La gioia dei
primi tempi. La purezza nella fatica. vincere le paure.
entrare in
contatto con la parte più autentica di te. E rimanerci attaccato.arcuando.
E
condividerla. con chi comprende la solennità del momento.
Tutto questo
sta tornando. Di weekend in weekend.
Un
centimetro alla volta.
Datti
tregua.
Hai dovuto
rischiare la vita ma ora c’è di nuovo.
Non negli
sbalzi d’umore,
non nelle
finte promesse,
non in
questa umanità arida che ci trattiene.
È proprio
qui,
accanto a te
amico mio.
presto
andrai via.
E io morirò
ancora un altro po’.
Ma mi
manterrò in vita, a tributare con orgoglio
Il nostro
successo: il contatto con la purezza.
Ho fatto
tanti errori e continuo a farli.
E ti chiedo
scusa.
Mi sveglio
tardi,
se non passo
sul tiro mi rode il culo,
se c’è
troppa gente in falesia inizio a star male.
Alle volte
sono scorbutico.
Ma tu sai
anche quante ne ho passate negli ultimi due anni…
Quel che
abbiamo riagganciato ha un che di imponente e di vitale.
Mi hai
ricordato chi sono. riagganciandomi a me.
E mi hai
ricordato perché amavo così tanto tutto questo.
Se tutto
quel che è successo è servito per riconnettermi
Allora sono
in pace. allora tutto ha un senso.
Persino
l’amore sprecato.
Persino le
bugie trangugiate.
Persino le
occasioni irresponsabilmente concesse a gentaglia.
Inquinamento
esistenziale e culturale.
Fake.
Ho paura di smarrirmi
di nuovo.
Ho paura di
smettere di arrampicare.
Ho paura di
perdere questo arrampicare quando non ci sarai più.
Non voglio
smettere,
non voglio
scivolare ancora in sterili abitudini urbane,
dialoghi a
vanvera, vuoti concettuali,
ipocrisia da
aperitivi, far di tutto per sembrare il proprio profilo FB.
Egoici e
narcisisti.
mai come ora
ho bisogno di piedi sporchi e dita fredde.
Di polvere,
assenza di rete e di sdraiarmi in furgone sporco e sudato.
Riposare.
Uscire
fuori,
fare un
caffè al fornelletto, suonare un po’ la chitarra. Lavarsi in fiume.
Leggere al
mattino.
Sentire
questo momento che entra dentro e fa di
te la persona che senti di essere.
Come se
tutto questo infondo promanasse da te,
come se
nell’animo – ancora – stesse ad albergare il desiderio di incanto.
Come se il
tempo, la vita, non te l’avessero rubata, annichilita.
Quasi un
anno . E che nessuno sapesse. E tu zitto, immolandoti come colpevole.
Stupido.
manipolato.
buchi neri antropomorfi.
Smettendo di
scalare. Di allenarti. Di gioire.
Per-donare.
Fake.
L’estasi,
quella profonda, è nei silenzi al tramonto,
fra gli
alberi. è il leggero fischio dell’aria fra gli aghi di pino. che inali.
E ti
distende in un sollievo
Placare
quest’urlo che viene da lontano.
Sentire che
ogni battito affonda dentro.
Rimanere lì,
fra il cuore e le pulsioni primordiali.
tutto ha un
senso.
c’è un
legame,
che si vede
ma non si può raccontare.
passare una
corda nel rinvio, saltarlo quando necessario,
sbuffare,
arcuare, impostare il movimento. Urlare
di vita.
Passare la
corda in catena. Stare un po’ lì. In silenzio. Sorridere.
con te che
capisci. E non mi cali. Non ancora.
Per
lasciarmi un po’ li. appeso. a contemplare un panorama
di sè che mi si apre innanzi.
di sè che mi si apre innanzi.
A Bruciare
di verità. ad ardere di vita. perché lo merito.
Abbiamo
scalato anche oggi.
E la pietra
ci ha riagganciato a chi siamo. A cosa apparteniamo.
E senti
l’odore sulle dita. Sull’anulare nastrato.
le
accarezzi, gonfie, come fossero tue amiche.
Le uniche
che hai in certi momenti. E in questo.
E ringrazi
per tutto. Persino per le bugie.
Per queste
pareti rosse a colate blu.
Per questi
momenti,
che ti
dicono chi sei, dove vai e cosa vuoi.
Chi non vuoi
e ciò da cui vuoi stare alla larga.il più lontano possibile.
E non hai
nessun dubbio.
Perché il
dubbio è gabbia,
argine al
divenire.
Amo la vita.
E ci è
voluto rischiare di morire per ricordarmelo.
Sai cosa sta
accadendo in me. Nella mia vita.
Le
delusioni, i tradimenti, le menzogne.
Le diffamazioni, l’isolamento. vendetta meschina.
Solo per
essere stato onesto.
Eppure son
qua.
Ed è anche
grazie a te. e a lei.
Son qui. Che
rido.
E canto.
E mi sento
come prima di tutto quest’inferno.
L’effetto
inevitabile di questa società regolata da dinamiche di mercato e dal consumo.
Ci dispone
nei confronti dell’altro come di fronte a delle merci.
Con
l’illusione di una libertà.illimitata.
Ci dispone come
merci. Nelle nostre vetrine social.
E finiamo ad
imitare la vita.
Ad imitare
la nostra stessa narrazione di noi.
In spregio
all’alterità. In spregio alla poesia.
Qualche foto
e una bella canzone.
Come se la
magia si esaurisse davvero solo in questo assemblare luccichii.
Gente che non sopporta il pensiero.
Che non è
portatrice di pensiero. Tantomeno di sentimento. Di amore.
Questo è
diventato il sentimento?
Violazione
di un’integrità?
Amico mio,
non ti dimenticherò mai.
Il richiamo
al piacere. L’imperativo al piacere.
Altro che
pensare, riflettere, fermarsi.
Calpestare
tutto. Calpestando tutti.
E d’un
tratto ritrovarsi stranieri nella propria vita.
Tentando una
riconnessione a sé.
Dopo tutta
questa strumentalizzazione manipolatrice.
Dopo questo
vagabondare in una assenza di sé a sé.
La logica
del perdono ha senso solo se si riconnette un movente ad un gesto,
non
perdono amico mio, lo so. Sbaglio ancora.
Il richiamo
è ancora lì.
Non è
partecipare alla vita, bensì prendervi parte il meno possibile,
stando alla
larga dal marcio.
In tal modo
però sarà la mia arrampicata a perderci.
Scalare per
non pensare, come fosse un anestetico.
Non più per
aprirsi ad una nuova consapevolezza
Ma per
sentire di meno.
Vanificando
tutto.
Ripetendo
gli errori.
E allora il
disagio, il mio disagio, non è più tanto di matrice esistenziale
Quanto culturale.
Autocontrollo
e compassione.
Empatia.
in
opposizione all’inaridimento del cuore.
ad un vuoto
pieno di rinunce.
A questa solitudine
di massa.
