Hai
il dovere di parlare liberamente.
Sordo,
nella maniera più assoluta, alle lusinghe dell’ambizione.
Devi
essere onesto.
Perché
i tuoi difetti, di scalatore e di uomo, non sono perdonabili; perché
obbediscono ad una scala di valori che non è tua. Non è proiezione di una
cultura nel senso antropologico del termine. Perché la nostra cultura risponde
ad modello guida piccolo-borghese. Televisivo e consumistico. Che negli ultimi
anni, peraltro, gottopardescamente consolida e stesso e la sua scala di valori.
Perché
tu ti vergogni di essere scarso. Cosi come ci si vergogna di essere non ricchi,
non socialmente inseriti, di essere mediocri.
Che
si giustifica.
Che
imita.
Che
nel traguardo utopistico della perfezione perpetua se stessa.
Ecco
il punto.
Farlocco.
Come
il grado del tuo ultimo 7b a vista.
Perché
fra barbe, occhialoni, jeans e camicie di flanella rimane ben poco di autentico
sotto e dentro. Dove sono finiti gli outsider che scalavano per stare alla
larga da tutto questo?
E
non mi riferisco agli abiti.
Mi
riferisco all’atto dell’imitare.
Dell’introiettare
un modello esterno. Per di più falso poiché sottoprodotto di una deriva
consumistica scambiata per progresso. Successocentrico.
Quest’ansia
piccolo borghese di dovercela fare a tutti i costi:
a
fare l’8a, a sembrare forte, ad essere invidiato, a scalare in maniera
pleonastica e sovrabbondante, a non essere tagliato fuori, a non apparire
pippa, a non appenderti, a non essere il meno dotato del gruppo, a vergognarti,
ad innalzare scuse come fossero scudi atti a resettare i tuoi piccoli
fallimenti, ad innalzare gradi come fossero medaglie al valore, ad essere
guardato mentre scali, a provarne esibizionistico piacere, come un pornoattore;
becera sottocultura.
Piacere
a tutti i costi, alle ragazze, ai principianti; nutrire l’ego con una
scorpacciata di tiri facili in una domenica pomeriggio in qualche falesia no
big.
Una
volta lì dare il peggio di te.
Ridere,
scherzare e scaldarti sul 7a.
Chiacchierando.
Ad
alta voce. Sguaiatamente.
Volgare.
Come
le dinamiche alle quali stai immolando tutto.
Fare
in modo di essere notato.
Sentire
che ce l’hai fatta.
Che
sei (quello) forte.
Ma
come con tutti i castelli di rabbia
basta un niente per raderti al suolo.
Appendersi
su un riscaldo, una giornata no, innalzare una scusa di troppo, ingrassare, andare
a scalare con i forti (quelli veri). Ritornare nella mischia. Annaspare. Essere
uno dei tanti.
L’unico
dramma meritevole di cronaca è la tua personale tragedia piccolo borghese.
La
cultura particolaristica delle meravigliose famigliuole italiche ha fatto poi
il resto.
Eppure
ne hai di metri di roccia sotto i polpastrelli per comprendere gli eventi.
Non
sai come, ma ti sei perso.
Non
sai dove, ma da qualche parte stai andando.
Non
sai perché, ma la sensazione non è buona.
Se
l’istinto si sveglia qualcosa non va.
Ci
sono state delle notti in cui non riuscivi a prender sonno tanta era l’emozione
di andare a scalare l’indomani. Come a scuola. Da piccolo. La notte prima della
gita di classe.
Ora
ti innervosiscono gli sms.
Sai
cosa c’è di stressante nell’andare a scalare?
C’è
la tua voglia di apparire. Il desiderio di poter essere libero di decidere dove
andare sino all’ultimo secondo, in modo tale che la tua confort-zone possa
guadagnare metri persino su terreno orizzontale. E sociale.
Perché
la cortesia altro non è che il lato scintillante dell’aggressività.
E
lo dico con il preciso intento di pizzicare le persone aggressive e benpensanti.
Soprattutto
quelle che non sanno di esserlo. Le peggiori.
E
allora te ne stai lì, sospeso fra la perdita di una passione e dei valori con
essa veicolati e la mancata acquisizione di strutture emotive nuove.
Uno
spazio vuoto.
Che
stai riempiendo di immondizia.
Il
conflitto interiore che senti, allora, non ovattarlo. Ascoltalo. Dagli fiato.
Non fare finta di nulla. Come hai fatto sinora con gran parte del materiale
emotivo che si è stratificato lungo la tua esistenza.
Non
sarà altro che il conflitto fra male e bene che potrà ridare linfa vitale alla
tua gioia oppure condannarti definitivamente alla monotonia verticale che,
inarrestabile, tende di per sé all’infelicità.
Che,
prima, è colpa.
E poi, una volta incastonatasi dentro, si eleva a condanna.
Bloccare
basso, con rabbia, quell’ultimo carico di menzogne alle quali sei appeso.
Tallonare
il bordo di questa occasione e montarci su.
Ristabilirti
sopra. Siediti a respirare, nel bosco. Da solo.
E
dall’alto, con la stessa coraggiosa curiosità di chi va incontro all’ignoto,
guardati dentro.
