martedì 15 marzo 2016

Le voragini delle menzogne



L’importante, l’unica cosa che davvero conta, è che la morte ci trovi vivi.
F lo ripeteva di continuo.

Agli inizi ho discusso fin troppe volte con lui sulla reale portata della scalata sportiva. Se c’era un senso a stressarsi tanto per 20m e una manciata di spit. L’ imprinting di mio padre e dei suoi amici passeggiatori-mangiatori da rifugio, col bollino ben in vista sui caschetti carico di sottintesi, è sempre stato forte.
Non capivo. Ma volevo.

Se mi vedessero ora, tirato e incattivito, vivrebbero un dramma elaborandolo alla stregua di una tossicodipendenza manifesta. Tipo fermo al semaforo a chiedere spicci. Però vestito fluo.

F diceva che infondo è anche grazie a loro se si arrampica. Ho sempre creduto piuttosto che il loro contributo causale – nel risalire lungo la catena degli eventi - sia collocabile più alla stregua di quello di un benzinaio che fa il pieno a due rapinatori determinati a mettere a segno un colpo. Null’altro. Semmai zavorra intellettuale.
Lui li ha sempre difesi.

Da quando non ci sei più l’arrampicata (e le dinamiche ad essa sovrastrutturate) assomigliano più ad un dovere.
Non c’è magia. Soffocata. Svanita, ovattata.
In un paio di occasioni, in belle falesie, su dei bei tiri, mi sono sentito sul punto di mollare. Tornarmene a casa. Da solo. A far qualcosa di più produttivo. Passeggiare con la mia donna. Scrivere. Bere un thè e guardare un film. Finire Le Correzioni.
Alle volte ho preferito una sana dose di plastica in solitaria ad una mediocre giornata sugli stessi tiri, fra gli stessi discorsi, un colpo al progetto, poi le stesse scuse.
L’ennesimo progetto. Ad occupare i tuoi finesettimana buttati lì in mezzo alla vita vera. Ma che non mi interessa. Come a procrastinare ancora un po’ il momento del leale confronto con se stessi.

Dove sei ora F?
Dov’è il nostro entusiasmo di cui tu eri custode?
Mi annoio e provo rabbia.
Sto profanando il nostro privilegio.
Provo tiri di difficoltà elevate. Ma non saresti affatto fiero di me.
Perché mistifico.
Mi diverto solo se li chiudo.
Forse, solo nella fase in cui parto per i tentativi buoni, sono ancora quello di una volta.
Quello vero. Quello con l’entusiasmo.
Una volta passata la corda in catena mi masturbo con gli sguardi di una falesia di domenica pomeriggio. Che tanto lo sanno tutti che grado è quel tiro. E poi sbuffo e urlo. Ma non sul passo. Sbuffo prima di partire per una sequenza estetica. Non necessariamente dura. Perché sono un banfone. Chiedo attenzioni. Mollo i piedi.
Mi sento in colpa.
Un Sacrilego.

 Il local da 8 in duemila giri incapace di scalare a vista. Uno dei tanti.
In giro infatti non vado. Ma non perché non ho tempo. Quella è una cazzata che racconto per far finta di essere uno che lavora anche; che ha altro a cui pensare; che ha già tanti casini.
Stronzate.
Non è vero. Non è vero un cazzo di niente.
In verità attorno alla mia arrampicata ruota tutto: le cene, le diete, il mio rapporto con gli altri, il mio rapporto col cibo, persino il ciclo del sonno.
E per cosa poi? Per un tiro duro all’anno?
…neanche avessi gli sponsor alle calcagna.

Non scalo fuori  perché la mia comfort-zone si estende anche in orizzontale in un raggio di una ventina di chilometri da casa.
In palestra traccio per me. Ho paura di misurarmi su roba altrui. Perché quando cado dò una spiegazione, come se servisse, come se me l’avessero chiesta, come se avesse un senso giustificarsi.
Son stanco da ieri. oggi non tengo niente. non ho pranzato. è morpho.

Tu me lo dicevi sempre.
Ci si giustifica solo delle cose brutte. Non dei propri limiti. Soprattutto se li si va a guardare in faccia. Soprattutto se si va per combatterli.
È motivo di onore. Non di vergogna.
Dimentica le altre persone in falesia. Siamo tu ed io.
Tu Pensa a scalare, a dare tutto. Al resto ci penso io.

Evitavi che io morissi.
Ora però lentamente si sta spegnendo quell’incendio che mi avevi appiccato dentro.
Che ci faceva scappare da lavoro con una scusa qualunque per godere del sole o per provare a chiudere i nostri tiri. Bam, due giri al volo, poi di nuovo in ufficio. Carichi del nostro segreto.

Ti ho raggiunto e ti ho superato.
Me lo ricordavi sempre. Io avrei smesso per molto meno.
Ho fatto in una decina di giri sul tuo progetto.
Mi hai spiegato per filo e per segno ogni singolo movimento. Ogni singolo appoggio. Son stato più di un’ora sul tiro. Ma per te non c’è mai stato nessun problema. L’ho stampato e tu hai gioito.
Hai detto che finalmente avrei dovuto metter da parte le insicurezze; lasciarmi andare alla vita, con lo stesso coraggio e la stessa determinazione. Che eri fiero.
Ti ho abbracciato.
Ma dentro l’ho vissuta confusamente. Non te l’ho mai detto. Mi sono sentito più forte. Null’altro. E mi son cullato in quell’inganno. Quella punta di vanità ha tracciato il solco nel quale ora sto marcendo.

Ti ho allontanato proprio mentre ero impantanato nel bisogno di una guida.

In falesia oggi ci sono sempre più donne che vogliono mettersi alla prova e tanti principianti poco disposti al sacrificio e all’attesa.
L’arrampicata sportiva tende visceralmente alla vanità.
In un certo senso ne è la sublimazione.
Spesso dove ci sono tante donne ci sono anche tanti idioti.
E ora non so più cos’è meglio:
-          se del sano testosterone e della lotta quando si era tutti maschi, magri e incazzati
-          oppure della vanità in eccesso in arrampicatori che chiedono attenzioni sessuali danzando sui riscaldi.

Dinamiche comuni. Che non sopporto più.
Credo di essermi smarrito.

Credo che per un bel po’ non mi legherò più.
Me ne andrò per boschi. Da solo. Sino al tramonto.
A osservare fra i rami il tuo viso stellato. Magari in cima ad un sasso.
Adotterò un cane, cosicché io possa esercitarmi nel prendermi cura di qualcuno; per poi magari, chissà, fare lo stesso anche con me. Senza di te.

La paura è tanta. Ma la stanchezza intellettuale di più.

Non so bene cosa sarà del mio arrampicare.
La mia noia lotta con le mie paure.
Ma la amo ancora, persino in mezzo a queste fredde  prospettive.
Pieghe di pietra che solo io conosco.

Vorrei avere il coraggio di smettere.
O di amare davvero. Fino in fondo.
A tal punto da essere onesto.