martedì 30 ottobre 2018

Seduzioni, resistenza e ritorni a sé



Andare a scalare con quelli forti non ti ha reso meno scarso.
Portare a scalare gli amici più scarsi non ti ha reso più simpatico.
Poi Hai perso tutto.
Hai allontanato tutti gli inquinanti.
Hai messo le mani dentro te stesso.
E spaccato tutto.

Ripartire dalle basi. Dal vero.
Metodo Caruso in orizzontale.
Ricerca.costante.del punto. di equilibrio.

Non puntare al successo, al grado.
Ma Puntare a diventar bravo.
tutto qui.

Quasi un anno ormai, e ieri, infrasettimanale e scappato da lavoro,
hai rimesso le mani sul tuo ultimo progetto prima dell’incidente.
Con i colori di un autunno che ami. E Che l’anno scorso hai (by)passato a letto.
Spostandoti in carrozzina per farti un caffè. O anche solo per andare al cesso.
Ed è stato grandioso.
E non (solo) in termini di sentirsi sorprendentemente in grado di fare i singoli.
Ma perché fra quelle tacche ti riconoscevi e scoprivi nuovo.
Rinnovato ma anche mai andato via. Con  il cuore.
Con la paura. E il dolore. Che rimane, e si trasforma in rabbia e intransigenza.
Scoprirsi Irremovibile dinanzi alle bugie, alle lusinghe, alle persone false e opportuninste.
Agli affamati. Alle convenzioni.  Ai formalismi assassini.
A sorrisi falsi e occhi vitrei.
Non dimenticare.

Però allo stesso tempo ignorare le ferite narcisistiche e le risposte egoiche.
Muoversi con l’animo. Accettare la vita. gli eventi.
Perché il dolore c’è. Esiste. Shit happens.
Punto.

Ed ecco che il tuo arrampicare ritorna funzione espressiva.
Alla larga dalla mercificazione dei rapporti. Pur di avere una sicura.
Iniziare persino ad amare la resina. Si. perchè L’indoor infondo ha i suoi lati positivi.
Probabilmente potrei diventare plasticaro per rifiuto.
perché no?
Piuttosto che legarmi con chiunque, correre nuovi rischi, nuove delusioni,
lasciare che il potere di un finesettimana venga neutralizzato
dallo smantellamento della verità, preferire star soli
e scalare indoor. Scalare duro. Sfondarsi di PG.
Ma almeno rimanere aderenti a se stessi,
affacciati sul proprio panorama interiore.

Scalare non può esser unicamente stare attaccato alla pietra
In una successione di appigli più o meno dispendiosi sotto il profilo atletico o tendineo.
Almeno per me non è così.
Non lo è mai stato.

È un modo per mettermi a tacere.
È un modo per far parlare finalmente ciò che di vero in me è costretto a stare in silenzio.
È trarre gioia anche soltanto da piccoli goffi passi fra un rest e l’altro.
È fuga e ritorno.
È arrampicarsi. Inteso come scalare se stessi. Verso dentro.
Scoprirsi. Tentativo dopo tentativo. Tiro dopo tiro.
Fallimento dopo fallimento.

Sei stato male.
Sei stato solo.
Ma era tutto dolore necessario,
in virtù di un principio, di un’idea.
Può sembrare esagerato, ok.
Cazzo, lo so, infondo è solo dell’arrampicata, sputtanata e modaiola,
ma è l’unico mezzo che ho per tenermi a fuoco. E vicino.

Hai pianto ancora, di gioia.
Perché ti sei sentito nuovamente danzare.
Gioia e pietra.
Colori d’autunno e primi freddi la sera.
Un nuovo arancione sui tramonti.
Tirar fuori i guanti.
Scendere con la frontale.
Accarezzare le mani. Fredde e odorose di pietra.
Tagliuzzate, con tutti i calli di nuovo lì a rendere ruvida anche una carezza.
A tua nipote, che ti guarda come fossi un eroe. Che non sa quanto ti caghi sotto.
Come tutti. Perché vivere alle volte è molto più duro di un 8b farlocco.
A ricordarti che è necessario rimanere aggrappati.alle volte.
Se ci si vuol sentire ancora esistere.

Hai sbagliato tanto.
Ma almeno eri vero. Perché era vero il tuo dolore.
Perché ti sembrava di impazzire.
Che ci son state notti in cui credevi di non riuscire ad arrivare lucido al mattino.
Hai avuto paura.
Non dimenticare quel silenzio.
Non dimenticare le parole che ti son state dette.
Non dimenticare tutte le risposte che codarde non sono arrivate.
Sentirsi così stupidi e ingenui.
Ma va bene così.

