Ieri dicevi che ti sentivi fiacco e
che pertanto non avresti tirato.
Oggi dici che non ce la fai perché sei
stanco da ieri.
Hai questo broncio incastrato in viso.
Da tempo.
Sei stanco e al limite. Presto scoppierai.
Lo vedo. Lo vediamo tutti.
Nervoso e tirato alla morte.
Si teme il giudizio; invischiati in
una melma di insicurezza, desiderio di accettazione e ingiustificata (e
ingiustificabile) superbia.
Non ci sto. Non vengo più.
Non ti seguirò.
Non sarò complice in questa tortura
verso se stessi.
Verso la parte migliore di noi. Che
grazie all’arrampicare abbiam l’occasione di rispolverare.
Il succo della vita lo spremi dal gioco.
E io voglio esserne ancora in grado.
Perché solo se capace di sognare potrò
immaginare.
Un nuovo modo di ascoltare. Di comprendere.
Voglio che la scalata torni a farmi
felice.
Io non sono così.
Mi faccio schifo.
Ho pianto di rabbia. Quella sera. Di domenica.
Di ritorno a casa.
In auto. In coda. All’idea che il
giorno dopo. Di lunedì.
Al rientro sul lavoro. Sarei stato
ancor più rabbioso ed emotivamente stanco di prima.
Sicuramente è anche colpa mia. In
larga parte.
Ma siamo una cordata.
E in quanto tali ci spartiamo anche le
colpe.
E io ora mi trovo a non volerti più. Ad
aver paura.
Più ci sei tu, meno ci sono io.
Ho provato a parlartene. A farti
capire.
Un caffè.
Quando vuoi.
Ma niente.
Ci siamo tuffati in questo vicolo
cieco.
Io scendo. Anche se in corsa.
Almeno salverò i cocci della mia gioia
e proverò, da essa, a ricostruire.
La serenità non è nell’opinione
altrui.
Ciò che mi terrorizza è piuttosto quel
che, io, posso pensare di me stesso.
Atteggiarsi non è altro che persuadere
sprovveduti.
Non mi voglio nutrire di illusorie opinioni. Non mi basterebbero.
Io non scalo per vincere ma per ardere.
E non mi piaccio. Affatto. Non sono
così.
Voglio migliorare.
Credevo fosse una questione di grado
ma è tutt’altro.
Ed è inversamente proporzionale ad una
messa a fuoco sulla propria anima.
Stiamo alimentando la parte corrotta
delle nostre passioni.
Devo correre questo rischio.
Alpinismo d’esplorazione. Alpinismo d’intropsezione.
Sento un richiamo che non posso più
soffocare.
Non mi basta neanche più la lucidità che
scaturisce dal sacrificio finalizzato al superlavorato.
Ho troppa confusione dentro per
raccogliermi e immolarmi nuovamente ad un percorso verticale fatto di nuove,
continue sconfitte. E poi non è questa la priorità ora.
C’è qualcosa di autentico, sul serio,
su cui devo provare a muovermi. A trovarne i singoli.
Voglio godere di questa ambizione. Quasi
come un disgelo di nitidezza.
Risplendere in una lacrima.
Ricercare della gioia. Dimenticata qua e là.
Non esistono errori.
L’unico peccato è gettare opportunità
di armonia
Non la scoperta. La catena. Il traguardo. Bensì la sospensione
intellettuale di chi è su un percorso.
L’atto del viaggiare in sé. Squarciare
le dimensioni.
Come scalare in tetto su concrezioni.
Non vai su, a destra o a sinistra.
Col cuore che scoppia e il fiatone, tu, vai.
E basta.
Proiettato in avanti. A ficcarti nella
realtà.
In un equilibrio fra ciò che spingi via
e ciò che tiri a te. Con forza.
Quasi a non voler(ti) scappare via.
Se necessario assumendo posizioni scomode
pur di non venir trascinato via dalla gravità.
Lolottare sugli eventi. Tallonare e
agganciarsi alla verità.
Con fatica scoprire che per
rimanere fermi, dentro se stessi, alle volte è necessaria della rabbia.
È allora ben venga.
Questa è gentaglia.
Che come l’umido ti si appiccica
addosso finendo per inzupparti l’anima.
E poi, d’un colpo, si ammuffisce.
Solo del nobile disprezzo per la
mediocrità e per la menzogna proteggerà i nostri futuri.
Non è più possibile permettersi di non
pensare. Non ora non. Non in quest’epoca.
Occhi aperti.
Sulla vita.
Ci vogliono perfetti sudditi.
Il racconto che ci hanno propagandato ha pagine da
strappare.
E allora iniziamo.
Odiamo e disprezziamo gli impostori. I
prepotenti, gli ipocriti.
Buttar giù le maschere e dare un nome
alle cose.
Godere del vivere così come si gode di
un abbraccio
Sole, movimento e pace. Pietra.
Smettere di sottrarsi alla
comprensione, al pensare. Di farsi vivere dagli eventi e di vivere vite altrui.
In falesia come nella vita.
Per poi, mollemente, lamentarsi del
grigiore e della monotonia.
Rafforzare, con la pietra, il nostro adesso basta.
