mercoledì 13 novembre 2019

Seppellirsi



Non sprechi più il tuo arrampicare.
La gioia dei primi tempi. La purezza nella fatica. vincere le paure.
entrare in contatto con la parte più autentica di te. E rimanerci attaccato.arcuando.
E condividerla. con chi comprende la solennità del momento.

Tutto questo sta tornando. Di weekend in weekend.
Un centimetro alla volta.
Datti tregua.

Hai dovuto rischiare la vita ma ora c’è di nuovo.
Non negli sbalzi d’umore,
non nelle finte promesse,
non in questa umanità arida che ci trattiene.
È proprio qui,
accanto a te amico mio.
presto andrai via.
E io morirò ancora un altro po’.
Ma mi manterrò in vita, a tributare con orgoglio
Il nostro successo: il contatto con la purezza.

Ho fatto tanti errori e continuo a farli.
E ti chiedo scusa.
Mi sveglio tardi,
se non passo sul tiro mi rode il culo,
se c’è troppa gente in falesia inizio a star male.
Alle volte sono scorbutico.
Ma tu sai anche quante ne ho passate negli ultimi due anni…

Quel che abbiamo riagganciato ha un che di imponente e di vitale.
Mi hai ricordato chi sono. riagganciandomi a me.
E mi hai ricordato perché amavo così tanto tutto questo.
Se tutto quel che è successo è servito per riconnettermi
Allora sono in pace. allora tutto ha un senso.
Persino l’amore sprecato.
Persino le bugie trangugiate.
Persino le occasioni irresponsabilmente concesse a gentaglia.
Inquinamento esistenziale e culturale.
Fake.

Ho paura di smarrirmi di nuovo.
Ho paura di smettere di arrampicare.
Ho paura di perdere questo arrampicare quando non ci sarai più.

Non voglio smettere,
non voglio scivolare ancora in sterili abitudini urbane,
dialoghi a vanvera, vuoti concettuali,
ipocrisia da aperitivi, far di tutto per sembrare il proprio profilo FB.
Egoici e narcisisti.
mai come ora ho bisogno di piedi sporchi e dita fredde.
Di polvere, assenza di rete e di sdraiarmi in furgone sporco e sudato.
Riposare.
Uscire fuori,
fare un caffè al fornelletto, suonare un po’ la chitarra. Lavarsi in fiume.
Leggere al mattino.
Sentire questo momento che  entra dentro e fa di te la persona che senti di essere.
Come se tutto questo infondo promanasse da te,
come se nell’animo – ancora – stesse ad albergare il desiderio di incanto.
Come se il tempo, la vita, non te l’avessero rubata, annichilita.
Quasi un anno . E che nessuno sapesse. E tu zitto, immolandoti come colpevole.
Stupido.
manipolato. buchi neri antropomorfi.
Smettendo di scalare. Di allenarti. Di gioire.
Per-donare.
Fake.

L’estasi, quella profonda, è nei silenzi al tramonto,
fra gli alberi. è il leggero fischio dell’aria fra gli aghi di pino. che inali.
E ti distende in un sollievo
Placare quest’urlo che viene da lontano.
Sentire che ogni battito affonda dentro.
Rimanere lì, fra il cuore e le pulsioni primordiali.
tutto ha un senso.
c’è un legame,
che si vede ma non si può raccontare.
passare una corda nel rinvio, saltarlo quando necessario,
sbuffare, arcuare,  impostare il movimento. Urlare di vita.
Passare la corda in catena. Stare un po’ lì. In silenzio. Sorridere.
con te che capisci. E non mi cali. Non ancora.
Per lasciarmi un po’ li. appeso. a contemplare un panorama
di sè che mi si apre innanzi.
A Bruciare di verità. ad ardere di vita. perché lo merito.

Abbiamo scalato anche oggi.
E la pietra ci ha riagganciato a chi siamo. A cosa apparteniamo.
E senti l’odore sulle dita. Sull’anulare nastrato.
le accarezzi, gonfie, come fossero tue amiche.
Le uniche che hai in certi momenti. E in questo.

E ringrazi per tutto. Persino per le bugie.
Per queste pareti rosse a colate blu.
Per questi momenti,
che ti dicono chi sei, dove vai e cosa vuoi.
Chi non vuoi e ciò da cui vuoi stare alla larga.il più lontano possibile.
E non hai nessun dubbio.
Perché il dubbio è gabbia,
argine al divenire.

Amo la vita.
E ci è voluto rischiare di morire per ricordarmelo.

Sai cosa sta accadendo in me. Nella mia vita.
Le delusioni, i tradimenti, le menzogne.
Le diffamazioni, l’isolamento. vendetta meschina.
Solo per essere stato onesto.
Eppure son qua.
Ed è anche grazie a te. e a lei.
Son qui. Che rido.
E canto.
E mi sento come prima di tutto quest’inferno.

L’effetto inevitabile di questa società regolata da dinamiche di mercato e dal consumo.
Ci dispone nei confronti dell’altro come di fronte a delle merci.
Con l’illusione di una libertà.illimitata.
Ci dispone come merci. Nelle nostre vetrine social.
E finiamo ad imitare la vita.
Ad imitare la nostra stessa narrazione di noi.
In spregio all’alterità. In spregio alla poesia.
Qualche foto e una bella canzone.
Come se la magia si esaurisse davvero solo in questo assemblare luccichii.
Gente  che non sopporta il pensiero.
Che non è portatrice di pensiero. Tantomeno di sentimento. Di amore.

Questo è diventato il sentimento?
Violazione di un’integrità?
Amico mio, non ti dimenticherò mai.

Il richiamo al piacere. L’imperativo al piacere.
Altro che pensare, riflettere, fermarsi.
Calpestare tutto. Calpestando tutti.
E d’un tratto ritrovarsi stranieri nella propria vita.
Tentando una riconnessione a sé.
Dopo tutta questa strumentalizzazione manipolatrice.
Dopo questo vagabondare in una assenza di sé a sé.
La logica del perdono ha senso solo se si riconnette un movente ad un gesto,
non perdono amico mio, lo so. Sbaglio ancora.

Il richiamo è ancora lì.
Non è partecipare alla vita, bensì prendervi parte il meno possibile,
stando alla larga dal marcio.
In tal modo però sarà la mia arrampicata a perderci.
Scalare per non pensare, come fosse un anestetico.
Non più per aprirsi ad una nuova consapevolezza
Ma per sentire di meno.
Vanificando tutto.
Ripetendo gli errori.

E allora il disagio, il mio disagio, non è più tanto di matrice esistenziale
Quanto culturale.
Autocontrollo e compassione.
Empatia.
in opposizione all’inaridimento del cuore.
ad un vuoto pieno di rinunce.
A questa solitudine di massa.