martedì 25 settembre 2018

Mutamento prospettico come momento rivoluzionario e livelli superstrutturali


Tuo fratello ha una casa, una compagna e una figlia. Due auto.
La tua ex compagna, dieci anni di convivenza, è incinta. Di un altro naturalmente.
Tu invece sei tornato a tempo record sul 7c e giri in furgone. Stai registrando il secondo disco con la band.
Il pollice è all’80%. Ma non  vuoi operarlo ancora. Basta.
Il bacino pare ok. Hai solo un gamba più corta dell’altra.
Non vedi l’ora di catapultarti a Chironico.
Anche se per dr. Crimp è obiettivamente ancora presto.
Quest’estate eri in pellegrinaggio a Font.

Stavolta è dura.
Stavolta molleresti sul serio la scalata.
Non te l’aspettavi un colpo così.
Stai dubitando. Di tutto. Di te. se scalare è ancora una scelta, autentica,
o è solo un altro modo di fuggire.
Anzi. È la scalata che ti ha fatto perdere l’unica cosa buona e bella che avevi costruito in vita tua.
La tua compagna.
Che ti ha fatto sentire vivo come nessuno mai.
Che ha placato ogni tua ansia, che ha annientato la paura.
Che ti ha insegnato la fiducia.
Che in ogni momento di tenebra è stata lì al tuo fianco.

Lei.
Ma anche la scalata.

Nelle notti a letto, col bacino in fiamme il braccio ingessato, che non riuscivi neanche a girarti
Sotto le coperte, fra le lacrime e i tuoi demoni di sempre, correva da te.
Non M (quella a cui avevi detto di essere innamorato e che portavi in giro per la regione
a provare 6b del cazzo).
No.
L’altra, quella a cui in ospedale avevi detto che non c’era necessità che si interessasse.
Che te la saresti cavata insieme a M.
che dopo dieci anni era ormai il caso di aprirsi a nuove esperienze.
Stronzate. Che coglione.
Dopo dieci per fortuna era  rimasta la verità.
E quindi nel cuore della notte, con il freddo, correva da te, con il suo pigiama e la tua colazione preferita,
aspettando un’eternità che  montassi sulla sedia a rotelle per arrivare sino all’apriporta.
Non l’altra. Lei.

E in un quegli abbracci di tutta una notte la tua ansia volava via.
Le tue grida si placavano.
Il sonno diventava riposo.
E ti commuovevi. Perché la serenità, quando viene rubata alla tenbra, è poesia.
E pensavi che una donna così forse era da sposare.
Che una persona così meritasse il tuo meglio.
Che il tuo amore potevi ancora indirizzarlo verso di lei.
Ma c’era ancora troppo dolore in giro qua e là. per l’abbandono.
Per la beffa esistenziale che ti era stata da poco affibbiata.
Per la ferita che scava ancora nel profondo.
Dalla quale forse non ti libererai mai.
Perché infondo non credevi fosse neanche umanamente possibile una spietatezza del genere.
Arrivi a provar vergogna per te.

Oggi hai perso per la seconda volta.
A distanza di meno di un anno ne hai collezionata un’altra.
E questa fa male.
Forse il problema sei tu.
Forse il problema è la tua paura.
Forse non meriti quel che di bello la vita ti ha donato.
Ok, va bene. Ora vedi tutto nero, sei troppo pessimista,
ti stai buttando giù .
forse si.
Ma oggi è così.
Oggi non ce la faccio.
Oggi ho paura – per la prima volta – di mollare. Sul serio. Tutto.

Nulla ha un senso autentico.
Nulla sembra “vero”.
Non riesci a lavorare, non scrivi, leggi libri stupidi.
Non ci voleva (anche) questa.
Proprio ora che sentivi di essere alla fine del percorso.
Te ne stai parcheggiato in un angolo della vita. cercando di non dare nell’occhio.
Che te ne vuoi star così. senza rotture di coglioni.
Oggi non ce la faccio.

Proprio ora che eri tornato in falesia con gioia, senza vergogna,
e senza paura di incontrare persone da cui saresti stato volentieri alla larga.
In questo momento, con una mano mezza rotta e nella forma fisica più bassa
Mai avuta in vita tua, tutto ciò che ti è rimasto è la scalata.
E fa male dirtelo, ma ti senti povero e misero. messo male.
solo.
Nei guai.

Però poi ci pensi, e domenica ti è entrato un 7c.
Magari morbido eh.
Ma non ha importanza.

Sei mesi fa dovevi prendere la sedia a rotelle per andare al cesso.
E domenica ti è entrato un 7c.
Su cui questa estate avevi fatto qualche giro senza troppa convinzione
E con scarsissimi risultati.

La vita mena. Pesante.
Ma tu sei ancora qui.
Che sul crux hai lanciato e tenuto una piatta svasa di sinistro.
E della tua mano sinistra non ti fidavi più.

È piccola, una puntina lì in fondo.
Ma una lucina, quella lucina che riconosci, che ti dice chi sei, c’è. È ancora lì.
Se prima avevi paura di crederci, adesso non puoi
Fare altro…sempre se vuoi  - letteralmente – salvarti.

La scalata, anche lei, è sempre stata al tuo fianco,
non ti ha mai mollato, è stata una compagna esigente ma che ti ha donato una solida
fiducia in te, rendendoti migliore, dandoti autodisciplina,
regalandoti delle gioie che non avresti creduto possibili
per uno come te. una pienezza di spirito rara. Tutto in ordine dentro.
Ogni tassello al suo posto. Quiete. Limpidezza esistenziale.
Anche se solo il weekend.

se la scalata è tutto ciò che ti rimane
ripartiamo da questa cazzo. Anche mezzi invalidi.
Ma almeno non molliamo l’ultima roba rimasta a ricordarti chi sei.

Perché esistere, resistere, è rialzarsi.
È Come scalare,
è un atto profondamente individuale, se non addirittura identitario.
Non un gioco di squadra.