Stavolta però non sono scuse.
Stavolta è vero.
Ci vogliono le palle e un morale
d’acciaio per ingaggiarsi ogni week end.
O forse è solo amore per la pietra.
Semplicemente. Candidamente.
Stare a casa, sfondarsi di birrette e
serie tv. Oppure scalare su 6b tutto il giorno.
Dopare l’opinione di sè coccolandosi
con l’opinione altrui.
Mentire.
È questo il punto. Il maschio
dominante in un gruppo a vocazione subalterna e remissiva. Bastano davvero
delle dinamiche così false per alimentare l’illusione di un’esistenza.
Si.
Così come basta slogan di regime a dar
l’illusione di vivere nella migliore e l’unica possibile delle democrazie.
Ma poi ci si stufa.
Perché l’uomo tende alla verità come
un fiume tende a valle.
Prima o poi ci si stanca di mentire.
Perché una raganatela di consensi ed illusioni, per quanto intellettualmente
“comort-zone” porta sempre all’immobilismo.
E infine ad esser divorati dalla
faciloneria. Dal fare tanto per fare.
E infine riscoprisi degli sciocchi.
Dei complici.
Degli incompiuti.
Puntare alla perfezione in ogni cosa
che si fa. The best is only good enough.
Fare del nostro meglio. Tentare di
migliorare. Sudare. Soffrire.
La verità guardarla negli occhi.
Fissa. Senza timori. Non abbassarle lo
sguardo. Essere parte di quella luce.
Dello splendore di un’esistenza.
Se c’è da bruciarsi assumersene il
rischio.
E quindi il venerdì a letto
presto e cena leggera.
Sabato sveglio all’alba. Pulire casa.
Un minimo. Preparare la colazione.
E poi andare incontro alla lotta.
All’alta probabilità di fallimento.
Andarci con il sorriso. Come chi non
ha altra scelta. Come chi ha scelto.
Mani ghiacciate in inverno. Senza
respiro in estate.
Che persino l’aria è impastata come
queste concrezioni cariche di magnesite e umidità.
Tirare. Cadere. Tirarsi di nuovo su.
Ma col cuore che pompa vita.
E Lunedì riniziare ad attendere.
A piegarsi ad altre lotte.
Perché la pace non è sottrarsi alla
lotta oppure comprenderne – zen – la totale inutilità.
È da un pezzo che lo sappiamo.
La pace, quella vera, la provi solo
quando metti a tacere la coscienza.
Che non ti sei sottratto. Che ad essa
il tuo agire è perfettamente sovrapponibile.
Che non hai fuggito il confronto. Il
lavoro. Fisico e intellettuale.
Lo sforzo della comprensione.
A volte rabbia. A volte gioia. dolore.
E la voglia di mollare la tacca.
Ma ciò che non manca è la pace dentro.
Molleresti tutto. Prenderesti a calci
la vita, te stesso. La fatica apparentemente inutile.
Ma la vita te la senti ardere dentro.
E alla fine proiettare tutto ciò in un
esistere.
Guardandoti dentro, senza protezioni.
Sono scappato qui in valle.
Tutti quei sottintesi erano troppi
persino per un codardo come me.
Va messo un telo di plastica sotto la
tenda. Sempre.
E possibilmente dormire sui crash.
Salvo non puzzino troppo di merda.
Prima devo cagare. Tassativo.
L’umidità del terreno mi ha fatto germogliare dentro qualcosa. E non è un
qualcosa di poetico.
Ho paura degli orsi.
Così come nei miei viaggi a piedi
riuscivo a trasformare la solitudine del bosco in terrore solo con
l’autosuggestione tipica di chi piega l’indole al vociare diffuso. Finendo per
aver paura di un bosco e non di una banca.
Sto un po’ davanti alla tenda. Aspetto
che il sole di luglio faccia il resto. Mi vesta di calore. Di colore.
È tutto qui?
Prendere il crash e gironzolare per il
bosco?
Basta questo a dimenticare tutto? A
farsi dimenticare.
A ritrovarsi solo all’età in cui i
tuoi coetanei sono già al secondo figlio?
Essere lasciati perché “tu stai bene
solo quando scali”.
Non capisci.
È un problema il fatto che io riesca a
esser felice?
Di troppa razionalità i popoli si
ammalano.
Le scelte vanno prese di pancia.
L’istinto, se ci pensi bene, altro non è che il risultato di un adattamento
perfezionatosi in migliaia di anni.
Decidere. Fare gli adulti. Guardarsi
in faccia, negli occhi ma dirselo.
Che non siamo abbastanza l’uno per
l’altro.
Che infondo ci siam voluti bene. Che
te ne vorrò sempre.
Ma che ormai è arrivata la ghisa dei
legami.
Sarò sempre legato a te. Come potrei
non esserlo?
Ma devo capire dove finisce l’amore e
inizia la tenerezza e la dolcezza, la gratitudine, la meraviglia della scoperta
di essere in grado di costruire, ma non di tuffarsi insieme.
Incontro all’ignoto.
Mi mancherai come se mi mancasse un
pezzo di me. Un moncone dell’io (o dell’ego).
Ma è giusto separarsi.
Andare incontro ai propri futuri.
Poi d’un tratto la paura – o l’affetto
– mi trattiene. Si attorciglia al pensiero fluido e lo inceppa nella
spontaneità.
E non so che fare. Se seguire il
luccichio che intravedo dentro oppure il calcolo razionale.
Zavorrato da cose, legami,
sovrastrutture, figli anche. Cazzo.
Baciarti teneramente, accarezzarti,
tenerti fra le braccia, osservarti dormire.
Prendermi cura di te.
Cosa siamo?
E cosa potremmo diventare?
La verità è che è un bel casino.
Ed è un casino in cui solo noi due
potevamo cacciarci.
Sei gran parte della mia vita.
Perché attingi direttamente alla parte
pura e viva che tento di conservare in me e la alimenti.
Perché solo tu sei la chiave per
entrarci.
E perché grazie a te rimango vivo.
Altro che arrampicare.
E allora le stronzate che racconto in
giro sull’arrampicata maestra di vita ecc. ecc.
È ora che le metta in pratica. Che
soffra per migliorare. Per uscire dal passo duro.
Rischiando di cadere. Sudando.
Rischiando anche di farmi male se necessario.
Ma io devo salire.
