L’importante, l’unica cosa
che davvero conta, è che la morte ci trovi vivi.
F lo ripeteva di continuo.
Agli inizi ho discusso fin troppe
volte con lui sulla reale portata della scalata sportiva. Se c’era un senso a
stressarsi tanto per 20m e una manciata di spit. L’ imprinting di mio padre e
dei suoi amici passeggiatori-mangiatori da rifugio, col bollino ben in vista
sui caschetti carico di sottintesi, è sempre stato forte.
Non capivo. Ma volevo.
Se mi vedessero ora, tirato
e incattivito, vivrebbero un dramma elaborandolo alla stregua di una
tossicodipendenza manifesta. Tipo fermo al semaforo a chiedere spicci. Però vestito
fluo.
F diceva che infondo è anche
grazie a loro se si arrampica. Ho sempre creduto piuttosto che il loro
contributo causale – nel risalire lungo la catena degli eventi - sia collocabile
più alla stregua di quello di un benzinaio che fa il pieno a due rapinatori determinati
a mettere a segno un colpo. Null’altro. Semmai zavorra intellettuale.
Lui li ha sempre difesi.
Da quando non ci sei più l’arrampicata
(e le dinamiche ad essa sovrastrutturate) assomigliano più ad un dovere.
Non c’è magia. Soffocata.
Svanita, ovattata.
In un paio di occasioni, in
belle falesie, su dei bei tiri, mi sono sentito sul punto di mollare. Tornarmene
a casa. Da solo. A far qualcosa di più produttivo. Passeggiare con la mia
donna. Scrivere. Bere un thè e guardare un film. Finire Le Correzioni.
Alle volte ho preferito una
sana dose di plastica in solitaria ad una mediocre giornata sugli stessi tiri, fra
gli stessi discorsi, un colpo al progetto, poi le stesse scuse.
L’ennesimo progetto. Ad
occupare i tuoi finesettimana buttati lì in mezzo alla vita vera. Ma che non mi
interessa. Come a procrastinare ancora un po’ il momento del leale confronto
con se stessi.
Dove sei ora F?
Dov’è il nostro entusiasmo
di cui tu eri custode?
Mi annoio e provo rabbia.
Sto profanando il nostro
privilegio.
Provo tiri di difficoltà
elevate. Ma non saresti affatto fiero di me.
Perché mistifico.
Mi diverto solo se li
chiudo.
Forse, solo nella fase in
cui parto per i tentativi buoni, sono ancora quello di una volta.
Quello vero. Quello con
l’entusiasmo.
Una volta passata la corda
in catena mi masturbo con gli sguardi di una falesia di domenica pomeriggio. Che
tanto lo sanno tutti che grado è quel tiro. E poi sbuffo e urlo. Ma non sul
passo. Sbuffo prima di partire per una sequenza estetica. Non necessariamente
dura. Perché sono un banfone. Chiedo attenzioni. Mollo i piedi.
Mi sento in colpa.
Un Sacrilego.
Il local da 8 in duemila giri incapace di
scalare a vista. Uno dei tanti.
In giro infatti non vado. Ma
non perché non ho tempo. Quella è una cazzata che racconto per far finta di
essere uno che lavora anche; che ha altro a cui pensare; che ha già tanti
casini.
Stronzate.
Non è vero. Non è vero un
cazzo di niente.
In verità attorno alla mia
arrampicata ruota tutto: le cene, le diete, il mio rapporto con gli altri, il
mio rapporto col cibo, persino il ciclo del sonno.
E per cosa poi? Per un tiro
duro all’anno?
…neanche avessi gli sponsor
alle calcagna.
Non scalo fuori perché la mia comfort-zone si estende anche
in orizzontale in un raggio di una ventina di chilometri da casa.
In palestra traccio per me. Ho
paura di misurarmi su roba altrui. Perché quando cado dò una spiegazione, come
se servisse, come se me l’avessero chiesta, come se avesse un senso
giustificarsi.
Son stanco da ieri. oggi non tengo niente. non ho
pranzato. è morpho.
Tu me lo dicevi sempre.
Ci si giustifica solo delle cose brutte. Non dei
propri limiti. Soprattutto se li si va a guardare in faccia. Soprattutto se si
va per combatterli.
È motivo di onore. Non di vergogna.
Dimentica le altre persone in falesia. Siamo tu ed io.
Tu Pensa a scalare, a dare tutto. Al resto ci penso
io.
Evitavi che io morissi.
Ora però lentamente si sta
spegnendo quell’incendio che mi avevi appiccato dentro.
Che ci faceva scappare da
lavoro con una scusa qualunque per godere del sole o per provare a chiudere i
nostri tiri. Bam, due giri al volo, poi di nuovo in ufficio. Carichi del nostro
segreto.
Ti ho raggiunto e ti ho
superato.
Me lo ricordavi sempre. Io
avrei smesso per molto meno.
Ho fatto in una decina di
giri sul tuo progetto.
Mi hai spiegato per filo e
per segno ogni singolo movimento. Ogni singolo appoggio. Son stato più di un’ora
sul tiro. Ma per te non c’è mai stato nessun problema. L’ho stampato e tu hai
gioito.
Hai detto che finalmente
avrei dovuto metter da parte le insicurezze; lasciarmi andare alla vita, con lo
stesso coraggio e la stessa determinazione. Che eri fiero.
Ti ho abbracciato.
Ma dentro l’ho vissuta confusamente.
Non te l’ho mai detto. Mi sono sentito più forte. Null’altro. E mi son cullato
in quell’inganno. Quella punta di vanità ha tracciato il solco nel quale ora
sto marcendo.
Ti ho allontanato proprio mentre
ero impantanato nel bisogno di una guida.
In falesia oggi ci sono
sempre più donne che vogliono mettersi alla prova e tanti principianti poco
disposti al sacrificio e all’attesa.
L’arrampicata sportiva tende
visceralmente alla vanità.
In un certo senso ne è la
sublimazione.
Spesso dove ci sono tante
donne ci sono anche tanti idioti.
E ora non so più cos’è
meglio:
-
se del sano
testosterone e della lotta quando si era tutti maschi, magri e incazzati
-
oppure della
vanità in eccesso in arrampicatori che chiedono attenzioni sessuali danzando
sui riscaldi.
Dinamiche comuni. Che non
sopporto più.
Credo di essermi smarrito.
Credo che per un bel po’ non
mi legherò più.
Me ne andrò per boschi. Da
solo. Sino al tramonto.
A osservare fra i rami il tuo
viso stellato. Magari in cima ad un sasso.
Adotterò un cane, cosicché
io possa esercitarmi nel prendermi cura di qualcuno; per poi magari, chissà, fare
lo stesso anche con me. Senza di te.
La paura è tanta. Ma la
stanchezza intellettuale di più.
Non so bene cosa sarà del
mio arrampicare.
La mia noia lotta con le mie
paure.
Ma la amo ancora, persino in
mezzo a queste fredde prospettive.
Pieghe di pietra che solo io
conosco.
Vorrei avere il coraggio di
smettere.
O di amare davvero. Fino in
fondo.
A tal punto da essere
onesto.
