Io non
credevo che potesse essere così bello.
Dopo tanto
tempo.
Dopo tanti
errori e tante derive.
Partire.
Ogni giorno
senza una meta precisa.
Caricare cane,
cibo e the caldo.
Decidere a
istinto una falesia.
Un giorno
decidi tu, un giorno lei.
Sei sette
tiri tu. Una manciata lei.
Sentirsi sicuro.
Nella vita e
appeso ad una corda.
Mostrare
(tutte) le tue debolezze, cadere.
Con la
consapevolezza di averla lì. A tenerti.
Io non ho
mai provato nulla di simile.
Una manciata
di giorni smozzicati e strappati al lavoro.
In giro per
falesie a picco sul mare o incastonate fra dolci colline scintillanti d’inverno.
Sempre al
sole. Roccia calda.
Scender giù
in paese a fine giornata.
Godere di un
buon calice di rosso.
Ripassare i
passaggi della conferenza sul brutalismo sovietico.
Magari di
notte farsi prendere anche dall’ansia da rientro a lavoro.
Ma sapere
finalmente di non esser soli.
Accettare i propri
limiti. Anche gli errori se necessario.
Ma guardare
avanti.
In un
anelito di miglioramento.
Altro che
gradi.
Però comunque
scalare bene. Sempre meglio.
Più consapevole.
Più forte. Più solido.
Quasi tutto
a vista.
E poi tornare
nella falesia dell’incidente.
Tornare sul
tiro che stava per ucciderti.
Passare stavolta
i primi due del tiro a fianco.
E sticazzi
se è da farlocconi cacasotto.
Ci tengo
troppo a vivere. A poter vivere così.
Rischiare di
chiuderlo al secondo giro.
Sentire un
peso dentro.
Una paura
ingiustificata ma comprensibilissima.
Fare ogni
singolo movimento come se dovessi trainare con te
Un peso
immane. Una montagna di sottintesi. E di dolore.
Tornerò. Tornerò
a chiudere i conti con il vecchio me.
Ora però tieni
attaccata a te questa serenità, questa gioia.
Questa pace.
Cantare Brunori.
E sorridere.
E non
pensarci.
Non avere
speranza. Avere fede.
E domani chissà…
