C’è che poi
arriva un momento in cui, solo per un po’
(e forse
solo nella tua testa – infondo l’unico luogo che conta davvero)
hai come la
pericolosa sensazione che tutto sia in armonia.
Ok. Esageri
ancora. Molli i piedi. Talloni inutilmente. Ostenti eleganza.
Ti scaldi
sui 7a/b che conosci come il tuo appartamento.
Ma ti
diverte. Non riflette più alcun vuoto ora. È un arcuare sulle proprie
debolezze.
Smascherarle.
Agguantare una rinnovata coscienza del sé. Con tutti i suoi limiti.
Da amare.
La pietra
rosa, l’ultimo 6b a fine giornata, i rondoni.
Un sorriso.
Uno sguardo trasparente. Di una luce lontana.
Ma così
vicina. Così dentro.
Come quest'abbraccio. Che ti porti ancora addosso.
Come quest'abbraccio. Che ti porti ancora addosso.
I percorsi
sono lastricati di antagonismi, ma tu infondo credi ancora
al carattere
sacro della vita. E delle vite. Perché non hai mai smesso.
Perché
quando queste si intersecano, e si incastrano, si genera miracolo.
Quella
stessa magia e quello stupore che ancora oggi ti fanno rifiutare
Il
disincanto. La rassegnazione.
Che’ ci siam
già dentro fino al collo in questa razionalizzazione sterile.
Che fa da
camera di combustione all’abitudine al brutto, all’ingiusto,
alla
neutralizzazione dell’indignazione. Quella vera. Che viene dal cuore.
Che questa
verità storica, arida e inerte, non sia inemendabile.
Non esiste
altro modo per prendersi cura della vita
Se non
occupandosi di quel limitato pezzo di tempo che abbiamo in dono,
di quel
pezzetto di mondo su cui incardiniamo i totem del nostro ego.
Eppure
tutto, ancora e nonostante tutto, germoglia dall’amare.
Perché
essere felici è atto diretto di resistenza esistenziale. E quindi politica.
Nella sua
forma più primitiva.
Perché
essere felici è un modo in più per smantellare il pensiero unico
In cui si
condensa la sovrastruttura del contemporaneo.
Non avranno
anche la mia serenità. Quella che si sprigiona sceso da un tiro.
L’arrampicata
va protetta.
Perché è
necessario scardinarsi dalla coazione alla rinuncia al proprio modo
Di intendere
la scalata e alla convergente adesione irriflessa a quel che “fanno gli altri”.
Che, ok,
messa giù così pare di sentire l’ennesima barbarie di banalità intellettuale e
rozzezza di pensiero,
ma è proprio
questo smantellamento assolutizzante (tipico di quest’epoca – in ogni ambito)
ad incombere
sul nostro sentire la roccia.
Parliamoci
chiaro.
A nessuno –
a parole – interessa limitarsi a riprodurre ciò che già è.
Eppure
guardati attorno.
In falesia,
in palestra. Nella musica. Nel lavoro.
Nella
letteratura. Nella vita. imitiamo. E lo facciam male. Per giunta.
Alcuni lo
chiamano “stallo identitario”, ma non ha importanza.
Quel che
conta è che la tua anima, in mezzo a tutto questo nulla,
ci fa la
muffa. Si ritrae. Perde luccichio.
È necessario
allora smettere di prestare ascolto a narrazioni ed
Iniziare a
sentire dentro quel che c’è. A fidarsene. A non vergognarsene.
Decolonizzare
le proprie menti abbracciando se stessi.
Santificazione
della vita. della gioia.
Abbandonare
ogni profilo speculativo, conformista e gregario.
Stare
attaccati alla pietra è tornare puliti,
orientando
lo spirito verso il vero.
Proteggendo
fin da ora quell’embrione di un miglior domani
che c’è già
nell’oggi.
