giovedì 11 febbraio 2016

Ogni vocazione presuppone una qualità




Hai il dovere di parlare liberamente.
Sordo, nella maniera più assoluta, alle lusinghe dell’ambizione.
Devi essere onesto.

Perché i tuoi difetti, di scalatore e di uomo, non sono perdonabili; perché obbediscono ad una scala di valori che non è tua. Non è proiezione di una cultura nel senso antropologico del termine. Perché la nostra cultura risponde ad modello guida piccolo-borghese. Televisivo e consumistico. Che negli ultimi anni, peraltro, gottopardescamente consolida e stesso e la sua scala di valori.

Perché tu ti vergogni di essere scarso. Cosi come ci si vergogna di essere non ricchi, non socialmente inseriti, di essere mediocri.
Che si giustifica.
Che imita.
Che nel traguardo utopistico della perfezione perpetua se stessa.

Ecco il punto.
Farlocco.
Come il grado del tuo ultimo 7b a vista.
Perché fra barbe, occhialoni, jeans e camicie di flanella rimane ben poco di autentico sotto e dentro. Dove sono finiti gli outsider che scalavano per stare alla larga da tutto questo?
E non mi riferisco agli abiti.
Mi riferisco all’atto dell’imitare.
Dell’introiettare un modello esterno. Per di più falso poiché sottoprodotto di una deriva consumistica scambiata per progresso. Successocentrico.

Quest’ansia piccolo borghese di dovercela fare a tutti i costi:
a fare l’8a, a sembrare forte, ad essere invidiato, a scalare in maniera pleonastica e sovrabbondante, a non essere tagliato fuori, a non apparire pippa, a non appenderti, a non essere il meno dotato del gruppo, a vergognarti, ad innalzare scuse come fossero scudi atti a resettare i tuoi piccoli fallimenti, ad innalzare gradi come fossero medaglie al valore, ad essere guardato mentre scali, a provarne esibizionistico piacere, come un pornoattore; becera sottocultura.
Piacere a tutti i costi, alle ragazze, ai principianti; nutrire l’ego con una scorpacciata di tiri facili in una domenica pomeriggio in qualche falesia no big.
Una volta lì dare il peggio di te.
Ridere, scherzare e scaldarti sul 7a.
Chiacchierando.
Ad alta voce. Sguaiatamente.
Volgare.
Come le dinamiche alle quali stai immolando tutto.
Fare in modo di essere notato.
Sentire che ce l’hai fatta.

Che sei (quello) forte.

Ma come con tutti i castelli di rabbia basta un niente per raderti al suolo.
Appendersi su un riscaldo, una giornata no, innalzare una scusa di troppo, ingrassare, andare a scalare con i forti (quelli veri). Ritornare nella mischia. Annaspare. Essere uno dei tanti.

L’unico dramma meritevole di cronaca è la tua personale tragedia piccolo borghese.
La cultura particolaristica delle meravigliose famigliuole italiche ha fatto poi il resto.

Eppure ne hai di metri di roccia sotto i polpastrelli per comprendere gli eventi.
Non sai come, ma ti sei perso.
Non sai dove, ma da qualche parte stai andando.
Non sai perché, ma la sensazione non è buona.
Se l’istinto si sveglia qualcosa non va.

Ci sono state delle notti in cui non riuscivi a prender sonno tanta era l’emozione di andare a scalare l’indomani. Come a scuola. Da piccolo. La notte prima della gita di classe.

Ora ti innervosiscono gli sms.

Sai cosa c’è di stressante nell’andare a scalare?
C’è la tua voglia di apparire. Il desiderio di poter essere libero di decidere dove andare sino all’ultimo secondo, in modo tale che la tua confort-zone possa guadagnare metri persino su terreno orizzontale. E sociale.
Perché la cortesia altro non è che il lato scintillante dell’aggressività.

E lo dico con il preciso intento di pizzicare le persone aggressive e benpensanti.
Soprattutto quelle che non sanno di esserlo. Le peggiori.

E allora te ne stai lì, sospeso fra la perdita di una passione e dei valori con essa veicolati e la mancata acquisizione di strutture emotive nuove.
Uno spazio vuoto.
Che stai riempiendo di immondizia.

Il conflitto interiore che senti, allora, non ovattarlo. Ascoltalo. Dagli fiato. Non fare finta di nulla. Come hai fatto sinora con gran parte del materiale emotivo che si è stratificato lungo la tua esistenza.
Non sarà altro che il conflitto fra male e bene che potrà ridare linfa vitale alla tua gioia oppure condannarti definitivamente alla monotonia verticale che, inarrestabile, tende di per sé all’infelicità.
Che, prima, è colpa.
E poi, una volta incastonatasi dentro, si eleva a condanna.

Bloccare basso, con rabbia, quell’ultimo carico di menzogne alle quali sei appeso.
Tallonare il bordo di questa occasione e montarci su.
Ristabilirti sopra. Siediti a respirare, nel bosco. Da solo.
E dall’alto, con la stessa coraggiosa curiosità di chi va incontro all’ignoto, guardati dentro.