mercoledì 6 aprile 2016

Contesti sociali ed esigenze conoscitive




È la sopportazione dell’esistente. Scambiarlo per verità immodificabile.
È adattarsi. È la rimozione della riflessione. È morire poco a poco.
Conoscere il da farsi, e non farlo, equivale ad esser senza coraggio.

Da un lato, non può ruotar tutto intorno ad una monotonia verticale.
Dall'altro, il vigore esistenziale dell’arrampicare non può esser soffocato nella flessibilità intrinseca di un "praticare un’attività sportiva all’aria aperta". Come fosse una della tante.

È parte di te. Spesso ingombrante e alimentata da bassi sentimenti.
Ma tu esisti  in lei.
Perfettamente sovrapponibile alla qualità e alla quantità di te che proietti nel gesto.

Occhio ai luoghi.
Che siano suggestivi. Che quando scendi dal tiro o ti siedi a riposare, l’ambiente sia per te fonte di ricarica intellettuale e – perché no? – di ispirazione.
C’è una punta di vergogna. C’è il rischio di passare da fricchettone new age che va in giro ad abbracciare gli alberi. Ma quando scali l’animo si vuota lasciando spazio ad una pace della quale si riempie e nella quale si acquieta.
Quando scendi dal tiro. Immerso in quella calma. Disteso in quel sollievo. Se ascolti bene.
Il bosco può parlarti.
Con un animo ben predisposto e, con un po’ di esercizio, si è capaci di sfiorare una forma rivelatrice di ispirazione.
Altro che corde in catena.

Occhio alle persone.
Nell’epoca della contrattazione tecnocapitalistica, dei nessi interpersonali finalizzati al tornaconto personale, trovare un onesto legame che vada al di là di due imbraghi e un grigri è un successo romantico, da assolutizzazione idealistica.
Ma nel mare della menzogna non nuotano che pesci morti, e a noi basterebbe della più comune trasparenza. Null’altro.
Sarà anche in questo il successo del bouldering?
Chissà. Tu pensa solo a dir la verità. Col tempo essa si sedimenterà limpidamente, opponendosi allo scandalo della mercificazione umana. Alla riduzione del compagno di scalata a inerte assicuratore.

Occhio alla motivazione.
Quella vera, si nutre di entusiasmo. Di gioia, di sorrisi e di brucianti sconfitte.
Ma solo l’onestà, alla fine, riuscirà a filtrarne le scorie individualistiche.
Diminuire i massimali al trave ed allenarsi alla limpidezza interiore. Al controllo della coscienza. Al tenersi a distanza dall’ordinaria alienazione che è propria del consumatore di arrampicata.
Con un pizzico di indulgenza osservare le proprie debolezze, le invidie, la vampa delle delusioni.
Accettarle.

Perché siamo irriducibilmente fallaci e deboli.

Scaliamo, dunque, per migliorarci.