lunedì 30 marzo 2020

Esitazioni d'esistere


È giustificata ora la paura amico mio. Ma io, nella mia insignificanza, ci spero. Ancora. Non so come mai. Un po’ come quando, su un letto d’ospedale, davano a mio padre l’estrema unzione. quella che si dà ai malati. io speravo. speravo così forte da odiare dio. Lo stesso dio con cui oggi provo a far pace. chiedo perdono. Costruire un mondo migliore. E questa è l’occasione. È solo che continuiamo a illuderci che i comportamenti umani possano esser prevedibili o predeterminati. Dal presupposto A dedurre la conseguenza B. come un qualunque problema algebrico. un qualunque sistema binario. Siamo indecifrabili. Siamo infinito. E lo siamo così tanto che il “sapere” diventa inutile. è il “sentire” l'orientamento. Senitre dentro. Lì, sul fondale dell’anima che non ha nome ma che è tutto quel che siamo. Sospendere i conflitti. Comprendere cosa significa essere una minoranza. Aver bisogno di aiuto. Di accoglienza. Di amore. O forse è solo che la noia per le chiacchiere altrui è più forte del disgusto che provo per le mie. Tornare a vivere raso terra. Una civiltà si misura anche dall’uomo che produce. Cosa siamo. Cosa siamo diventati. Non so. È un po’ che ci penso. Da ben prima di tutto questo. Senza trasformazione dell’individuo non credo potrà esserci alcuna trasformazione d’apparato. cerchiamo le nostre aspirazioni. Ritroviamole. Rispolveriamo l’amore. La verità non ha sentieri. E non sempre la libertà contempla la felicità. Il desiderio di essere capiti. Comprensione come accettazione allontanandosi dai nostri ambiti di significato come gabbie. Dipendiamo  dal piacere. Sai cosa? Il giorno in cui realmente riuscirò a rompere il mio ego il puzzo arriverà fino in cielo. Abbiamo finito per vivere ai margini delle nostre libertà raccogliendo le briciole che la magnificenza del destino può concedere. L’abisso del materialismo.  Ho finito per nascondermi dietro le barricate della mia sopportazione, in cui l’arrampicata faceva da cemento, fabbricando sconforto, come fossi un operaio dell’inquietudine. Tessere la trama della mia angoscia e ogni tanto, qua e là – quasi per caso – strappare un pezzetto di fuga sollevata da un sorriso. Su delle labbra disegnate per il bacio. Ma dopo il piacere viene la noia. Sempre. E non bisogna mai lasciare che le cose belle (quelle belle per davvero) si impregnino di abitudine. Una lunga abitudine a due. Goffa esibizione. incastonati in dei ruoli. e poi il risveglio della coscienza di sé che solo l’impatto sordo di una solitudine inattesa porta.  la vedi questa primavera? È rimasta sui banchi alimentari. E nulla più. Ci si annoia dici. Vedo gente disperata in cerca di abitudini. desideri brevi e violenti. Come il tempo che rimane per vivere. sparpagliato. E che sottovuoto attende respiro. Costruiremo un mondo migliore. sarà bello. O forse torneremo ottusi e squallidi . Perché quando si soffre non si vuol pensare. si vuole ridere. Quanto fa male il male quando sopravviene in vite così aride. Ecco cosa rimane di noi. calcolatori soli.