Hai amato.
E sei ancora in grado di farlo.

Cambi ginocchio nell’incastro.
Molli le mani.
Ripensi a quando lo facevi circa un anno e mezzo fa. E ti credevi figo.
Ora sei solo felice.
E non ti frega un cazzo. Non ti interessa nulla.
Sei completamente a posto. Pieno. E leggero. Completamente sereno
Ok. Il blocco sotto non hai neanche tentato di farlo in continuità.
Però da fermo è entrato. Magari C. mi scaricava un po’ di peso con la corda,
ma il boulder è meccanizzato. Il tuo corpo lo ricorda.

Ora sei qui. Che sorridi, scuoti la testa,
incredulo e finalmente spensierato.
Stacchi il ginocchio
E Parti per una placconata che a sé starebbe sul 7b+/c di pura continuità.
Pumpy Slab, come si dice ora.
Una sezione di 4 spit lunghi + run out senza possibilità di decontrazione.
Una sgrullatina qua e la se sei bravo a valorizzare gli svasi verticali.
Che agli svasi ci si appende in opposizione. Non si tirano.
Lo svaso se lo tiri scappa via. Lo sanno tutti.

L’arcuata sinistra è debolissima.
Però c’è. E Ti rendi conto all’istante di quanto non usavi i piedi.
Curioso no?
Credevi di scalare tecnico.
In realtà era pura esibizione narcisistica. Tirare tacche alla morte
Pur di poter eseguire un movimento che sapevi elegante.
Ma ci sta.
Siamo anche questo.
Piccoli e sciocchi.

OK. Blocca pure per favore
Non hai le palle per il run out.
Ma te lo concedo. Non sei mai stato un coraggiosone.
Ma un guerriero si. O per lo meno sembra così.
Ti piace immaginarti così ora.
E forse magari un po’ lo sei.

Questo calcare giallo e grigio a liste
È un sogno che si avera.
Salteresti dalla felicità se non fossi in verticale.
Però ridi, scherzi e continui a ripetere che il tiro è una meraviglia.
Perché lo è.
Perché si cazzo: La Bellezza ci salverà

Il run out entra al primo tentativo.
Titubante e con qualche tremore da principiante.
Quindi onesto, vero. Di cuore.

Come una volta…son giorni che
Non pensi ad altro che al tiro.
Ai singoli.
Li ripassi al letto. Per prendere sonno.
Come per i primi 7a.
Ti scopri assente, sovrappensiero…intrappolato nella bellezza dei singoli.
Riesci a sentire la consistenza stessa dell’arcuata.
Riesci a percepire nitidamente  te caricare in laterale la pinza e l’allungo al piattone.
Senti il tallone che tira. La gomma che lavora.
Visualizzare e scalare.
C’è solo gioia.
C’è gratitudine.
Sono piccole cose. Molto piccole.
Ma che hanno rimesso in moto qualcosa di grande.
Il tuo flusso.

Non c’è più un prima e un dopo.
Della gioia o del dolore.
C’è un cerchio.
C’è la tua vita. e va accettata, non giudicata.
E te che ci danzi sopra. Su della roccia.
Con l’anima che si scuote di dosso la polvere
E si assesta finalmente in una rinnovata attitudine.

Hai paura a sperare. Ci sta.
Ma con tutta questa felicità non ce la fai a non esser fiducioso.
A non parlare – di nuovo – di progetti.
A sfogliare la guida. A immaginare viaggi.
A controllare il meteo.
Una gamba più corta e una mano all’80% faranno poi il resto. Fidati:
Ti ricorderanno le strade da non percorrere.
Le persone da evitare. I sorrisi finti e gli abbracci opportunisti.
La menzogna e il calcolo.
Stavolta non ti smarrirai.

Perché esattamente un anno fa era l’incubo.
Ma certe verità perché possano essere rivelate
Chiedono un prezzo alto. La propria innocenza.
Il proprio baratro.

È dunque questo ciò che chiamano vocazione?
La cosa che fai con gioia?
Come se avessi il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo?
E allora Mettilo pure in cantiere sto progetto cazzo.
Perché ti è bastato un piccolo boccone smozzicato di motivazione
Per scatenare quella fame che da sempre ha mosso il tuo animo,
che ti fa sentire fottutamente pieno. Colpo dopo colpo.
Ferita dopo ferita.
Che ti fa rimanere lì.
E non ti smuove di un millimetro.
Neanche di fronte all’orrido. All’arido.

Perché amare è resistere.
E tu meriti di tornare a gioire.
Tu devi scalare.
Perché sulla pietra
Senti sprigionarsi l’estasi.