Sei contento.
Non felice, quella parola non
vale un cazzo.
Contento.
Le ragioni sono elementari:
amici, pietra, scalare.
Non ti serve altro.
Comprendi ancora cosa ti
basta a sentirti ricco. A sentirti un privilegiato.
Sei ancora in grado di
arrivare alla sostanza delle cose.
Nonostante l’ego, nonostante
due giri su un 8a, nonostante l’abbinamento cromatico con cui ti sei agghindato
per bene.
Perché ci sono cose,
persone, momenti, emozioni che ti si ficcano dentro e bucano ogni
sovrastruttura; che rendono inutili e innocue tutte le tue armature; che ti
smascherano.
Per fortuna.
Dov’era finita la leggerezza
di un sospiro al tramonto?
Quella sazietà emotiva.
Quella pace.
Tendere anonimamente alla
ripetizione. Annullare la sorpresa.
La riproduzione di un
arrampicare sempre uguale a se stesso.
Questa è la condanna che
incombe su chi scala come te: adagiarsi sul già fatto, scuoiare l’amore per la
pietra riducendolo a insipida coordinazione muscolare; parassitismo; noia;
conformismo. Anoressia intellettuale.
Quello che allora resta
nell’era dell’evaporazione dei significati è la bellezza di un paio d’ore
all’aria aperta fra amici a condividere un qualcosa che ci rende ancora vivi. E
chissà ancora per quanto.
I compagni contano più dei
tiri.
Le palestre sono sempre più
proiezione di questa formazione sociale (e quindi anche verticale) che ha
smarrito il significato leale e paziente della formazione, della fatica, del lento – ma reale – miglioramento.
Rimpiazzare la verità con
l’illusione di un’arrampicata priva di sacrificio, dai risultati rapidi e
gratificanti. Il totalitarismo consumistico poi pensa al resto, e, attraverso il
suo potere ipnotico-seduttivo, tu ti ritrovi senz’anima. A bramare il tuo
oggetto di godimento. La tua scalata. Su quel grado.
A lasciare in secondo piano,
sul fondale emotivo, tutto quel che rende magico l’arrampicare: le persone; i
luoghi.
Il torpore del piacere.
E la sua funzione ipnotica.
È il turbo-edonismo, scoria
di quest’epoca, che ti fa vedere la parola sacrificio quasi come un ferro
vecchio.
Come una vecchia “ideologia
utopistica” di un qualche nostalgico amante del popolo seduto, da solo, al
tavolo di un bar.
Roba da archiviare.
Subito.
Senza malinconia.
Ne sei contagiato.
Il dominio del pragmatico.
La produttività e il progresso concepiti solo in termini economistici.
Ebbene, da tutto questo
nasce il tuo tracollo.
Il tuo io, evaporato e rimpiazzato dal modello attuale, non conosce più
argini.
E non li accetta. Neanche
quelli simbolici. Neanche il grado.
E da qui erutta ogni tua
singola paura.
E scende giù a valle.
Carbonizzando tutto. Anche le occasioni.
Ed è solo angoscia. E
imperativi da “prestazione”.
Succede allora che stare
sulla pietra non è più un percorso d’apprendimento e felicità.
Non c’è tempo per una riflessione
critica.
Man mano perdi di vista
l’unica cosa che conta.
Cioè la possibilità di imparare
la capacità stessa di imparare.
Il concetto di decrescita,
con cui tanto fai il figo alle cene, lo dovresti applicare anche alla tua
arrampicata.
Pochi cazzi, il capitalismo
non può che funzionare così come lo vediamo ogni giorno.
E quell’attitudine ce l’hai
dentro.
Il futuro va schiacciato,
compresso. È una preda. Non esiste il lungo termine. Quel tiro devo salirlo il
prima possibile, quel grado devo farlo mio.
Il saper arrampicare, il
livello, il grado, va piuttosto concepito come un contenitore al quale
attingere per godere, non come una mancanza, come un vuoto. E questo vuoto
altro non è che un vuoto culturale, una mancanza di comprensione. Un recidere
il legame con la verità. O quantomeno con l’occasione di goderne.
Quel vuoto non va riempito
con altri vuoti.
Quel vuoto va piuttosto preservato.
Perché è una delle piccole
ultime cose che ti ricordano la dimensione in cui sei incastonato.
Perché il vero livello non è
salire i problemi,
ma saperseli ancora porre.
