mercoledì 12 settembre 2018

Con tutto il cuore



Torno in falesia dopo l’incidente.
Di quelle falesie grandi. Importanti. Che in primavera sembrano
Esplodere di gente. Che non sembrano neanche più natura. Che sembrano sempre più palestre.
Come se la pietra dovesse adattarsi all’arrampicata indoor
E non viceversa. Gente con casse e musica.
Ascolto i discorsi, i soliti, osservo le dinamiche, mi meraviglio scoprendomi a sorridere
Di me. Della mia ingenuità. Del mio essermi  ritenuto per tanto tempo diverso.
Del mio credermi più pulito di altri.
E invece no.
Il desiderio di approvazione, l’insicurezza.
Spiegarmi. Sempre.
Ma l’arrampicata non dà nulla gratis.
È un’eco. restituisce quel che le si da.

Doversi “giustificare” perché ci si appende.

Spizzico i discorsi. Vedo assicuratori che fingono interesse.
parole sterili. Sul grado. Sulla resistenza. Sui massimali.
Me ne sto sull’amaca, all’ombra, con la brezza della sera che ci accarezza. Fa quasi fresco.
Le rondini son tutte fuori, a disegnare traiettorie che solo loro leggono.
Con la roccia che pian piano si accende. La quiete. I profumi di maggio.
Il verde dei prati che c’è solo in questo periodo dell’anno.
sarebbe bello se ci fosse solo silenzio.
come una volta.

Laggiù il tipo sul 7b non passa. E sembra non capire.
Lo guardo bene. Spazzola. Bestemmia un po’.
Ostenta una finta scialla di chi sa cosa fare. Ma si sta cagando sotto.
È stanco. È tutto il giorno che vola su quel passo.
Io preparo le scarpe da allargare prima di partire sul mio ennesimo 6b.
E mi cago sotto.
Perché ho paura. Anch’io.
Anzi. Probabilmente sono quello che qui in mezzo ha più paura di tutti.

Poi però un attimo rpima di partire
mi guardo la cicatrice sulla mano. Sorrido. Chiudo gliocchi.
E mi godo la sospensione intellettuale tipica del sogno.che solo se scali capisci cos’è.
Forse si. Forse È stato un bene essermi fatto male.
Mi stavo dimenticando di tutto questo.
Di quanto questi momenti siano tutto per me.
Ero smarrito – e forse lo sono ancora – in balia delle vicende di superficie.
Galleggiando in equilibrio fra necessità, paura e approvazione.
Non ero più in grado di riallacciarmi a me, e più tentavo, più sprofondavo in basso.
L’arrampicata era stata espugnata anche lei.
Macchiata dai miei errori. Dal desiderio.
Da persone sbagliate lasciate entrare senza un minimo di cautela.
Che, sgonfiatasi la rabbia, non lasciano assolutamente nulla.
Se non l'arido dei miei errori.


E invece ora sei qui.
Di nuovo nell’ incantesimo. Che credevi perduto. E invece c’è.
Nei movimenti di questo tiro. Che ti sta ricordando chi sei.
Che ami tutto questo respirare, svuotare l’aria, appoggiare delicatamente un piede
Prima di caricarci sopra te stesso, impostare un laterale,
elegante ma senza ostentazione, e andar alla presa successiva, che non tieni, che non riesci
ad arcuare con sicurezza, ma vai lo stesso. Perché ora, a differenza di una volta,
il cuore pompa di brutto.
E allora imposti un bilanciamento, che una volta avresti esibito solo a favor di pubblico
E invece adesso ti serve. Perché non vuoi spezzare il flusso.
Perché ti senti di nuovo in balia del movimento che accade attraverso te.
E non ti sembra vero.
È tutto come prima. Ancor più nitido.
Ti commuovi. Per un 6b di merda fatto duemila volte.
Dopo così tanto tempo.
Dopo così tanto dolore,
dopo così tanto nulla.

Con tutto il cuore si chiama il tiro. Non ci avevo mai fatto caso prima.
Il destino sa essere galantuomo quando vuole.