giovedì 29 ottobre 2015

Il vero infortunio ce l’hai dentro











Il dito è la canna.
Il tendine è il filo.
Le pulegge sono gli anelli che tengono quest’ultimo aderente al dito.
Arcuare significa piegare e tirare tutto alla morte.

Queste nozioni dovrebbero essere patrimonio collettivo verticale tanto quanto il controllo incrociato, una sicura dinamica bene eseguita e spazzolare le tacche dopo il tiro. Quindi...

La puleggia, se esageri, si stacca via. È una legge fisica.
Tu ti dici che è solo un assestamento osseo. E fai finta di nulla.
Continui ad ignorare quella che è la verità.
Come fai con buona parte della materia di cui è fatta la tua vita.

Il richiamo è forte, quelli che sono con te lo chiedono, perché non esiste che ti appendi su questo 7b di merda che potresti fare bendato da quanto lo conosci a memoria.
E’ pieno di gente. Conosci tutti. Te lo eri dato pure soft all'epoca.
"volevo fare l’altro tiro cazzo", pensi.
Persino in falesia hai finito per piegarti ossequiosamente agli eventi scambiandoli per destino.
Trenta metri, la prima metà 6b; saresti arrivato caldo sul passo. Che fra l’altro è su svasi con tallonata (un vero must per noi insicuri).
"Io non volevo scalare ‘stammerda di via", pensi ancora.
La prima sezione intensa è unta e in entrata. Già al secondo spit.
Partono i primi freddi e disinteressati alè della giornata. Da scacciare via come mosche in caldi pomeriggi d'estate. Quando provavi a concentrarti e studiare.

La zanca a destra va presa in leggero incrocio, di sinistro, tenendo un bloccaggio basso su tacca destra da una chiusa in compressione su piede sinistro alto. Mollare un attimo i piedi, portarli su e distendersi in un laterale estetico, sfacciatamente esibito in faccia ai due grassoni che aspettano di provare la via. E ai quali, sorridente, rilassato ed estremamente amichevole, hai chiesto –  scusandoti mille volte – se per favore ti facevano fare un giro; se a loro non seccava; per favore; che avresti provato a far veloce. 

Ridendo, facendo battute sporche e sottovalutandoti ripetutamente, come a infiocchettare  e incorniciare al meglio la trieste pièce di onanismo verticale che di lì a poco avresti intavolato.
Perché il ruolo stereotipato nel quale ti sei tuffato esige solare simpatia, senza se e senza ma.
Come a non far pesare la differenza di livello mentre gliela stai sputando in faccia con tutta la schifosa insolenza e la melmosa superbia che si muove e lavora sottopelle. In me. E in ognuno di noi.

Quella che ci fa sbirciare attorno quando cadiamo. Che ci rende tesi e irritabili nonostante si sia nella natura in una meravigliosa giornata di sole. Che ci fa buttare l’occhio su cosa e come sta scalando quel tizio a petto nudo vestito enove. Che ci fa radiografare i presenti per capire chi è il più forte…e magari allontanarsi in caso di pericolo e portare in salvo il tuo branco e con esso il feedback che rimanda di te. Del quale stupidamente ti alimenti. Quella che ti fa tirare un sospiro di sollievo se c'è qualcun'altro che si appende sul tuo tiro…che peccato cazzo, eeeeh là quel passo è un casino. 

Che ci fornisce sempre, carica e pronta in canna, una scusa da sparare in aria, come a scacciare chissà quali belve in agguato.
Che fa da comburente a tutto ciò che di irrisolto si è sedimentato in te. E che, come arenaria, finirà per diventare un blocco esistenziale. Che solo un bravo specialista, con un massimale psicanalitico finlandese, riuscirà a risolvere e trasformare in limpida quiete e disinteresse al confronto.

Se credevi di essere al riparo, ti dico di no.
Non lo sei.
O diventi più forte.
O diventi più intelligente.
Non ci sono altre strade per affrancarsene.

Il movimento del tiro rimane comunque una bomba . È secco e duro, ma molto estetico. I muscoli della schiena in questi casi si aprono e si contraggono che è un piacere. Riconosci qualche tipa della palestra. Sorridi e saluti mentre ti leghi. Via la maglietta. 'Sto spettacolino lo facciamo fino in fondo cazzo.

La puleggia, come detto, se esageri, si stacca via. È una legge fisica.
Ti dici che è un assestamento osseo. Che domani scalerai solo sui 6b a zanche, che passerà subito.
Fai ancora finta di nulla. Arrivi in catena. Senza dare nell'occhio. nonostante questi orrendi pantaloni gialli. Che vanno di moda. Che sai che non metterai più quando smetterai. Perchè smetterai. Perchè così non può continuare.
Continui ancora ad ignorare la verità.
Ti dici che comprerai il nastro già stasera, perchè domani i negozi saranno chiusi.

Ok.
Blocca pure.
Che faccio? Lascio su?
Lo spavento e il dolore ti hanno fatto dimenticare dei due ciccioni.
Loro due ti urlano persino bravo, anche se gliel’hai stampata in faccia, anche se sei stato insopportabile e falso, anche se questo teatrino del cattivo gusto era evitabile; e finiscono inconsapevolmente per  alimentare la tua voracità di simulacri di vita vera e palliativi d’appagamento al ristagnare esistenziale.

Il dito è gonfio.

Finirai la giornata a chiacchierare. A fare battute. A montare 5c agli amici da far provare con la corda dall’alto.
Finirai per renderti ridicolo millantando sensibilità e profondità d’animo. Che tu scali anche – e soprattutto - per questo: per una bella giornata fra amici, per godere di un tramonto, perché non ha senso stressarsi anche in falesia, perchè per quello c’è già il lavoro. Perché alla fine lo spirito si nutre di questo mica di numeretti. Che oggi non hai voglia di provarlo l'8a.

Farai tutto questo, e parlerai di libri e di musica.
Come se davvero ti importasse. E magari per un attimo sarà davvero così. Lo spirito si distenderebbe in un sollievo, il tramonto ti riempirebbe lo sguardo, i sorrisi riuscirebbero davvero a rasserenare le ombre che ti porti dentro.
Sarebbe come la leggerezza delle prime volte. Come quando eri davvero felice e stanco.

Sarebbe tutto questo, se non fosse che, di nascosto, continui a massaggiare l’anulare. A pizzicarlo. Per tentare di capire, a spanne, quanto tempo ti ci vorrà per tornare sul progetto. Quanto regredirai e quanto ti ci vorrà per recuperare.

E quel divario vuoto fra vivere ed esistere, sul quale in equilibrio ti muovevi in verticale per stargli alla larga o almeno per tenerlo a distanza di sicurezza, ora respira vivo e cattivo sotto di te. Affannoso ed eccitato. E ti sta mostrando la verità. E ti sta dicendo qualcosa di te. Che tu infondo sai già. Ma che sembra non sia mai stato importante.

E tu sei inquieto come solo Pessoa può raccontare.
Perché il vero infortunio ce l’hai dentro.

E massaggi. 
E preghi che non sia niente.

Però ora devi proprio scappare; la prossima volta offrirai un giro di birre per farti perdonare. Lo prometti. Perchè tu sei quello forte e simpatico. Quello che si tiene ma che è umile.
E in auto arcui un po’ sul cruscotto, per vedere se fa male…perché forse non è niente, perché forse basterà solo nastrarlo.

Perchè forse riuscirò ancora a districarmi, arcuando, tra finzione e necessità.