-continua -
Su un letto
il tempo non passa mai.
Alle volte è
quasi meglio in ospedale,
il via vai,
gli elementi di novità. Le visite. La dottoressa.
A casa è
tutto sospeso.
Tirati su
dal letto. Raggiungi la sedia a rotelle.
Assicurandoti
che abbia il freno messo. Non lo impari mai.
Gira un po’
per casa.
Prova le
stampelle ascellari. È ancora troppo presto. Il bacino brucia.
Rimettiti a
letto.
Fa un caffè.
svitare la
moka con una mano sola è già massimale.
Allora la
blocco con i piedi e la svito.
Gli amici
più attenti ti buttano l’immondizia.
Ti fanno un
po’ di spesa.
Sei Solo.
Leggi.
Scrivi.
Cerchi di
non pensare.
Non puoi
neanche suonare un po’.
E non sai se
tornerai a farlo. Così ti hanno detto in ospedale.
Fuori ci
sono i tramonti autunnali.
Novembre sa
essere spietato nella sua bellezza.
La natura si
lascia andare. Con pace.
Tu non puoi.
Vorresti
distenderti nelle aspettative insieme a lui.
Far buio
presto, dentro, anche tu.
Ma non puoi.
Tu devi
esserci.
Oggi. Più di
ieri.
Perché alle
volte ci son giorni durissimi.
Non fai che
piangere.
Aspetti.
E aspetti.
Vuoi scappar
via da tutto questo. Dimenticartene.
Tornare a
te.
alla ricerca
di botte di anestetico e di adrenalina.
Fino a ieri.
Ignorando
l’istinto.
Calpestando
i doni, quelli veri, quelli che esigono la lentezza.
Di decantare
nell’attesa.
A ripensarci
adesso fa impressione tutto quel vuoto.
Che poi hai
tentato di colmare. di errori. di superficialità.
Qualunque
robaccia andava bene.
Purchè fosse
tanta. ingombrante. Tanto da annichilire il pensiero. E i silenzi.
Ma anche il
dolore, le paure. La responsabilità di scelta.
Guardandoti
indietro, oggi, forse è solo da qualche mese
Che hai rimesso
a fuoco le virtù e le prospettive.
Che hai
tagliato i ponti con tutti i prodotti di scarto della fuga. Errori.
Errori e
scarsa attenzione. Ma ci sta. Dopo tanta assenza.
L’avambraccio
sinistro, alla rimozione del gesso, è inesistente.
Completamente
senza calli, la mano è ancora deformata.
Ma dalle
lastre pare in ordine. preghi che sia così.
non ti frega più un cazzo di tornare a scalare.
vuoi solo poterti lavare. tener in braccio tua nipote quando arriverà.
Senti che
tutto è definitivamente chiuso e che si apre innanzi a te
Una versione
nuova e ignota di te.
Che c’è da
costruire e da ricostruire. Tanto. Troppo.
Ora le stampelle
le riesci a padroneggiare meglio.
È tutto
finito, pensi.
Piangi di
continuo. Ogni giorno. Più volte al giorno.
È tuo
fratello a tenerti – letteralmente – in piedi. Gli devi tutto.
Gli 8a, la
musica. Gli amici. Le donne. Il furgone.
Non sei
nessuno. Non vali niente.
A mala pena
riesci ad andare al cesso.
Ma ogni
giorno. Ogni singolo giorno strappi un centimetro in più al dolore.
Come se
stessi arrampicando. Ma in avanti questa volta. Nel tempo.
In faccia al
tuo futuro, che sta a te modificare e arginare.
Altrimenti
ti travolgerà. Lo sai. Lo senti.
Qui c’è solo
da tenere duro. E non indietreggiare mai.
Davanti a
nulla. Neanche all’orrido. Ieri come oggi.
Non fare un
passo indietro.
Incassare.
Buttar giù un altro lamento e opporre silenzio e fermezza.
Soffocare
un’altra lacrima e proiettarsi in uno sguardo determinato e deciso.
Tutto qui.
Resistere.
Opporre te a
te.
A quest’onda
di tutto che può caderti addosso, e continuare a crollare.
Come macerie
instabili dopo un terremoto.
Il pensiero
di lei. che non va via. Quasi fosse un’ossessione.
Non potrai
mai dimenticare. Non potrai mai perdonare.
Eppure
ancora oggi cadi nelle stesse dinamiche. Nella stessa merda.
Nuovi volti,
stessa pochezza.
La
solitudine.
La paura.
Tutti i sacrifici fatti per scavarti un ambito di significato.
Nella
scalata. Nella musica. Lavoro, amici. Feedback. Edonismo ed errore.
Sotto la
pioggia. Con il piumino. Tornare a casa.
Perché con
le ascellari non puoi tenere in mano l’ombrello.
La miseria.
Ma anche la fermezza e la dignità.
Che a tutto
c’è un limite. Anche a concedere spazio agli eventi.
Ai vampiri.
Ai buchi neri.
Non mi
avrete mai.
O almeno non
avrete tutto. Di me. Di quel che sono,
di quel che
ne rimane.
E poi
finisce che quando senti di crollare arriva la lucidità.
E con lei
arriva la rabbia. Salvifica. Disinfettante.
Come alcool
su ferite. Fa male. pulisce e attiva.
-continua -
