Andare a
scalare con quelli forti non ti ha reso meno scarso.
Portare a
scalare gli amici più scarsi non ti ha reso più simpatico.
Poi Hai
perso tutto.
Hai allontanato
tutti gli inquinanti.
Hai messo le
mani dentro te stesso.
E spaccato
tutto.
Ripartire
dalle basi. Dal vero.
Metodo
Caruso in orizzontale.
Ricerca.costante.del punto. di equilibrio.
Non puntare
al successo, al grado.
Ma Puntare a
diventar bravo.
tutto qui.
Quasi un
anno ormai, e ieri, infrasettimanale e scappato da lavoro,
hai rimesso
le mani sul tuo ultimo progetto prima dell’incidente.
Con i colori
di un autunno che ami. E Che l’anno scorso hai (by)passato a letto.
Spostandoti
in carrozzina per farti un caffè. O anche solo per andare al cesso.
Ed è stato
grandioso.
E non
(solo) in termini di sentirsi sorprendentemente in grado di fare i singoli.
Ma perché fra
quelle tacche ti riconoscevi e scoprivi nuovo.
Rinnovato ma
anche mai andato via. Con il cuore.
Con la
paura. E il dolore. Che rimane, e si trasforma in rabbia e intransigenza.
Scoprirsi Irremovibile
dinanzi alle bugie, alle lusinghe, alle persone false e opportuninste.
Agli
affamati. Alle convenzioni. Ai
formalismi assassini.
A sorrisi
falsi e occhi vitrei.
Non
dimenticare.
Però allo
stesso tempo ignorare le ferite narcisistiche e le risposte egoiche.
Muoversi con
l’animo. Accettare la vita. gli eventi.
Perché il
dolore c’è. Esiste. Shit happens.
Punto.
Ed ecco che
il tuo arrampicare ritorna funzione espressiva.
Alla larga
dalla mercificazione dei rapporti. Pur di avere una sicura.
Iniziare
persino ad amare la resina. Si. perchè L’indoor infondo ha i suoi lati
positivi.
Probabilmente
potrei diventare plasticaro per rifiuto.
perché no?
Piuttosto
che legarmi con chiunque, correre nuovi rischi, nuove delusioni,
lasciare che
il potere di un finesettimana venga neutralizzato
dallo
smantellamento della verità, preferire star soli
e scalare
indoor. Scalare duro. Sfondarsi di PG.
Ma almeno
rimanere aderenti a se stessi,
affacciati
sul proprio panorama interiore.
Scalare non
può esser unicamente stare attaccato alla pietra
In una
successione di appigli più o meno dispendiosi sotto il profilo atletico o
tendineo.
Almeno per
me non è così.
Non lo è mai
stato.
È un modo
per mettermi a tacere.
È un modo
per far parlare finalmente ciò che di vero in me è costretto a stare in
silenzio.
È trarre
gioia anche soltanto da piccoli goffi passi fra un rest e l’altro.
È fuga e
ritorno.
È arrampicarsi. Inteso come scalare se
stessi. Verso dentro.
Scoprirsi.
Tentativo dopo tentativo. Tiro dopo tiro.
Fallimento
dopo fallimento.
Sei stato
male.
Sei stato
solo.
Ma era tutto
dolore necessario,
in virtù di
un principio, di un’idea.
Può sembrare
esagerato, ok.
Cazzo, lo
so, infondo è solo dell’arrampicata, sputtanata e modaiola,
ma è l’unico
mezzo che ho per tenermi a fuoco. E vicino.
Hai pianto
ancora, di gioia.
Perché ti
sei sentito nuovamente danzare.
Gioia e
pietra.
Colori
d’autunno e primi freddi la sera.
Un nuovo
arancione sui tramonti.
Tirar fuori
i guanti.
Scendere con
la frontale.
Accarezzare
le mani. Fredde e odorose di pietra.
Tagliuzzate,
con tutti i calli di nuovo lì a rendere ruvida anche una carezza.
A tua
nipote, che ti guarda come fossi un eroe. Che non sa quanto ti caghi sotto.
Come tutti.
Perché vivere alle volte è molto più duro di un 8b farlocco.
A ricordarti
che è necessario rimanere aggrappati.alle volte.
Se ci si
vuol sentire ancora esistere.
Hai sbagliato
tanto.
Ma almeno
eri vero. Perché era vero il tuo dolore.
Perché ti
sembrava di impazzire.
Che ci son
state notti in cui credevi di non riuscire ad arrivare lucido al mattino.
Hai avuto
paura.
Non
dimenticare quel silenzio.
Non
dimenticare le parole che ti son state dette.
Non
dimenticare tutte le risposte che codarde non sono arrivate.
Sentirsi
così stupidi e ingenui.
Ma va bene
così.
Hai amato.
E sei ancora
in grado di farlo.
