mercoledì 26 aprile 2017

Dinamica della direzione e stasi del dominio




C’è che poi arriva un momento in cui, solo per un po’
(e forse solo nella tua testa – infondo l’unico luogo che conta davvero)
hai come la pericolosa sensazione che tutto sia in armonia.

Ok. Esageri ancora. Molli i piedi. Talloni inutilmente. Ostenti eleganza.
Ti scaldi sui 7a/b che conosci come il tuo appartamento.
Ma ti diverte. Non riflette più alcun vuoto ora. È un arcuare sulle proprie debolezze.
Smascherarle. Agguantare una rinnovata coscienza del sé. Con tutti i suoi limiti.
Da amare.

La pietra rosa, l’ultimo 6b a fine giornata, i rondoni.
Un sorriso. Uno sguardo trasparente. Di una luce lontana.
Ma così vicina. Così dentro.
Come quest'abbraccio. Che ti porti ancora addosso.

I percorsi sono lastricati di antagonismi, ma tu infondo credi ancora
al carattere sacro della vita. E delle vite. Perché non hai mai smesso.
Perché quando queste si intersecano, e si incastrano, si genera miracolo.
Quella stessa magia e quello stupore che ancora oggi ti fanno rifiutare
Il disincanto. La rassegnazione.
Che’ ci siam già dentro fino al collo in questa razionalizzazione sterile.
Che fa da camera di combustione all’abitudine al brutto, all’ingiusto,
alla neutralizzazione dell’indignazione. Quella vera. Che viene dal cuore.
Che questa verità storica, arida e inerte, non sia inemendabile.

Non esiste altro modo per prendersi cura della vita
Se non occupandosi di quel limitato pezzo di tempo che abbiamo in dono,
di quel pezzetto di mondo su cui incardiniamo i totem del nostro ego.

Eppure tutto, ancora e nonostante tutto, germoglia dall’amare.

Perché essere felici è atto diretto di resistenza esistenziale. E quindi politica.
Nella sua forma più primitiva.
Perché essere felici è un modo in più per smantellare il pensiero unico
In cui si condensa la sovrastruttura del contemporaneo.
Non avranno anche la mia serenità. Quella che si sprigiona sceso da un tiro.
L’arrampicata va protetta.
Perché è necessario scardinarsi dalla coazione alla rinuncia al proprio modo
Di intendere la scalata e alla convergente adesione irriflessa a quel che “fanno gli altri”.
Che, ok, messa giù così pare di sentire l’ennesima barbarie di banalità intellettuale e rozzezza di pensiero,
ma è proprio questo smantellamento assolutizzante (tipico di quest’epoca – in ogni ambito)
ad incombere sul nostro sentire la roccia.

Parliamoci chiaro.
A nessuno – a parole – interessa limitarsi a riprodurre ciò che già è.

Eppure guardati attorno.
In falesia, in palestra. Nella musica. Nel lavoro.
Nella letteratura. Nella vita. imitiamo. E lo facciam male. Per giunta.
Alcuni lo chiamano “stallo identitario”, ma non ha importanza.
Quel che conta è che la tua anima, in mezzo a tutto questo nulla,
ci fa la muffa. Si ritrae. Perde luccichio.

È necessario allora smettere di prestare ascolto a narrazioni ed
Iniziare a sentire dentro quel che c’è. A fidarsene. A non vergognarsene.
Decolonizzare le proprie menti abbracciando se stessi.
Santificazione della vita. della gioia.
Abbandonare ogni profilo speculativo, conformista e gregario.

Stare attaccati alla pietra è tornare puliti,
orientando lo spirito verso il vero.
Proteggendo fin da ora quell’embrione di un miglior domani
che c’è già nell’oggi.