giovedì 18 maggio 2017

Retorica di superficie, coscienza oppositiva e impronta del disincanto



Il non-io genera sovraccarico mentale. Che sottomette. Ma non piega. 
E' l’apice dell’inautenticità. Ci si sgonfia d’impeto.
Si rinuncia alla propria traiettoria.
Azione. Poi comprensione.
Con rabbia.
Come sul progetto.


Il paesaggio sociale è sempre più desolato.
E ciò esiste.
Nonostante le tue aspettative, nonostante i tuoi tentativi di connessione,
nonostante la tua gioia messa lì sul piatto. Senza respiro.
A carte scoperte.
Come sul progetto.
Entusiasmo che luccica.

Scalare spingendoti fuori da tutto questo.
Dalla melma delle interpretazioni.
Dei sottintesi.
Dalla palude dei retropensieri.
Dal fanatismo del raziocinio.
Dall’esitare.
Salendo.
Duro.
Come sul progetto.

Alla fine è l’uso il parametro valutativo di queste epoche di obsolescenza programmata.
Di rinunce. Di paura. Di stasi emotiva e inappetenza al sogno.
Di repentino esaurirsi della meraviglia stessa.
Di negazione dello stupore.
Tutto ciò che resiste all’uso (e all’abuso)
È vera.
E l’arrampicata lo è. Ed è sempre stata lì, ad aspettare.
Che tu la smettessi con la sintesi.
Con la retorica di superficie. Con la rarefazione di un’esistenza.
L’arrampicata si declina attraverso l’esercizio del diritto alla differenza. Alla verità.
Essere il fine di se stessi. Proteggere il proprio bosco interiore. Ascoltarlo.
Tu hai solo te.

Per quello scali duro. Come vivi.
E per duro intendo al “massimo delle tue possibilità”
Opportunamente circostanziate a relativizzate.
Al netto dei dolori. Delle delusioni. Dei rammarichi.
Dei doveri. Del lavoro. Del pochissimo tempo a disposizione e della troppa
Voglia di godimento. Dell’accettazione passiva. Del dubbio.
Dell’erosione dell’io. Degli errori. Della poca chiarezza.
Dell’immondizia del disincanto.

Ma tu, ancora, non ti allinei.
Tu, sul tiro – e sulla vita – metti sul piatto l’idea stessa di Te.  e gli vai addosso.
Come quando resisti. Come quando neutralizzi una nuova paura
riconquistando nuovo territorio di esistenza.
Senza ruoli, né maschere, né paure che comportino adattamento
Agli stilemi maggioritari.
Attaccato a questo pezzo di pietra prende vita l’incantesimo
In cui sei sospeso.

Quel briciolo di autenticità che da dentro proietti in quegli unici
Due giorni (a prescindere che tu vada a scalare o meno) va protetto.
Difeso. Avvolto di pulizia. E non sparpagliato in giro qua e là.
Messo incautamente a rischio. Senza valutazione.
Perchè è tutto ciò che ti rimane cazzo.
Sempre più pervasivo. Fino ad ardere di te.
Fino a sentirti che vivi. Che ci sei.
Come quando stacchi il secondo piede da terra.
Come quando tieni il bordo del sasso.
In Compressione.
Con Tutto il corpo che lavora. Tutto.
In una tensione antica. Che mai ti farà schiavo. Di nulla.
Di nessuno.
Nemmeno delle speranze. Vanno estirpate. Il prima possibile.

È in questa sospensione intellettuale che cessa l’asservimento
Alle dinamiche che offendono la natura umana.
Che ne mortificano la dolcezza.
Che annichiliscono di razionale esitare il suo candore.

Modella le tue abitudini a parametri di limpida lealtà.
Saranno poi loro a modellare te. In un equilibrio epifanico di indivisibilità
e di pulizia. Di tuttuno con se stessi. Di tregua e costruzione autentica.
Perchè questa pulizia è tutto ciò che abbiamo.
La nostra unica risorsa.
La nostra sola forza.
Come sul progetto.

Perchè è solo con la cenere, 
con quel che rimane di te,
Che lavi via lo sporco.


Christopher John Boyle  
1964 - 2017