martedì 27 novembre 2018

Kirschner (I)




Dici molti più grazie.
Ognuno a suo modo a contribuito a (ri)portarti a galla.
A riportarti qui.
Anzi a riportarti un cazzo.
A condurti. dove sei ora.
Perché tu non sei tornato, né come eri prima, né al livello.
Tu sei diverso, sei da un’altra parte.
Forse Sei meglio.
Lo senti. Sai che è così.
Anche perché non puoi dimenticare.
La meraviglia e l’orrore.

Ti sembra assurdo poterlo dire.
Ma forse l’incidente ci voleva proprio.

Un anno. A tempo record.
8a/+.
Dat shit it’s So Fuckin’hard buddy! Your beta is crazy!
ti diceva il crucco che domenica la provava con te.
ed è stata la prima volta che non ti sei messo lì a parlare di infortuni e carrozzine.
Come se fosse tutto normale, come se non scalpitassi di gioia,
di nuova pace. Pietra arancione tutto intorno.
La chitarra, i bambini, l’amaca. Fare il coglione.
Nuovamente barrette energetiche.
Quella roba ti avvelenerà idiota.

Fosse una FA chiameresti il tiro Kirschner. Già.
Perché – letteralmente – ai suoi fili eri appeso,
rimaneva attaccata l’ultima briciola di speranza.
Che eri rimasto solo tu a coltivare.
Un burattino nelle mani degli eventi.

non c’è solo la scalata.
Così finalmente metti la testa a posto.
Così finalmente cresci.
Che il tuo personaggio francamente  ha stancato.
Questo mi è stato detto. Giuro su dio.
Da gente che credevo di famiglia.

In quel preciso momento hai rotto i legami.
raccolto i tuoi sorrisi,
quel poco che rimaneva di te
E te ne sei tornato a casa.
Con tuo fratello che spingeva la carrozzina. in salita.
E poi sul letto.
Con il bacino in fiamme.
E con un braccio fuori uso.

Ricordi ancora l’ondata di panico quando ha chiuso la porta.
e sei rimasto solo.
Vai tranquillo.Grazie.
Così finalmente mi riposo.
Queste saranno le mie ferie ahahaha

non volevi dormir solo.
Con lei che non rispondeva.
Che era in palestra.
E poi a bere una birra con i compagni di corso.
E poi chissà dove. Chissà perché .
Ogni tanto te lo domandi ancora.

In quelle notti quel che è stato non ha un nome.
Ora è un ricordo, ok.
Ma piangi davanti a una tastiera solo a ricordarlo.
E ti vuoi bene.
E sei fiero di te.
questa roba sarà sempre con te.
pensaci. tutte le volte che ti caghi sotto.

Quasi un mese dopo
L’ospedale ti riferiva che il dito era collassato di nuovo,
che qualcosa non era andato come da programma. Forse il gesso.
La vite che teneva su il pollice
ha poi spaccato altra roba seminando in giro altri frammenti di osso.
Con la mano così la musica, e sicuramente la scalata, erano in forse.

Avresti fatto molta difficoltà.
Per Sempre.

Per. Sempre.

Che ti avrebbero fatto sapere.
Che ne avrebbero discusso collegialmente.
Che forse magari con una buona fisioterapia.

Nessuno si è fatto più vivo.
Figli di puttana.
Nessuno.

E allora giù a parlare con fisiatri e fisioterapisti.
In stampelle, sotto la pioggia, sui bus.
Ore di attesa.
Caricando quella cazzo di gamba sinistra che invece doveva rimanere
Immobile. Ecco perché ora è più corta.

Nessuno.
Nessuno cazzo.
nessuno dei fisioterapisti ha voluto sfiorare la tua mano.
Io quella roba non te la faccio toccare da nessuno.
Ti ha confessato la fisiatra. Pure Bona.

Sai bene cosa significa. Ci lavori ogni giorno.
Si chiama nesso eziologico.
Nessuno avrebbe voluto diventare un anello di quella catena.
Che va a ritroso. Nell’accertamento delle responsabilità.
Perché si, perché ce la vedremo in Tribunale.

E allora cosa posso fare?
Una nuova operazione. No way.
E peraltro senza garanzie di riuscita.
La situazione è piuttosto  complessa.

Guidare con una mano sola. In autostrada.
In furgone. Con ancora gli adesivi attaccati e il materiale
sparpagliato dentro dal soccorso alpino.
Con dentro ancora l’odore di lei. Allontanatasi Chissà dove.
Senza un come va? Un come stai? Neanche via wahtsapp. Zero.
che il giorno prima si rideva a letto, insieme,
e il giorno dopo non esistevi più.
L’hai anche rivista in falesia.
A far finta di nulla.

Con una mano sola, senza appuntamenti
(il primo libero sarebbe stato a marzo 2018)
Ti sei catapultato col cuore in gola in Pronto soccorso.
Chirurgia della mano.
La migliore in Italia. Probabilmente d’Europa.

Guardate le lastre per favore.
Con il tuo dvd in mano e gli occhi carichi di paura e aspettativa.
Piangevi come uno stronzo. Proto-quarantenne.
Nudo. Completamente nudo.
Un anima che cammina. Calpestata e sporca.
Ma ancora pronta.
A vedere fino in fondo
se e quando
sarà davvero finita.

Il medico è uno stronzo maleducato.
Quindi è uno bravo.
È da operare.
Vede questi puntini bianchi?
Sono frammenti ossei.
Dovrò spostare tutto, pulire, riattaccare.
Probabilmente useremo fili di kirschner.
Più di uno. Dovremo tenere tutto fermo.

Quattro ore e mezza di intervento.
Due chirurghi, tre assistenti di sala.
Non ti ha fatto effetto nessuna cazzo di sedazione. Nulla.
Ti hanno bombato.
E tu zero.
Hai pianto e pregato tutto il tempo.
Tutto il fottuto cazzo di tempo.
Che è volato via in un attimo.
Perché era in gioco la stessa propsettiva di vita che portavi dentro, confusa,
e data per scontato.
Per anni.
Come se realmente potessimo decidere noi del nostro futuro.
Cosa fare. Dove andare. Se cambiare lavoro.
Puttanate amico mio.

Quello che potevamo fare è stato fatto.
Sbem.
Che non vuol dire un cazzo.
O vuol dire tutto.
Polvere fra le mani.

Altri 45 giorni di gesso e 21 giorni di fili di K.
Non passano mai.
Lavarsi è una tortura.

Ed era così già da un mese.


(...)