Ieri sera hai ascoltato il disco degli SleepMakesWaves.
Stasera guarderai un film di
Myazaki con la tua donna.
L’altra sera hai fatto una
passeggiata lenta. In centro. Osservando le persone di taglio; con in cuffia In Rainbows. Una volta a casa hai letto un
po’.
Senti aria dentro. Mista a
musica.
Ordine e spazio. Un open
space esistenziale.
Cinque giorni consecutivi
senza pannello. E non è la settimana di scarico. In palestra si mormora che non
ti fai vedere perché sei fuori forma, perché sul progetto sabato scorso hai
preso per i denti, perché sei incazzato con F. che ha detto che il tiro
potrebbe anche essere mezzo grado più morbido. Perché tu passi un po’ a
sinistra. Non rispondi agli SMS.
Sei anche ingrassato. Tre
chili.
Niente di estremo, ma per un
dissociato paranoide come te sarebbero stati più che sufficienti a compromettere il tuo
equilibrio quotidiano.
E invece no.
Invece non ti frega un
cazzo.
Invece, per una volta, viene
prima te stesso. Ma il te stesso vero, non lo strafigo che credi di essere. E che per fortuna non sei. Che ti fa urlare sul passo duro dei tiri o tallonare dove non serve. Che ti rende ridicolo.
Dopo lavoro sei passato in
palestra a prendere le Solution risuolate.
Fortunatamente senza gomma
sul puntale. Altrimenti avresti dovuto buttare via anche questo paio.
Per un attimo non ti sei
sentito parte di questo tutto.
Due saluti in sala, quattro
chiacchiere sul 7b+ che sta provando C.
Se è 7c.
Tu dici di si.
Come sempre.
Perché è bene avere molta
cautela con chi è felice.
Perché in fondo è sempre
meglio mezzo grado in più e un frustrato in meno a questo mondo che un esercito
di eroi, ma abbruttiti e nascosti in falesia.
O sulla methode per bassi di quel
7a+ che sta provando quella gran figa della R.
…che peraltro viene in
palestra con quegli short…e prova sempre i blocchi vicino a dove siamo noi.
Se il suo ragazzo non
facesse l’8b in tre giri, partirebbe la gang bang in tempo zero.
Là, sui materassi.
Incredibile: il suo ragazzo
si tiene? La tipa non gliela tocchiamo.
Questione di rispetto.
Questione di gradi.
Essere fanaticamente subalterni
significa anche questo.
Questa meravigliosa ragazza
passa interi pomeriggi appesa a questo tiro corto, unto, chiodato male e
obbligatorio, boulderoso e morfologico solo perché il suo uomo cade alto
sull’8c del secret spot.
La guardo con occhi diversi.
Chissà cosa c’è dentro di
lei? Quello spazio vuoto riempito in noi dal testosterone, in lei da cosa viene
colmato?
Forse è solo una donna che
ama. Che custodisce in sé quell’atavico mistero che muove il tutto.
Che la rende tenera e
candidamente indifesa in questo mondo fatto di ego ipertrofici e bassezze
morali. Di combattimenti all’ultimo sangue senza muovere un dito.
È una cantilena. Un rito di
possessione.
Àleduro… àleduro… àleduro… àleduro… àleduro… àleduro…
Il canto di una tribù.
E' delirante conformismo.
Un inno ad un dio pagano che
si prende, anch’esso, le domeniche. Le nostre.
Se in falesia non lo
sopporto, qui, nel tempio del fitness trapiantato in verticale, lo trovo –
appunto – blasfemo.
Eppure vedo cattiveria e
determinazione. Vedo quel pizzico di rabbia negli occhi di chi deve lanciare a
quel pezzo di plastica con l’adesivo TOP appiccicato sotto.
Ci vedo della sana
Motivazione cazzo.
Il sacro fuoco.
Passi che su pietra li
trovi dal 7c in su.
Eppure è tutta gente che in
falesia fa tragedie sui 6b spittati ogni mezzo metro.
Non capisco.
Mi sento immeritatamente
superiore. E sbaglio. E lo so perfettamente.
Sto facendo peccato a quel dio di cui poco sopra. Perchè i tipi si tengono. E a te rode il culo.
Sto facendo peccato a quel dio di cui poco sopra. Perchè i tipi si tengono. E a te rode il culo.
Perché la verità è che
anch’io ho il cazzo piccolo. E quindi ho bisogno di simulacri, di sostituti di
vita vissuta. Di posticcia portata emotiva degli eventi. Di rimedi apparenti.
Altrimenti non scalerei. Non
così per lo meno.
Ma ora ne sono fuori. Ancora
per poco. Perché cinque giorni iniziano ad essere troppi.
Ritornerò, ritornerò a
urlare e bestemmiare.
A chiedere, senza motivo, se il tizio è passato liscio su quel tiro. A lamentarmi delle
tracciature morfologiche. A svegliarmi all’alba il sabato e la domenica per
preparare il thè e lo zaino. A scegliere i Pantaloni portafortuna e l'abbinamento cromatico migliore.
Che sia figo, ma che non tradisca uno studio preventivo.
Che sia figo, ma che non tradisca uno studio preventivo.
Ma fino a quel momento ho la
musica dentro. E voglio ascoltarla fino alla fine.
Naufragare in essa.
Naufragare in essa.
Perché il mio corpo me lo
chiede.
Perché la vita è una
meraviglia.
Perché questo week end scalerò,
ok, ma fino al momento della prossima ricaduta voglio respirare a pieni polmoni
il senso di leggerezza, l’essermi divincolato dall’oppressione che mi si
strozzava in petto e bloccava in gola un urlo di rabbia e verità.
Perché la vita è viaggiare,
scrivere, suonare, amare, progettare insieme, passeggiare, godere di un buon
pasto, accarezzare la tua donna, dormire abbracciati la domenica mattina,
correre in bosco.
Perchè diversamente sarebbe un errore.
Perchè diversamente sarebbe un errore.
Perché per quanto tu ti
voglia sottrarre con raffinatezza a certe dinamiche, a tuo modo obbedisci e ti
adatti. Accetti il tuo degrado personale. Il tuo rinunciare a questi tesori che
la vita ti mette davanti lungo il sentiero di avvicinamento alla felicità. Ma
che tu non vedi.
Perché dentro rimbomba
il tuo vuoto culturale.
Perché dei surrogati si
nutrono gli oppressi.
Scalare è una ricchezza. Una
fortuna essercisi imbattuti. È una meraviglia. Un dono.
Dovrebbe essere un qualcosa
in più.
Finchè non se ne fa una
fredda, vuota e grigia oggettivazione di fenomeni meccanico-muscolari atti
a soddisfare insipide e sterili esigenze edonistiche.
Perché l'arrampicata deve rimanere un
qualcosa in più.
Non un qualcosa al posto di.
Perché non voglio perderla.
