Torno in
falesia dopo l’incidente.
Di quelle
falesie grandi. Importanti. Che in primavera sembrano
Esplodere di
gente. Che non sembrano neanche più natura. Che sembrano sempre più palestre.
Come se la pietra dovesse adattarsi all’arrampicata indoor
E non
viceversa. Gente con casse e musica.
Ascolto i
discorsi, i soliti, osservo le dinamiche, mi meraviglio scoprendomi a sorridere
Di me. Della
mia ingenuità. Del mio essermi ritenuto
per tanto tempo diverso.
Del mio
credermi più pulito di altri.
E invece no.
Il desiderio
di approvazione, l’insicurezza.
Spiegarmi.
Sempre.
Ma
l’arrampicata non dà nulla gratis.
È un’eco.
restituisce quel che le si da.
Doversi
“giustificare” perché ci si appende.
Spizzico i
discorsi. Vedo assicuratori che fingono interesse.
parole
sterili. Sul grado. Sulla resistenza. Sui massimali.
Me ne sto
sull’amaca, all’ombra, con la brezza della sera che ci accarezza. Fa quasi
fresco.
Le rondini
son tutte fuori, a disegnare traiettorie che solo loro leggono.
Con la
roccia che pian piano si accende. La quiete. I profumi di maggio.
Il verde dei
prati che c’è solo in questo periodo dell’anno.
sarebbe bello se ci fosse solo
silenzio.
come una volta.
come una volta.
Laggiù il
tipo sul 7b non passa. E sembra non capire.
Lo guardo
bene. Spazzola. Bestemmia un po’.
Ostenta una
finta scialla di chi sa cosa fare. Ma
si sta cagando sotto.
È stanco. È
tutto il giorno che vola su quel passo.
Io preparo
le scarpe da allargare prima di partire sul mio ennesimo 6b.
E mi cago
sotto.
Perché ho
paura. Anch’io.
Anzi.
Probabilmente sono quello che qui in mezzo ha più paura di tutti.
Poi però un attimo rpima di partire
mi guardo la cicatrice sulla mano. Sorrido. Chiudo gliocchi.
mi guardo la cicatrice sulla mano. Sorrido. Chiudo gliocchi.
E mi godo la
sospensione intellettuale tipica del sogno.che solo se scali capisci cos’è.
Forse si.
Forse È stato un bene essermi fatto male.
Mi stavo
dimenticando di tutto questo.
Di quanto
questi momenti siano tutto per me.
Ero smarrito
– e forse lo sono ancora – in balia delle vicende di superficie.
Galleggiando in equilibrio fra necessità, paura e approvazione.
Non ero più
in grado di riallacciarmi a me, e più tentavo, più sprofondavo in basso.
L’arrampicata
era stata espugnata anche lei.
Macchiata dai
miei errori. Dal desiderio.
Da persone sbagliate lasciate entrare senza un minimo di cautela.
Da persone sbagliate lasciate entrare senza un minimo di cautela.
Che,
sgonfiatasi la rabbia, non lasciano assolutamente nulla.
Se non l'arido dei
miei errori.
E invece ora
sei qui.
Di nuovo
nell’ incantesimo. Che credevi perduto. E invece c’è.
Nei movimenti
di questo tiro. Che ti sta ricordando chi sei.
Che ami
tutto questo respirare, svuotare l’aria, appoggiare delicatamente un piede
Prima di
caricarci sopra te stesso, impostare un laterale,
elegante ma
senza ostentazione, e andar alla presa successiva, che non tieni, che non
riesci
ad arcuare
con sicurezza, ma vai lo stesso. Perché ora, a differenza di una volta,
il cuore pompa di brutto.
il cuore pompa di brutto.
E allora
imposti un bilanciamento, che una volta avresti esibito solo a favor di
pubblico
E invece
adesso ti serve. Perché non vuoi spezzare il flusso.
Perché ti
senti di nuovo in balia del movimento che accade attraverso te.
E non ti
sembra vero.
È tutto come
prima. Ancor più nitido.
Ti commuovi.
Per un 6b di merda fatto duemila volte.
Dopo così tanto tempo.
Dopo così
tanto dolore,
dopo così
tanto nulla.
Con tutto il cuore si chiama il tiro. Non ci avevo mai fatto caso prima.
Il destino
sa essere galantuomo quando vuole.
