mercoledì 20 novembre 2019

Kirschner II


-continua -

Su un letto il tempo non passa mai.
Alle volte è quasi meglio in ospedale,
il via vai, gli elementi di novità. Le visite. La dottoressa.

A casa è tutto sospeso.
Tirati su dal letto. Raggiungi la sedia a rotelle.
Assicurandoti che abbia il freno messo. Non lo impari mai.
Gira un po’ per casa.
Prova le stampelle ascellari. È ancora troppo presto. Il bacino brucia.
Rimettiti a letto.
Fa un caffè.
svitare la moka con una mano sola è già massimale.
Allora la blocco con i piedi e la svito.
Gli amici più attenti ti buttano l’immondizia.
Ti fanno un po’ di spesa.

Sei Solo.

Leggi. Scrivi.
Cerchi di non pensare.
Non puoi neanche suonare un po’.
E non sai se tornerai a farlo. Così ti hanno detto in ospedale.
Fuori ci sono i tramonti autunnali.
Novembre sa essere spietato nella sua bellezza.
La natura si lascia andare. Con pace.
Tu non puoi.
Vorresti distenderti nelle aspettative insieme a lui.
Far buio presto, dentro, anche tu.
Ma non puoi.
Tu devi esserci.
Oggi. Più di ieri.
Perché alle volte ci son giorni durissimi.
Non fai che piangere.
Aspetti.
E aspetti.

Vuoi scappar via da tutto questo. Dimenticartene.
Tornare a te.
alla ricerca di botte di anestetico e di adrenalina.
Fino a ieri.
Ignorando l’istinto.
Calpestando i doni, quelli veri, quelli che esigono la lentezza.
Di decantare nell’attesa.
A ripensarci adesso fa impressione tutto quel vuoto.
Che poi hai tentato di colmare. di errori.  di superficialità.
Qualunque robaccia andava bene.
Purchè fosse tanta. ingombrante. Tanto da annichilire il pensiero. E i silenzi.
Ma anche il dolore, le paure. La responsabilità di scelta.

Guardandoti indietro, oggi, forse è solo da qualche mese
Che hai rimesso a fuoco le virtù e le prospettive.
Che hai tagliato i ponti con tutti i prodotti di scarto della fuga. Errori.
Errori e scarsa attenzione. Ma ci sta. Dopo tanta assenza.

L’avambraccio sinistro, alla rimozione del gesso, è inesistente.
Completamente senza calli, la mano è ancora deformata.
Ma dalle lastre pare in ordine. preghi che sia così.
non ti frega più un cazzo di tornare a scalare.
vuoi solo poterti lavare. tener in braccio tua nipote quando arriverà.
Senti che tutto è definitivamente chiuso e che si apre innanzi a te
Una versione nuova e ignota di te.
Che c’è da costruire e da ricostruire. Tanto. Troppo.

Ora le stampelle le riesci a padroneggiare meglio.
È tutto finito, pensi.
Piangi di continuo. Ogni giorno. Più volte al giorno.
È tuo fratello a tenerti – letteralmente – in piedi. Gli devi tutto.
Gli 8a, la musica. Gli amici. Le donne. Il furgone.
Non sei nessuno. Non vali niente.
A mala pena riesci ad andare al cesso.
Ma ogni giorno. Ogni singolo giorno strappi un centimetro in più al dolore.
Come se stessi arrampicando. Ma in avanti questa volta. Nel tempo.
In faccia al tuo futuro, che sta a te modificare e arginare.
Altrimenti ti travolgerà. Lo sai. Lo senti.
Qui c’è solo da tenere duro. E non indietreggiare mai.
Davanti a nulla. Neanche all’orrido. Ieri come oggi.
Non fare un passo indietro.
Incassare. Buttar giù un altro lamento e opporre silenzio e fermezza.
Soffocare un’altra lacrima e proiettarsi in uno sguardo determinato e deciso.
Tutto qui.
Resistere.
Opporre te a te.
A quest’onda di tutto che può caderti addosso, e continuare a crollare.
Come macerie instabili dopo un terremoto.

Il pensiero di lei. che non va via. Quasi fosse un’ossessione.
Non potrai mai dimenticare. Non potrai mai perdonare.
Eppure ancora oggi cadi nelle stesse dinamiche. Nella stessa merda.
Nuovi volti, stessa pochezza.
La solitudine.
La paura. Tutti i sacrifici fatti per scavarti un ambito di significato.
Nella scalata. Nella musica. Lavoro, amici. Feedback. Edonismo ed errore.
Sotto la pioggia. Con il piumino. Tornare a casa.
Perché con le ascellari non puoi tenere in mano l’ombrello.
La miseria. Ma anche la fermezza e la dignità.
Che a tutto c’è un limite. Anche a concedere spazio agli eventi.
Ai vampiri. Ai buchi neri.
Non mi avrete mai.
O almeno non avrete tutto. Di me. Di quel che sono,
di quel che ne rimane.

E poi finisce che quando senti di crollare arriva la lucidità.
E con lei arriva la rabbia. Salvifica. Disinfettante.
Come alcool su ferite. Fa male. pulisce e attiva.
Epifanica, la rabbia è tua alleata.
ieri.
oggi.

-continua -