giovedì 15 ottobre 2015

Minchiate







Se non avessi chiuso il tiro anch’io il giro dopo non so cosa ne sarebbe di noi ora.
La sana cordata affiatata di amici, il ripromettersi di andare a fare una via in Dolomiti.

La psiche di chi scala può realmente raschiare il fondo.
Piegarsi così passivamente e impassibilmente alle pulsioni più sudicie della natura umana.
In teoria – dicono – che la civiltà consisterebbe nel soffocamento di questi particolari stati d’animo. Nella gestione della brutalità insita in ognuno di noi.

Si, ok. Tutto meraviglioso.

Ma sul progetto uno ci va brutale.
Solo così riesci a piegare i tuoi limiti fisici e mentali.
Perché dobbiamo raccontarci balle allora?
L’amicizia, le strette di mano o il soft punch a seconda dell’altitudine.
Spotter che non parano o lo fanno a malincuore se gli stampano il blocco davanti.

Le emozioni, lo scalo solo per me, la danza: minchiate.
Non escludo che possa essere così. Ma solo alle volte però. Nelle giornate plaisir
In cui i tuoi amici principianti si divertono e tu ti annoi sulla solita successione di 6b, 6c, 7a, un giro sull'8a+.
roba che conosci a memoria ma che fai finta di studiare. Per sembrare figo.
Per far provare a loro la stessa invidia che provavi tu agli inizi quando osservavi altri banfoni che si esibivano nello spettacolo domenicale del local nella falesia di casa
Perché il tuo Ego si nutre di queste sciocchezze. Non distingue se siano vere o no. L’importante è che tu abbia conficcato in schiena lo sguardo di quella tipa mentre passeggi il tiro che né lei né il suo muscoloso fidanzato faranno mai o il blocco che in palestra ti sei tracciato a tua immagine e somiglianza.

Com’era questo passo? E via statico. Mollando un attimo i piedi.
Pagliacci dal cazzo piccolo.
Avremmo il SUV se potessimo permettercelo.
E ce la faremmo se lo vivessimo come un 8b. E’ solo che lavorare è una merda.

Tu il blocco lo devi fare. Il tiro lo devi chiudere. Non esiste altro in quei momenti.
Beninteso, non si combatte o si gareggia contro nessuno, ma se dovessi dividere la tua donna con qualcuno non ti girerebbero le palle?
La sensazione è pressappoco quella.

E magari arrivi in falesia e c’è pure uno appeso sul tuo tiro. Che tocca, sporca, non spazzola, allunga i rinvii dove non ti servono lunghi, magari rompe appoggi.
Cazzo fai idiota? Pensi.
Tranquillo, non c’è problema. Sono ancora che cerco le methode… anzi come lo fai quel passo? Dici.

Amicizia un cazzo.

Poi però, quando sei giù con lacrimuccia, che il tiro ti ha di nuovo respinto, davanti a tutti, ci vai dai tuoi compagnucci a chiedere – girandoci attorno – conforto, sostegno e incoraggiamento. Anche solo una dolce carezza: Non mi tengo un cazzo.
Povero cucciolo.
Ora lo vorresti un amico vero eh?

I tuoi amici veri sono chissà dove. Non li vedi da tempo ormai.
Uno di questi ti aveva anche invitato a cena e tu hai rifiutato, perché magari un kg in più su quella tacca da fissare bassa, con quest’umido, poteva fare la differenza.

Ora sei solo, in questo posto umido e pieno di zanzare, circondato da altri tossici. Parlate fra di voi solo per evitare silenzi, per mera cortesia. Visto che ci dobbiamo tenere.
Rompendo la magia del silenzio – una delle ultime cose piacevoli rimaste e non imbrattate dal vostro ego – con inutili discorsi privi di alcuno spessore. Perché non è come con il sesso. Qui non puoi masturbarti. Non puoi far da solo.  
L’altro ti serve.
E allora siam qui, su questo sasso, a guardarci intorno e mangiar frutta secca. Parlando di meteo, allenamento e spettegolando sugli assenti. E sui presenti.
…come una  triste coppia di amanti che non ha più nulla da dirsi.

E quella punta di noia che si affaccia la ricacci subito giù.
Perché si, diamine. In realtà tu sei qui perché a te piace scalare, a te piace il silenzio, la danza, lo scalare per il movimento e non per il grado, il rapporto con il compagno di cordata, gli abbracci, la serenità, i tramonti e tutto quella serie di stronzate pseudoromantiche dietro cui murare vive le tue angosce.

Com’era quel passo?