martedì 26 aprile 2016

Io non scalo per vincere. Ma per ardere




Ieri dicevi che ti sentivi fiacco e che pertanto non avresti tirato.
Oggi dici che non ce la fai perché sei stanco da ieri.
Hai questo broncio incastrato in viso. Da tempo.
Sei stanco e al limite. Presto scoppierai. Lo vedo. Lo vediamo tutti.
Nervoso e tirato alla morte.
Si teme il giudizio; invischiati in una melma di insicurezza, desiderio di accettazione e ingiustificata (e ingiustificabile) superbia.

Non ci sto. Non vengo più.
Non ti seguirò.

Non sarò complice in questa tortura verso se stessi.
Verso la parte migliore di noi. Che grazie all’arrampicare abbiam l’occasione di rispolverare.
Il succo della vita lo spremi dal gioco.
E io voglio esserne ancora in grado.
Perché solo se capace di sognare potrò immaginare.
Un nuovo modo di ascoltare. Di comprendere.

Voglio che la scalata torni a farmi felice.
Io non sono così.
Mi faccio schifo.
Ho pianto di rabbia. Quella sera. Di domenica. Di ritorno a casa.
In auto. In coda. All’idea che il giorno dopo. Di lunedì.
Al rientro sul lavoro. Sarei stato ancor più rabbioso ed emotivamente stanco di prima.

Sicuramente è anche colpa mia. In larga parte.
Ma siamo una cordata.
E in quanto tali ci spartiamo anche le colpe.
E io ora mi trovo a non volerti più. Ad aver paura.
Più ci sei tu, meno ci sono io.

Ho provato a parlartene. A farti capire.
Un caffè.
Quando vuoi.
Ma niente.
Ci siamo tuffati in questo vicolo cieco.

Io scendo. Anche se in corsa.
Almeno salverò i cocci della mia gioia e proverò, da essa, a ricostruire.
La serenità non è nell’opinione altrui.
Ciò che mi terrorizza è piuttosto quel che, io, posso pensare di me stesso.
Atteggiarsi non è altro che persuadere sprovveduti.
Non mi voglio nutrire di illusorie opinioni. Non mi basterebbero.

Io non scalo per vincere ma per ardere.

E non mi piaccio. Affatto. Non sono così.
Voglio migliorare.
Credevo fosse una questione di grado ma è tutt’altro.
Ed è inversamente proporzionale ad una messa a fuoco sulla propria anima.
Stiamo alimentando la parte corrotta delle nostre passioni.

Devo correre questo rischio.
Alpinismo d’esplorazione. Alpinismo d’intropsezione.
Sento un richiamo che non posso più soffocare.
Non mi basta neanche più la lucidità che scaturisce dal sacrificio finalizzato al superlavorato.
Ho troppa confusione dentro per raccogliermi e immolarmi nuovamente ad un percorso verticale fatto di nuove, continue sconfitte. E poi non è questa la priorità ora.
C’è qualcosa di autentico, sul serio, su cui devo provare a muovermi. A trovarne i singoli.

Voglio godere di questa ambizione. Quasi come un disgelo di nitidezza.
Risplendere in una lacrima.
Ricercare della gioia. Dimenticata qua e là.

Non esistono errori.
L’unico peccato è gettare opportunità di armonia
Non la scoperta. La catena. Il traguardo. Bensì la sospensione intellettuale di chi è su un percorso.
L’atto del viaggiare in sé. Squarciare le dimensioni.
Come scalare in tetto su concrezioni.
Non vai su, a destra o a sinistra.
Col cuore che scoppia e il fiatone, tu, vai. E basta.
Proiettato in avanti. A ficcarti nella realtà.
In un equilibrio fra ciò che spingi via e ciò che tiri a te. Con forza.
Quasi a non voler(ti) scappare via.
Se necessario assumendo posizioni scomode pur di non venir trascinato via dalla gravità.
Lolottare sugli eventi. Tallonare e agganciarsi alla verità.
Con fatica scoprire che per rimanere fermi, dentro se stessi, alle volte è necessaria della rabbia.

È allora ben venga.
Questa è gentaglia.
Che come l’umido ti si appiccica addosso finendo per inzupparti l’anima.
E poi, d’un colpo, si ammuffisce.

Solo del nobile disprezzo per la mediocrità e per la menzogna proteggerà i nostri futuri.
Non è più possibile permettersi di non pensare. Non ora non. Non in quest’epoca.
Occhi aperti.
Sulla vita.
Ci vogliono perfetti sudditi.
Il racconto che ci  hanno propagandato ha pagine da strappare.
E allora iniziamo.
Odiamo e disprezziamo gli impostori. I prepotenti, gli ipocriti.
Buttar giù le maschere e dare un nome alle cose.

Godere del vivere così come si gode di un abbraccio
Sole, movimento e pace. Pietra.
Smettere di sottrarsi alla comprensione, al pensare. Di farsi vivere dagli eventi e di vivere vite altrui. In falesia come nella vita.
Per poi, mollemente, lamentarsi del grigiore e della monotonia.
Rafforzare, con la pietra, il nostro adesso basta.