C’è un me che ama.
innamorato della pietra, del movimento, dell’atmosfera di un
tramonto di fine giornata in falesia, di uno star seduti sul crash a
chiacchierare in bosco. O solo, zitto. Ad ascoltare il bosco. Dei legami; pochi
quelli veri. che si sprigionano dal far fatica insieme, dal fidarsi l’uno
dell’altro. Nella zona franca del sentirsi liberi di mostrarsi deboli e
impauriti. Dei viaggi in van.
E c’è un me stanco, che odia.
Odia le chiacchiere, tante, troppe, in falesia. Odia le
dinamiche tossiche di ego e testosterone che mi appartengono e che cerco di
scacciare via. Che odia la finta scialla-chill che trasuda scuse e
autoassoluzione. Che odia il giudizio. Sempre, sottotesto o manifesto. Che non
ce la fa più. Che più passa il tempo e più aumenta la maleducazione.
L’indifferenza verso le esigenze altrui e l’ultrasolarità quasi fosse un
elemento necessario E9. Non c’è più silenzio. E quando c’è, poi, qualcuno pensa
bene di mettere su della musica, da un speaker. perché tutto quel silenzio, magari, non è più cornice utile a “trovare la motivazione”. Per il tiro. Sul quale
comunque ti appenderai. bollinando. urlando. Esigendo suggerimenti e methode. senza poesia. senza mistero.
Forse invecchio male. E vedo invecchiare male i costumi. Tante scuse, poco coraggio. Tante chiacchiere poca fatica. I sacrifici e la brutale onestà di Gnerro, la “forza” di Ben Moon, l’ambizione da visionario di Ondra.
Eppure questi doni non attecchiscono. Ripartire – di nuovo – dalle basi. Dai movimenti. Dal respiro. Dalla paura.
Invece di
appenderti sul tiro duro. Prova in giornata, scala a vista.
Arrampicare è toglier via. Liberarsi.
Graffiar via
il peso della vita.
