C’è una forma di sollievo persino
nell’abbandono.
Come in acqua. Per
riposare, al largo, dopo una lunga nuotata naufragata in una deriva.
Per rimanere a galla allora è
necessario mollare le resistenze, le contrazioni. Muscolari ed emotive.
Galleggiare sul presente. In
modo che sia ancora possibile, da lì, tornare indietro.
Delineando, in una
prospettiva verticale, un possibile nuovo esistere.
Per ora, quel che conta, è dunque
il silenzio. Soprattutto interiore.
Nulla parla più dentro te. Ma almeno, ora, a tacere, è anche l’identità. Quella supposta.
Quella di contrabbando. Il tuo ego
egemone.
Quel che conta ora è
contrapporre sé a sé.
E vedere chi la spunta.
Perché uno dei due è meno vero dell’altro. Bada bene, non falso. Meno vero.
E dunque meno
forte.
Deve essere così. Diversamente è paralisi.
E tuttavia non è detto che
questo crepitìo interiore di contrapposizione statica non assurga ugualmente ad
un muoversi lungo un percorso di autocoscienza.
E allora è proprio vero
eh?
Si scala come si vive. Da consumatori
occidentali.
E, dell’epoca dei consumi,
ti porti dietro tutto lo scintillìo mercificante in cui essa si è dileguata.
Da un lato:
la creazione del progresso
e sviluppo.
Dall’altro:
la lotta per farcela. Impantanato nella miseria esistenziale di una schiavitù salariata (dal grado,
dagli appagamenti dell’ego, dalla retribuzione riconnessa ad un lavoro
flessibile e precario; svuotato nella sua essenza di nobilitazione dell’uomo e ridotto a moncone dell’espressione del
lavoratore nella sua smarrita protezione costituzionale in quanto essere vivente).
Fine della magia. Morte degli
inganni.
Il profitto verticale.
Il
grande idolo del tempo. A cui piegare ogni impeto identitario. Come ad arcuare
persino la nostra stessa dignità.
E non intendo tout court il grado. Sarebbe da sciocchi
credere che un decadimento di valori possa passare solo attraverso questo.
Il profitto verticale è tutto ciò che alimenta la deformazione della
tua identità. Che ti ha trasformato in un dominato. Spento, in una accettazione irriflessa
di quelle logiche che invece avresti dovuto rovesciare. Ma che, nei fatti, hai divinizzato.
Immolando ad esse ogni trazione. Ogni secondo in più di bloccaggio. Ogni lista in più saltata sul pan.
Ma sei un buona compagnìa.
È così. Ovunque. Ce lo chiede l’Europa.
Ebbene.
Ascoltami. Ancor prima che
prendere crash o corda e andar fuori, hai bisogno di immaginarti un nuovo
orizzonte verticale.
E forse allora la chiave
emotiva non sarà più un'opposizione a se stessi, bensì l’acculturazione: una visione “a fuoco”, disincantata
e puntuale, che tu sei – anche – così.
Gettare la maschera. Dirselo.
La conoscenza dei propri mali è - o no - l’inizio della guarigione?
Gettare la maschera. Dirselo.
La conoscenza dei propri mali è - o no - l’inizio della guarigione?
Ora tu sei qui. Fermo al parcheggio. Gli altri stanno per arrivare.
Fuori è sole e profumi di una
limpida primavera alle porte.
Un assaggio di quel che potrà essere. In ogni senso.
Dentro di te è ancora
forte l’impeto inerziale dell’andare a scalare.
Perché tanto, ormai, è così. Fai così quasi ogni weekend.
Che fare? E Come farlo?
Sta a te decidere.
Se con gioia e animo
quieto.
Oppure in una gabbia d’acciaio.
Di pensiero debole e contemporaneo.
Individualista e obbligato all’adeguamento.
Personaggiucolo di uno
spettacolino perverso che ci vede colorati ma oscuramente avidi; appesi ad una funesta
condanna intellettuale.
Che ci fa vivere ogni nostro limite come un ostacolo.
Sta a te combattere.
Perché un fiore lasciato appassire puzza più della merda.
