mercoledì 13 aprile 2016

Noi che non fummo sconfitti solo perchè continuammo a tentare (T.S. Eliot)






C’è una forma di sollievo persino nell’abbandono.
Come in acqua. Per riposare, al largo, dopo una lunga nuotata naufragata in una deriva.
Per rimanere a galla allora è necessario mollare le resistenze, le contrazioni. Muscolari ed emotive. 
Galleggiare sul presente. In modo che sia ancora possibile, da lì, tornare indietro.
Delineando, in una prospettiva verticale, un possibile nuovo esistere.

Per ora, quel che conta, è dunque il silenzio. Soprattutto interiore.
Nulla parla più dentro te. Ma almeno, ora, a tacere, è anche l’identità. Quella supposta.
Quella di contrabbando. Il tuo ego egemone.

Quel che conta ora è contrapporre sé a sé.
E vedere chi la spunta.
Perché uno dei due è meno vero dell’altro. Bada bene, non falso. Meno vero. 
E dunque meno forte. 
Deve essere così. Diversamente è paralisi.
E tuttavia non è detto che questo crepitìo interiore di contrapposizione statica non assurga ugualmente ad un muoversi lungo un percorso di autocoscienza.

E allora è proprio vero eh?
Si scala come si vive. Da consumatori occidentali.
E, dell’epoca dei consumi, ti porti dietro tutto lo scintillìo mercificante in cui essa si è dileguata.
Da un lato:
la creazione del progresso e sviluppo.
Dall’altro:
la lotta per farcela. Impantanato nella miseria esistenziale di una schiavitù salariata (dal grado, dagli appagamenti dell’ego, dalla retribuzione riconnessa ad un lavoro flessibile e precario; svuotato nella sua essenza di nobilitazione dell’uomo e ridotto a moncone dell’espressione del lavoratore nella sua smarrita protezione costituzionale in quanto essere vivente).

Fine della magia. Morte degli inganni.
Il profitto verticale. 
Il grande idolo del tempo. A cui piegare ogni impeto identitario. Come ad arcuare persino la nostra stessa dignità.
E non intendo tout court il grado. Sarebbe da sciocchi credere che un decadimento di valori possa passare solo attraverso questo.
Il profitto verticale è tutto ciò che alimenta la deformazione della tua identità. Che ti ha trasformato in un dominato. Spento, in una accettazione irriflessa di quelle logiche che invece avresti dovuto rovesciare. Ma che, nei fatti, hai divinizzato. 
Immolando ad esse ogni trazione. Ogni secondo in più di bloccaggio. Ogni lista in più saltata sul pan.
Ma sei un buona compagnìa.
È così. Ovunque. Ce lo chiede l’Europa.

Ebbene.
Ascoltami. Ancor prima che prendere crash o corda e andar fuori, hai bisogno di immaginarti un nuovo orizzonte verticale.
E forse allora la chiave emotiva non sarà più un'opposizione a se stessi, bensì l’acculturazione: una visione “a fuoco”, disincantata e puntuale, che tu sei – anche – così.   
Gettare la maschera. Dirselo.
La conoscenza dei propri mali è - o no -  l’inizio della guarigione?

Ora tu sei qui. Fermo al parcheggio. Gli altri stanno per arrivare.
Fuori è sole e profumi di una limpida primavera alle porte.
Un assaggio di quel che potrà essere. In ogni senso.
Dentro di te è ancora forte l’impeto inerziale dell’andare a scalare.
Perché tanto, ormai, è così. Fai così quasi ogni weekend.

Che fare? E Come farlo?

Sta a te decidere.
Se con gioia e animo quieto.
Oppure in una gabbia d’acciaio.
Di pensiero debole e contemporaneo. Individualista e obbligato all’adeguamento.
Personaggiucolo di uno spettacolino perverso che ci vede colorati ma oscuramente avidi; appesi ad una funesta condanna intellettuale. 
Che ci fa vivere ogni nostro limite come un ostacolo.

Sta a te combattere.
Perché un fiore lasciato appassire puzza più della merda.