mercoledì 30 ottobre 2019

Vacillare nella lotta




Sono qui. Da Te. ancora una volta con il mio carico di richieste.
Metto sul piatto il mio impegno. La mia voglia di tornare a galla.
Di tornare ad orientarmi. A capire. Consapevolezza.
Son tornato. E ho paura. Stavolta mi sto aggrappando a te. alle sensazioni che riesci a darmi.
Di pulizia interiore. Di mani che sudano.
Cerco sempre quello. Gioia. Ispirazione. Lucidità.
Riconnessione alla natura. E quindi riconnessione a me. La danza.
Spirito pieno ed eleganza motoria. Perché questo vuoi.
Raffinatezza, gusto, garbo. Grazia.
Perché questo è quello che poi mi dai.
E ora devo nutrirmi di tutto questo.
Patetico e arido come sono.

Ma stavolta è diverso amica mia.
Stavolta ho una paura fottuta.
Perché la vita è li a ricordarti chi sei.
E soprattutto chi NON sei.
E non puoi star senza pensare.
A meno che io non stia scalando.
E allora eccomi qui.
Che mi lego.
Infilo le booster.
stacco il secondo piede da terra.
Parto. e divento tua docile preda.
E arcuo. E urlo. E non mi frega un cazzo di quel che può sembrare.
Perché queste lacrime le ho strozzate in gola e le stringo a me. E le proteggo.
A ricordarmi che son vivo. Alle volte solo la rabbia ti tiene in piedi.
tiene incollati i brandelli di te.
Un graffio sulla vita.
E me lo prendo. E sto zitto.
E scalo duro.

Perché voglio ripartire da Te. da quel che siamo stati per così tanto tempo.
E che ho paura di aver sparpagliato qua e là.
Fra le chiacchiere e gli errori.
Fra le maschere e le aspettative.
Fra le solitudini e i rapporti ovattati.
In un equilibrio sgraziato fra necessità e timori.
Tra il dare fiducia e il naufragare nel pericolo.

Tutta roba da cui mi tenevi alla larga cazzo.

Ieri ti ho sentita urlarmi in faccia che ci sei. Che non devo arrendermi.
Che hai ancora tanto da darmi.
Che anche fra le pieghe di questa meraviglia di 8a+, durissimo e spittato cattivo,
puoi tornare a prenderti cura della mia anima?
Tornare a proteggermi.
Dai miei errori.
Dalle mie voracità.
Dal mio illudermi di esser quel che non sono.
Di vivere vite che non si possono avere.

La mia penitenza sarà di pietra.

Stavolta però ho paura. Tanta. Perché son ghisatissimo.
Sono a vista.
Un altro boulder. Secco. Netto. Cattivo.
Di tacche.
Senza fronzoli o trucchetti di piedi.
Qui, il massimale, o ce l’hai o ti appendi.
Pochi cazzi.

Ripartirò dalla fatica. Dal sudore. Ma rimarrò aggrappato a Te.
Perché sei vera. Almeno tu.
Come un cazzotto in faccia.
Stare alla larga da tutto il resto. Tornare a sacrificarmi. Per te. Per me.
Perché affinchè tu dia ancora i tuoi doni, io sul piatto devo metterci tutto.
Comprese le mie maschere. Le mie paure.
Il mio dolore quotidiano.
Di un padre finito chissa dove. Ma che ancora ama con gli occhi.
Di un lavoro che allontana. E isola. Sempre di più.
Di inganni.
Di altro dolore. 
Che si poteva evitare cazzo.
Ma ora siam qui.
E me lo prendo. E sto zitto.
E scalo duro.

credo sul serio che il frutto della pace
sia appeso all’albero dei silenzi.
Che il fiore di una rinnovata serenità
Germoglierà da tutto questo dolore.

È tempo di non nascondersi. Solo immolandomi a quest’onda grigia.
Di tacche, rabbia e passi duri, potrò tornare a prendermi per mano.
A prendermi cura di me.
Delle mie verità.
E delle mie piccole gioie. Quelle poche che posso difendere.

Che vivere aggrappati
è ancora vivere.
molto di più di quel che credevo.
non è vero. non ti odio affatto.
Grazie
                                                                 ancora Tuo, r.