venerdì 5 maggio 2023

CHE LE TUE PAROLE NON FACCIANO RIMPIANGERE IL SILENZIO

 


C’è un me che ama.

innamorato della pietra, del movimento, dell’atmosfera di un tramonto di fine giornata in falesia, di uno star seduti sul crash a chiacchierare in bosco. O solo, zitto. Ad ascoltare il bosco. Dei legami; pochi quelli veri. che si sprigionano dal far fatica insieme, dal fidarsi l’uno dell’altro. Nella zona franca del sentirsi liberi di mostrarsi deboli e impauriti. Dei viaggi in van.

E c’è un me stanco, che odia.

Odia le chiacchiere, tante, troppe, in falesia. Odia le dinamiche tossiche di ego e testosterone che mi appartengono e che cerco di scacciare via. Che odia la finta scialla-chill che trasuda scuse e autoassoluzione. Che odia il giudizio. Sempre, sottotesto o manifesto. Che non ce la fa più. Che più passa il tempo e più aumenta la maleducazione. L’indifferenza verso le esigenze altrui e l’ultrasolarità quasi fosse un elemento necessario E9. Non c’è più silenzio. E quando c’è, poi, qualcuno pensa bene di mettere su della musica, da un speaker. perché tutto quel silenzio, magari, non è più cornice utile a “trovare la motivazione”. Per il tiro. Sul quale comunque ti appenderai. bollinando. urlando. Esigendo suggerimenti e methode. senza poesia. senza mistero.

Forse invecchio male. E vedo invecchiare male i costumi. Tante scuse, poco coraggio. Tante chiacchiere poca fatica. I sacrifici e la brutale onestà di Gnerro, la “forza” di Ben Moon, l’ambizione da visionario di Ondra.

Eppure questi doni non attecchiscono. Ripartire – di nuovo – dalle basi. Dai movimenti. Dal respiro. Dalla paura.

Invece di appenderti sul tiro duro. Prova in giornata, scala a vista.

Arrampicare è toglier via. Liberarsi.

Graffiar via il peso della vita.