovessi leggere la mia vita con l’alfabeto che mi è stato tramandato, che mi è stato consegnato. Ma non riesco. Nonostante tutto. Il mio è un tentativo di affrancarmi. Non voglio addentare il boccone avvelenato che il patriarcato ha pronto per me. Non voglio rinunciare a me per un morso di illusione.

Da poco toccati quaranta, assaporo un privilegio impagabile, quello di poter rifiutare di fare e di dire cose che non mi va di fare e di dire.

C’è nell’aria un anelito generale di messa a fuoco, identitaria di genere. Una innegabile sete di progresso che non può non riconoscersi in una aderenza valoriale con le lotte femministe. Accoglienza, parità, uguaglianza. Ma collocandosi a latere, in coda al corteo. Ma sullo stesso convoglio.

Nella stessa direzione.

Progresso democratico e culturale.

Cittadinə unitə