martedì 21 aprile 2020

Battaglie, lati taglienti e apprendimento


-Devi Sopportare le illusioni. Accettarne i silenzi. Le loro potenziali fissità. 
Avevo riposto delicatamente ogni mia speranza in quel vuoto che sapeva di attesa. E che giorno dopo giorno cedeva il passo all’inganno. Lasciarsi Vivere(come sempre). E aspettare. Aspettare che cambiasse qualcosa. Accumulare frustrazione. frustrazione e piccole catastrofi.

-Una liturgia di finzioni. Questo è il pericolo. Bisogna starne alla larga.
Me lo dissi così. a bruciapelo. 
non avevo affatto classe, neanche con me stesso. lei si. e poi scriveva divinamente. un intuito affilato ed un'intelligenza rara. dinamica.
Riaccompgnandola a casa, mano nella mano, dopo una sessione di forza in palestra, sentii in un attimo il peso delle cose non dette. Delle richieste in sottinteso, il carico di ferite ancora aperte, che chiedevano solo sollievo. E lei sentiva tutto. Sentiva il mio baratro.
Un circuito di sospensioni, trazioni e pan gullich con scarico sui piedi. Poi qualche circuito di forza lunga.
Era brava e motivata. ma era altrove. perennemente concentrata su ciò che mancava.
Sentiva la negazione.

Ci ritrovammo così, incastrati in un luogo che non meritavamo.
Ma io l’anima gliel’avevo vista. Per un attimo, ma l’avevo vista. E non potrò dimenticarla.
Tutto quel dolore che si portava dentro e che tentava di celare fra un’esplosione di rabbia e l’altra. dentro ogni bugia. eppure era di una delicatezza rara, quella di cui sono fatte le lacrime tenute nascoste.
L’assenza di una madre.
Da sola, per anni, era riuscita a trovare la forza per dire al suo amore di non spezzarsi.
E tuttora, nonostante i suoi sforzi, era evidente ancora la sua determinazione in questo senso; in bilico fra desiderio di riscatto e terrore di altri abbandoni. Osservarla incastrata in questa lotta, lontana e irraggiungibile, ti stringeva il cuore. Non avresti voluto altro che portarla a te. E darle tutto quel che meritava.
Ma per certe carezze non bastano mani.

In falesia era terrorizzata. Quel terrore che si cela dietro alla cordialità e alla continua tensione all’essenziale, tradita da un abbinamento cromatico fin troppo calcolato. Nessun dettaglio fuori posto. Una bellezza unica anche se domata dalla maschera di codici stereotipati. Nel panico dissimulato delle tensioni intrinseche alle aspettative che si arenavano nella secca dell’assenza di risultati.
Ma è questa la verità che dona la scalata. La vita. le relazioni.
Saper aspettare, lavorare sodo.
Ascoltarsi.
Dirsi la verità
ma non c’era margine né di tempo, né di autosufficienza emotiva per altro dolore. La capisco.
Tutta quella fuga avrebbe sfiancato chiunque. Lei no. Lei era di un’altra pasta. Aveva quella libertà prorompente e appuntita che hanno le persone impreparate per età ma forti per esperienza; quelle che non hanno più aspettative da deludere. Quel coraggio di cui è fatta la solitudine.
Mi raccontava che negli anni, sempre di più, aveva disegnato a se stessa margini e nuovi modi per delineare una crescente, progressiva estraneità. come se fosse una figlia unica. Come se si fosse (ri)scoperta Per sottrazione. Per carenza di presenza. E io vedevo tutto.
Vedevo nitida tutta quella tenerezza che, se scavavi bene, e a lungo, e a fondo, lei custodiva come si mantengono in vita i fiori strappati.
Una dolcezza lontana. Che sapeva di tradizione, anche.
Prorompente e pulita. Che quando arrivava a galla aveva un impatto quasi fisico. E tu ti sentivi davvero vivo. E onorato da tanto candore. Incredibile, pensavi, che ci sia ancora qualcuno in grado di tutto questo.
Può la dolcezza avere la solidità della materia?
Chi ha sofferto l’assenza così tanto ha un altro sistema di carico. E di compressioni. Quindi si, è possibile. io l’ho visto.

Le luci del viale alberato che ci riconducevano dalla palestra al centro città mi offrivano una prospettiva di taglio sui suoi occhi. in quel colore dove ci si immerge io mi tuffavo ogni volta a cercare la sua anima. Alle volte a galla. Alle volte rannicchiata e rintanata laggiù in fondo, al buio, calpestata ma ciononostante ancora in grado di danzare. Come da bambina.

Volevo insegnare, volevo allenare, proteggere, donare, ascoltare.
E invece mi trovo io ad essere quello che ne ha intascato il ricavo. O almeno voglio credere che si così.
Che abbia avuto un senso.

Sopravvivenze reciproche.
Troppo impauriti per staccare i piedi da terra.
Come su questo boulder.
Raccattiamo i nostri quattro sorrisi e scivoliamo via.
Raccontando a noi stessi narrazioni che addolciscano i tagli del tempo.
Ma la verità è che non si può controllare ciò che è insondabile.
Ciò che, se arriva, arriva in dono.
per esser vissuto.
E non per esser scandagliato. In ogni curva, in ogni ansa. In ogni pertugio.
Alla ricerca del mostro.
Una lunga e difficile apnea sul fondale dell’anima, che non ha nome ma che è l’essenza stessa di ciò che siamo. Noi danzavamo lì, fra terrori e ricongiungimenti, fra alterigia e la più esemplare delle semplicità.

scalare su gradi duri.
Fare qualche singolo.
allenarsi alla vita.