Cambi
ginocchio nell’incastro.
Molli le
mani.
Ripensi a
quando lo facevi circa un anno e mezzo fa. E ti credevi figo.
Ora sei solo
felice.
E non ti frega
un cazzo. Non ti interessa nulla.
Sei
completamente a posto. Pieno. E leggero. Completamente sereno
Ok. Il
blocco sotto non hai neanche tentato di farlo in continuità.
Però da
fermo è entrato. Magari C. mi scaricava un po’ di peso con la corda,
ma il boulder
è meccanizzato. Il tuo corpo lo ricorda.
Ora sei qui.
Che sorridi, scuoti la testa,
incredulo e
finalmente spensierato.
Stacchi il
ginocchio
E Parti per
una placconata che a sé starebbe sul 7b+/c di pura continuità.
Pumpy Slab, come si dice ora.
Una sezione
di 4 spit lunghi + run out senza possibilità di decontrazione.
Una
sgrullatina qua e la se sei bravo a valorizzare gli svasi verticali.
Che agli
svasi ci si appende in opposizione. Non si tirano.
Lo svaso se
lo tiri scappa via. Lo sanno tutti.
L’arcuata
sinistra è debolissima.
Però c’è. E
Ti rendi conto all’istante di quanto non usavi i piedi.
Curioso no?
Credevi di
scalare tecnico.
In realtà
era pura esibizione narcisistica. Tirare tacche alla morte
Pur di poter
eseguire un movimento che sapevi elegante.
Ma ci sta.
Siamo anche
questo.
Piccoli e
sciocchi.
OK. Blocca pure per favore
Non hai le
palle per il run out.
Ma te lo
concedo. Non sei mai stato un coraggiosone.
Ma un
guerriero si. O per lo meno sembra così.
Ti piace
immaginarti così ora.
E forse magari
un po’ lo sei.
Questo
calcare giallo e grigio a liste
È un sogno
che si avera.
Salteresti
dalla felicità se non fossi in verticale.
Però ridi,
scherzi e continui a ripetere che il tiro è una meraviglia.
Perché lo è.
Perché si
cazzo: La Bellezza ci salverà
Il run out
entra al primo tentativo.
Titubante e
con qualche tremore da principiante.
Quindi
onesto, vero. Di cuore.
Come una
volta…son giorni che
Non pensi ad
altro che al tiro.
Ai singoli.
Li ripassi
al letto. Per prendere sonno.
Come per i
primi 7a.
Ti scopri
assente, sovrappensiero…intrappolato nella bellezza dei singoli.
Riesci a
sentire la consistenza stessa dell’arcuata.
Riesci a percepire
nitidamente te caricare in laterale la
pinza e l’allungo al piattone.
Senti il
tallone che tira. La gomma che lavora.
Visualizzare
e scalare.
C’è solo
gioia.
C’è
gratitudine.
Sono piccole
cose. Molto piccole.
Ma che hanno
rimesso in moto qualcosa di grande.
Il tuo
flusso.
Non c’è più
un prima e un dopo.
Della gioia
o del dolore.
C’è un
cerchio.
C’è la tua
vita. e va accettata, non giudicata.
E te che ci
danzi sopra. Su della roccia.
Con l’anima
che si scuote di dosso la polvere
E si assesta
finalmente in una rinnovata attitudine.
Hai paura a
sperare. Ci sta.
Ma con tutta
questa felicità non ce la fai a non esser fiducioso.
A non
parlare – di nuovo – di progetti.
A sfogliare
la guida. A immaginare viaggi.
A
controllare il meteo.
Una gamba
più corta e una mano all’80% faranno poi il resto. Fidati:
Ti
ricorderanno le strade da non percorrere.
Le persone
da evitare. I sorrisi finti e gli abbracci opportunisti.
La menzogna
e il calcolo.
Stavolta non
ti smarrirai.
Perché
esattamente un anno fa era l’incubo.
Ma certe
verità perché possano essere rivelate
Chiedono un
prezzo alto. La propria innocenza.
Il proprio
baratro.
È dunque questo ciò che chiamano vocazione?
La cosa che fai con gioia?
Come se avessi il fuoco nel cuore e il
diavolo in corpo?
E allora Mettilo
pure in cantiere sto progetto cazzo.
Perché ti è
bastato un piccolo boccone smozzicato di motivazione
Per scatenare
quella fame che da sempre ha mosso il tuo animo,
che ti fa
sentire fottutamente pieno. Colpo dopo colpo.
Ferita dopo
ferita.
Che ti fa
rimanere lì.
E non ti
smuove di un millimetro.
Neanche di
fronte all’orrido. All’arido.
Perché amare
è resistere.
E tu meriti
di tornare a gioire.
Tu devi
scalare.
Perché sulla
pietra
Senti sprigionarsi l’estasi.
