Voglio ancora parlarne.
Perché succedono cose ad amici che Ti riaprono dei link che
credevi chiusi.
Che volevi chiusi.
Ma poi, nonostante tutto, sono ancora qui.
E nonostante tutto ora la mia paura è di dimenticare, di lasciare
che tutto sfumi e venga assorbito dal normale dipanarsi di un’esistenza
incastonata (e incastrta) nella sua quotidianità.
Voglio parlare della paura, dell’elicottero, della sensazione
di quando, ancora a terra nella polvere, ho riniziato a sentire le gambe, a
muoverle.
Della sensazione di quando ancora a terra nella polvere ho
riniziato a sorridere.
Delle persone che mi sono state vicine, che non ho mai ringraziato
a sufficienza,
e di quelle che si sono allontanate, ferendomi come mai in vita
mia.
Senza un ciao, senza un come va.
Della paura di non tornare mai più a far quelle tre o quattro cose
che ti dicono chi sei. Suonare. Scalare.
Era il giorno del mio compleanno. L’unico giorno di ferie che ero riuscito
a prendere a causa di un lavoro assurdo con carichi insopportabili e un
impianto emotivo e di autodisciplina fin troppo ben rodato al sacrificio.
Sia chiaro: non faccio l’eroe; io odio queste sensazioni.
Odio lavorare in questo modo.
Ma lo faccio perché è la cosa in cui credo di più.
Perché si, nonostante tutto e nonostante l’età, sono ancora
orgogliosamente un disobbediente di sinistra.
Un tiro di 7b+/7c, su conglomerato arancione con colate blu.
35metri di pura continuità, che a usar bene i piedi diventavano anche
gestibili, senza passi secchi.
È questo il bello del conglomerato. Un roccia strana e
delicatissima.
Ed È questo il brutto del conglomerato: È fragile.
Soprattutto i primi mesiautunnali, alle prime piogge dopo aver
preso tutto il sole dell’estate.
La prima protezione è altissima, ma ci sta. I primi metri saranno massimo III+.
Il punto è che il rovescio da tenere per infilare il rinvio nello spit piscia
acqua che è una meraviglia. Opto per un tridito sulla destra. in una posizione
strana. Ma vabè, tiro un attimo e faccio tutto.
Il tridito si sgretola.
vengo giù.
È successo.
È successo proprio a me.
In una maniera coì veloce poi, così incurante, così
fredda. Come se mi aspettassi dagli eventi non so che tipo di cautele. Come se
la vita fino ad allora non si fosse già mostrata nel suo rigore.
Il pollice sinistro è messo male. Ma posso farcela a guidare. Provo ad alzarmi.
Il dolore al fianco è incredibile. Non ho mai provato un dolore tanto intenso e
tanto a lungo. Forse. Scoprirò poco dopo che il bacino è fratturato in due
punti.
Ricado a terra.
Ci riprovo.
Mi viene da vomitare.
Il cane che avevamo smette subito di abbaiare e mi si sdraia
sopra. Sul fianco sinistro.
Zitto e attento. Si sposta solo quando arrivano i soccorsi.
Lei invece è terrorizzata. E mi sento in colpa.
Perché avrei voluto offrirle e farle vedere molte più cose. Molto più belle. Di
me e dell’arrampicata. Che amo così tanto, in maniera coì ingombrante a livello
esistenziale. Avrei voluto mostrarle meno ego e più paure, meno rabbia e più
perdono, meno chiacchiere e più silenzi. Le volevo bene. Tanto. Ma ero anche un
cazzone. Pochi
giorno dopo infatti ci separeremo. Ognuno per la sua strada se così si può dire
per uno immobilizzato a letto.
Oggi ho riniziato a scalare.
Con risultati che hanno dello stupefacente, ma che stupefacenti in realtà non
sono se si guarda bene a quel che alberga in me. A tutte le cose che dovevo
riprendermi e a ciò che di nuovo invece ho scoperto: che Ho dentro un groviglio
di sentimenti e rabbia e dolore e paure e urla strozzate in gola; d’amore, di
gioia didisperazione.
Come una corda da 80 metri che sbagli a riporre nel furgone. Per
scioglierla da tutti quei nodi servirà tempo. ora non posso fare altro.
Magari scriverne può aiutare. O magari no.
Ma ora son qui, con mia nipote che ha appena preso sonno, dopo che l’ho fatta
saltare e giocare e cantare mentre le suonavo la chitarra. Mentre la tenevo in
braccio.
Con la mia mano sinistra. Che è tornata a funzionare.
Perché davanti a tutto questo amore l’animo si distende e
dimentichi le ferite, dimentichi la rabbia. Lo so. Tornerà. Tornerà tutto in
rigurgito. Ma ora, nel frattempo, questo spazio vuoto lo riempio con della
quiete esistenziale. Che è tutto ciò che conta. A dar senso ad un’esistenza.
A dar senso a questo esserci ancora. Che non posso sprecare.
