mercoledì 9 marzo 2016

Chi ha tempo si goda il tempo





Sei contento.
Non felice, quella parola non vale un cazzo.
Contento.

Le ragioni sono elementari:
amici, pietra, scalare.

Non ti serve altro.
Comprendi ancora cosa ti basta a sentirti ricco. A sentirti un privilegiato.
Sei ancora in grado di arrivare alla sostanza delle cose.
Nonostante l’ego, nonostante due giri su un 8a, nonostante l’abbinamento cromatico con cui ti sei agghindato per bene.

Perché ci sono cose, persone, momenti, emozioni che ti si ficcano dentro e bucano ogni sovrastruttura; che rendono inutili e innocue tutte le tue armature; che ti smascherano.
Per fortuna.

Dov’era finita la leggerezza di un sospiro al tramonto?
Quella sazietà emotiva.
Quella pace.

Tendere anonimamente alla ripetizione. Annullare la sorpresa.
La riproduzione di un arrampicare sempre uguale a se stesso.
Questa è la condanna che incombe su chi scala come te: adagiarsi sul già fatto, scuoiare l’amore per la pietra riducendolo a insipida coordinazione muscolare; parassitismo; noia; conformismo. Anoressia intellettuale.

Quello che allora resta nell’era dell’evaporazione dei significati è la bellezza di un paio d’ore all’aria aperta fra amici a condividere un qualcosa che ci rende ancora vivi. E chissà ancora per quanto.
I compagni contano più dei tiri.

Le palestre sono sempre più proiezione di questa formazione sociale (e quindi anche verticale) che ha smarrito il significato leale e paziente della formazione, della fatica, del lento – ma reale – miglioramento.
Rimpiazzare la verità con l’illusione di un’arrampicata priva di sacrificio, dai risultati rapidi e gratificanti. Il totalitarismo consumistico poi pensa al resto, e, attraverso il suo potere ipnotico-seduttivo, tu ti ritrovi senz’anima. A bramare il tuo oggetto di godimento. La tua scalata. Su quel grado.
A lasciare in secondo piano, sul fondale emotivo, tutto quel che rende magico l’arrampicare: le persone; i luoghi.

Il torpore del piacere.
E la sua funzione ipnotica.

È il turbo-edonismo, scoria di quest’epoca, che ti fa vedere la parola sacrificio quasi come un ferro vecchio.
Come una vecchia “ideologia utopistica” di un qualche nostalgico amante del popolo seduto, da solo, al tavolo di un bar.

Roba da archiviare.
Subito.
Senza malinconia.
Ne sei contagiato.
Il dominio del pragmatico. La produttività e il progresso concepiti solo in termini economistici.

Ebbene, da tutto questo nasce il tuo tracollo.
Il tuo io, evaporato e rimpiazzato dal modello attuale, non conosce più argini.
E non li accetta. Neanche quelli simbolici. Neanche il grado.
E da qui erutta ogni tua singola paura.
E scende giù a valle. Carbonizzando tutto. Anche le occasioni.

Ed è solo angoscia. E imperativi da “prestazione”.

Succede allora che stare sulla pietra non è più un percorso d’apprendimento e felicità.
Non c’è tempo per una riflessione critica.
Man mano perdi di vista l’unica cosa che conta.
Cioè la possibilità di imparare la capacità stessa di imparare.

Il concetto di decrescita, con cui tanto fai il figo alle cene, lo dovresti applicare anche alla tua arrampicata.
Pochi cazzi, il capitalismo non può che funzionare così come lo vediamo ogni giorno.
E quell’attitudine ce l’hai dentro.
Il futuro va schiacciato, compresso. È una preda. Non esiste il lungo termine. Quel tiro devo salirlo il prima possibile, quel grado devo farlo mio.

Il saper arrampicare, il livello, il grado, va piuttosto concepito come un contenitore al quale attingere per godere, non come una mancanza, come un vuoto. E questo vuoto altro non è che un vuoto culturale, una mancanza di comprensione. Un recidere il legame con la verità. O quantomeno con l’occasione di goderne.

Quel vuoto non va riempito con altri vuoti.
Quel vuoto va piuttosto preservato.
Perché è una delle piccole ultime cose che ti ricordano la dimensione in cui sei incastonato.
Perché il vero livello non è salire i problemi,
ma saperseli ancora porre.