-Devi Sopportare le
illusioni. Accettarne i silenzi. Le loro potenziali fissità.
Avevo
riposto delicatamente ogni mia speranza in quel vuoto che sapeva di
attesa. E che giorno dopo giorno cedeva il passo all’inganno. Lasciarsi Vivere(come
sempre). E aspettare. Aspettare che cambiasse qualcosa. Accumulare frustrazione.
frustrazione e piccole catastrofi.
-Una liturgia di
finzioni. Questo è il pericolo. Bisogna starne alla larga.
Me lo dissi così. a
bruciapelo.
non avevo affatto classe, neanche con me stesso. lei si. e poi scriveva divinamente. un intuito affilato ed un'intelligenza rara. dinamica.
Riaccompgnandola a casa,
mano nella mano, dopo una sessione di forza in palestra, sentii in un
attimo il peso delle cose non dette. Delle richieste in sottinteso,
il carico di ferite ancora aperte, che chiedevano solo sollievo. E
lei sentiva tutto. Sentiva il mio baratro.
Un circuito di
sospensioni, trazioni e pan gullich con scarico sui piedi. Poi
qualche circuito di forza lunga.
Era brava e motivata. ma era
altrove. perennemente concentrata su ciò che mancava.
Sentiva la negazione.
Ci ritrovammo così,
incastrati in un luogo che non meritavamo.
Ma io l’anima
gliel’avevo vista. Per un attimo, ma l’avevo vista. E non potrò
dimenticarla.
Tutto quel dolore che si
portava dentro e che tentava di celare fra un’esplosione di rabbia
e l’altra. dentro ogni bugia. eppure era di una delicatezza
rara, quella di cui sono fatte le lacrime tenute nascoste.
L’assenza
di una madre.
Da sola, per anni, era
riuscita a trovare la forza per dire al suo amore di non spezzarsi.
E tuttora, nonostante i
suoi sforzi, era evidente ancora la sua determinazione in questo
senso; in bilico fra desiderio di riscatto e terrore di altri
abbandoni. Osservarla incastrata in questa lotta, lontana e
irraggiungibile, ti stringeva il cuore. Non avresti voluto altro che
portarla a te. E darle tutto quel che meritava.
Ma per certe carezze non
bastano mani.
In falesia era
terrorizzata. Quel terrore che si cela dietro alla cordialità e alla
continua tensione all’essenziale, tradita da un abbinamento
cromatico fin troppo calcolato. Nessun dettaglio fuori posto. Una
bellezza unica anche se domata dalla maschera di codici stereotipati.
Nel panico dissimulato delle tensioni intrinseche alle aspettative
che si arenavano nella secca dell’assenza di risultati.
Ma è questa la verità
che dona la scalata. La vita. le relazioni.
Saper aspettare, lavorare
sodo.
Ascoltarsi.
Dirsi la verità
ma non c’era margine né
di tempo, né di autosufficienza emotiva per altro dolore. La
capisco.
Tutta quella fuga avrebbe
sfiancato chiunque. Lei no. Lei era di un’altra pasta. Aveva quella
libertà prorompente e appuntita che hanno le persone impreparate per
età ma forti per esperienza; quelle che non hanno più
aspettative da deludere. Quel coraggio di cui è fatta la solitudine.
Mi raccontava che negli
anni, sempre di più, aveva disegnato a se stessa margini e nuovi
modi per delineare una crescente, progressiva estraneità. come se
fosse una figlia unica. Come se si fosse (ri)scoperta Per sottrazione.
Per carenza di presenza. E io vedevo tutto.
Vedevo nitida tutta
quella tenerezza che, se scavavi bene, e a lungo, e a fondo, lei
custodiva come si mantengono in vita i fiori strappati.
Una dolcezza lontana. Che
sapeva di tradizione, anche.
Prorompente e pulita. Che
quando arrivava a galla aveva un impatto quasi fisico. E tu ti
sentivi davvero vivo. E onorato da tanto candore. Incredibile,
pensavi, che ci sia ancora qualcuno in grado di tutto questo.
Può la dolcezza avere la
solidità della materia?
Chi ha sofferto l’assenza
così tanto ha un altro sistema di carico. E di compressioni. Quindi
si, è possibile. io l’ho visto.
Le luci del viale
alberato che ci riconducevano dalla palestra al centro città mi
offrivano una prospettiva di taglio sui suoi occhi. in quel colore
dove ci si immerge io mi tuffavo ogni volta a cercare la sua anima.
Alle volte a galla. Alle volte rannicchiata e rintanata laggiù in
fondo, al buio, calpestata ma ciononostante ancora in grado di
danzare. Come da bambina.
Volevo insegnare, volevo allenare,
proteggere, donare, ascoltare.
E invece mi trovo io ad essere quello
che ne ha intascato il ricavo. O almeno voglio credere che si così.
Che abbia avuto un senso.
Sopravvivenze reciproche.
Troppo impauriti per staccare i piedi
da terra.
Come su questo boulder.
Raccattiamo i nostri quattro sorrisi e
scivoliamo via.
Raccontando a noi stessi narrazioni che
addolciscano i tagli del tempo.
Ma la verità è che non si può
controllare ciò che è insondabile.
Ciò che, se arriva, arriva in dono.
per esser vissuto.
E non per esser scandagliato. In ogni
curva, in ogni ansa. In ogni pertugio.
Alla ricerca del mostro.
Una lunga e difficile apnea sul fondale
dell’anima, che non ha nome ma che è l’essenza stessa di ciò
che siamo. Noi danzavamo lì, fra terrori e ricongiungimenti,
fra alterigia e la più esemplare delle semplicità.
scalare su gradi duri.
Fare qualche singolo.
